L’importanza del consumo è stata, in genere, ampiamente sottostimata dalla teoria economica, in particolare da quella classica. Riprendendo in mano la Teoria Generale di Keynes mi sono imbattutto, alle pagine 547-565 della edizione UTET in mio possesso (url), in un breve paragrafo dove passa in rassegna quelle che nel titolo del capitolo, è il 23′, definisce le teorie del sotto-consumo.
Si tratta di quegli autori, a me in gran parte sconosciuti, che nel corso dei secoli hanno cercato, invano ed a volte con risultati negativi per la loro carriera, come è stato il caso di Hobson, di richiamare l’attenzione della scienza economica, allora incarnata nella teoria classica che, come nota lo stesso Keynes a p. 183, è “ stata ovunque dominata …, assai più di quanto si creda, dalle dottrine associate al nome di J.B. Say. E’ vero che la maggioranza degli economisti hanno abbandonato da lungo temp la sua “legge degli sbocchi”; ma essi non si sono liberati dalle sue ipotesi fondamentali, ed in particolare dal sofisma che la domanda è creata dalla offerta”, e della classe politica, sulla importanza determinante del consumo.
Richiamandosi all’opera di E. Heckescher sul Mercantilismo, non meglio identificata, ne riporta una quantità di esempi di quelli che chiama “la credenza, profondamente radicata, dell’utilità del lusso e dei mali del risparmio. In realtà il risparmio veniva considerato come causa di disoccupazione, per due ragioni: in primo luogo perché si ritenva che il reddito reale fosse diminuito di quella quantità di moneta che non entrava nella circolazione e, in secondo luogo, perché si ritenava che il risparmio sottraesse moneta alla circolazione” (p. 552).
Cita Laffemas che nel 1598 in “Les Tresors et richesses pour mettre l’Estat in Splendeur” argomentava che tutti gli acquirenti di merci francesi di lusso creavano una possibilità di vita per i poveri. Simili i ragionamenti di Petty nel 1662, di Fortrey, di Von Schrotter nel 1686, di Barbon nel 1690, di Cary nel 1695.
Al centro di uno scandalo il libro di Bernard Mandeville del 1723, la Fable of the Bees, che fu condannato dalla corte suprema del Middlsex come nocivo per la pubblica morale in quanto “la sua dottrina che la prosperità venisse accresciuta mediante la spesa piuttosto che mediante il risparmio si accordava a molte fallacie economiche correnti non ancora estinte”.
La dottrina si riaffacciò con Malthus che ne discusse più volte con Ricardo (1821) poi sparì fino al libro del 1889 di J.A. Hobson e A.F. Mummery “Fisiologia dell’industria”, il primo di una serie che contraddistinse cinquant’anni di lotta contro l’ortodossia economica. Una citazione, dalle pagine 560-561: “Il risparmio arricchisce e la spesa impoverisce la collettività al pari dell’individuo… Non soltanto esso arricchisce lo stesso individuo risparmiatore, ma eleva i salari, dà lavoro ai disoccupati e sparge benedizioni da ogni parte. Dai giornali quotidiani al più recente trattato economico, dal pulpito della chiesa alla Camera dei comuni, questa conclusione fine reiterata … Tuttavia il mondo colto, sostenuto dalla maggioranza dei pensatori economici, ha negato strenuamente questa dottrina fino alla pubblicazione dell’opera di Ricardo … Che la conclusione sia riuscita a sopravvivere al ragionamento sul quale riposava, non può spiegarsi con altra ipotesi se non l’autorità dominante dei grandi uomini che l’asserirono. … Il nostro scopo è di mostrare che queste conclusioni sono insostenibili, che è possibile un esercizio somodato dell’abitudine del risparmio, e che tale esercizio smodato impoverisce la collettività, getta i lavoratori sul lastrico, deprime i salari e diffonde quella sfiducia e quella prostrazione in tutto il mondo economico che sono conosciute come depressione degli affari”
Cita infine, fra quelle che definisce “una serie di teorie eretiche del sotto-consumo” nate dopo la guerra ’15-’18, un certo maggiore Douglas, senza maggiori specificazioni
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