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Articoli taggati ‘crisi economica’

Dopo l’ICI, l’IRAP? sbagliare va bene, ma perseverare …

28 Ottobre 2009 Lascia un commento

E così Berlusconi si appresta a cancellare, dopo la tassa più odiata dagli italiani, quella più odiosa?

Chissà quali sono le tasse amate.

E siccome secondo me non esistono, forse conviene ragionare quando si tratta di politica fiscale e non agire di pancia, cuore, o di qualche altro organo.

La crisi viene da insufficienza della domanda e non penso proprio che ridurre i costi delle imprese sia la ricetta giusta. A meno che non si speri che sia la domanda estera a rilanciare la nostra economia.

Molto meglio sarebbe restituire, o meglio lasciare, i soldi nelle tasche dei consumatori, riducendo l’Irpef.

Senza dimenticare che, per un governo che dichiara che il federalismo fiscale è il suo obiettivo strategico, continuare a ridurre le entrate istituzionalmente riservate agli enti locali, salvaguardando quelle centralizzate, non mi sembra la cosa più logica.

Ma esiste una logica in quello che fa Berlusconi? Secondo me solo quando tutela i propri interessi.

Comunque, fuor di polemica, se qualcuno vuole approfondire il dibattito su Irap sì e Irap no, ho collegato qui alcuni articoli sul tema.

Ma perché si continua a credere alle Borse?

5 Settembre 2009 Lascia un commento

Non riesco a capire perché si continuino a sprecare inchiostro, o bytes, tempo ed intelligenz per tentare di ricavare indicazioni sull’andamento dell’economia reale dai risultati ballerini e molto spesso irrazionali che i mercati azionari di tutto il mondo ci riversano addosso ogni santo giorno lavorativo.

Un interessante esempio di questa evidente irrazionalità viene da uno studio citato in questo post di Mario Seminero “Il mercato azionario è troppo ottimista?“. Riporta i risultati di uno studio di un certo David Rosenberg, economista, ex Merrill Lynch ed oggi strategist dell’asset manager canadese Gluskin Sheff.
E li definisce sorprendenti, e debbo dire che non riesco a condividerne la sorpresa.

Rosenberg, partendo dalla constatazione che nell’ultimo semestre gli indici azionari hanno mostrato un evidente movimento di ripresa a V, con un recupero degli indici intorno al 50% dai minimi, ha messo a confronto l’andamento della economia reale oggi ed in altri momenti in cui gli indici azionari hanno mostrato simili tassi di crescita. Ed ha trovato che ”storicamente un recupero delle borse del 50 per cento si è verificato in presenza di un’espansione media del Pil del 4,5 per cento, con una occupazione in crescita di 850.000 unità, un indice ISM manifatturiero in confortante espansione al livello di 56,2, profitti aziendali in ripresa del 12 per cento, credito bancario in ascesa del 5 per cento. Oggi, a fronte di un aumento degli indici azionari del 50 per cento, abbiamo Pil, occupazione, e profitti aziendali che stanno tentando di trovare un minimo di ciclo; un indice ISM a malapena tornato al livello di 50, che indica stazionarietà dei livelli di attività; ed il credito bancario ancora in condizioni restrittive“.

Aggiunge Seminero che ”a livello di mercato azionario, inoltre, occorre segnalare che il rally di Wall Street è avvenuto con un andamento decrescente dei volumi scambiati, che cinque società in condizioni precarie e presenza pubblica determinante nel capitale (AIG, Freddie Mac, Fannie Mae, Citigroup e Bank of America) rappresentano circa un terzo del volume di scambi giornalieri e che, secondo alcune stime, il 70 per cento degli scambi azionari implica un ordine di acquisto o vendita generato da società attive negli ordini elettronici ad alta frequenza   . . .   I forti recuperi dei corsi azionari si sono inoltre verificati non in presenza di una ritrovata redditività, bensì di risultati “meno peggiori” delle attese, e multipli quali il rapporto prezzo/utili appaiono costosi secondo qualsiasi standard, oltre che significativamente superiori ai livelli tipici delle fasi di ripresa“. E nota pure, e la cosa è degna della massima attenzione, che “caratteristica degli annunci sui conti trimestrali aziendali è il forte taglio dei costi di struttura (spese amministrative, commerciali, per il personale) come determinante della tenuta o del miglioramento degli utili, a fronte di andamenti ancora negativi del fatturato“, tutte cose che, se sono positive al livello microeconomico della singola impresa, non possono che peggiorare il quadro macroeconomico, dal momento che non possono non comportare una caduta del livello complessivo della domanda.

E allora, dico io, non è forse che la crescita dei mercati azionari è drogata dai volumi inusuali di liquidità immessi dalle banche centrali e dalla volontà, e dalla possibilità, di pochi enormi operatori che di fatto controllano il mercato, di utilizzare tale liquidità per turare falle inconfessabili e magari per assicurarsi nuovamente congrui bonus?

Per favore, signori economisti, signori giornalisti economici, signori commentatori, lasciate perdere i risultati delle borse. Parlateci dell’andamento del Pil, di quello dei consumi, della occupazione, dei risultati e degli eventuali utili distribuiti dalle aziende, anche di quelle quotate in borsa se proprio non sapete staccarvi da lì, dei bilanci degli stati, dei loro deficit, delle tasse, e via discorrendo.

Mi sembra che di argomenti concreti e reali, a contatto con la nostra vita quotidiana, ve ne siano in abbondanza per riempire le pagine dei giornali e dei blog e per consentirvi di quadagnare il vostro pane quotidiano.
Ma per favore smettetela di commentare i risultati di quel locale di gioco d’azzardo che è la borsa come se fossero gli oracoli da cui dipende il nostro futuro. Rischiamo proprio di abbandonarlo in mano ad avidi giocatori d’azzardo.

Grazie.

La ripresa economica? Una incognita.

10 Luglio 2009 Lascia un commento

Nè a V nè a U. Ma a X. Dove X sta per la variabile sconosciuta delle equazioni.

Questa è l’ipotesi di Robert Reich sulla evoluzione dell’economia e sulla uscita dalla crisi economica in cui il mondo si dibatte. Difficile dargli torto:  This economy can’t get back on track because the track we were on for years — featuring flat or declining median wages, mounting consumer debt, and widening insecurity, not to mention increasing carbon in the atmosphere — simply cannot be sustained.

A voler essere ottimisti si può pensare che l’avvio di un accenno di economia verde, e il G8 all’Aquila qualche passo in avanti su questa strada sembra averlo intrapresa, qualche luce esiste.

Ma in effetti non si vede da chi possa scaturire la domanda in grado di rilanciare la produzione. Il motore del mondo, l’alta propensione al consumo degli Stati Uniti, è rimasto senza carburante, il debito che ne finanziava gli acquisti. Non si vede come ripartire: gli americani, brutalmente scottati, a livello personale, dai debiti insostenibili sono evidentemente più orientati verso il risparmio. E nel mondo aumentano le perplessità di potere, o volere, continuare a ricevere dollari in cambio dei prodotti a loro forniti; i cinesi risparmiano, non possono, per ragioni politiche, spingere troppo l’acceleratore sui consumi interni, e non sanno più bene come investire i loro surplus; i poveri consumerebbero, ma che cosa e con che soldi? Loro lavorerebbero per procurarseli, ma noi a casa nostra non li vogliamo e a casa loro non li lasciamo lavorare per produrrebbero a costi troppo bassi e rovinerebbero i nostri agricoltori.

I più realisti ed ottimisti, pur riconoscendo che non abbiamo ancora toccato il  fondo, delineano, per gli Stati Uniti, una strategia basata su quattro direttrici:

  1. Investimenti pubblici nella salute
  2. Indipendenza energetica
  3. Educazione pubblica
  4. Innovazione

La crisi economica, i nuovi consumi ed il ruolo del mercato

2 Luglio 2009 Lascia un commento

Come diceva Marx, la talpa scava.

Per la verità scava in direzione opposta a quella da lui immaginata, ma non si ferma. La crisi, che sembra paralizzare i governi incapaci come il nostro, forza e sprona gli stati e le aziende più dinamiche a risposte creative. Il mercato impone alle aziende azioni che non solo le ripagano nell’immediato, ma le aiutano a consolidare il rapporto con i propri clienti nel lungo periodo. Ed al contempo migliorano il mondo in cui viviamo.

Negli Usa Obama è riuscito a far passare la normativa per il controllo delle emissioni di gas serra, capovolgendo la politica di Bush, e rilanciando nuovi consumi che aiuteranno il paese ad uscire dalla crisi.

A Venezia GP Fabris ha coordinato un workshop Aspen “Nuovi consumi, nuovi stili di vita” dedicato appunto a come le azienda più attente alle richieste del mercato spingano fortemente sul cambiamento della propria immagine e tendano ad una crescente attenzione delle esigenze ambientali.

Ed un esempio banale, ma che a me sta molto a cuore perchè le bottiglie di acqua minerale in casa tocca spostarle a me, di come una maggiore cultura del consumatore, coniugata ad una analisi attenta di tutte le componenti di costo della azienda, sconsigli il consumo dell’acqua minerale in bottiglia, viene da questo breve articolo su costi e ricavi del commercio dell’acqua, che in Italia va per la maggiore.

Ma nessuno ci guarda?

3 Giugno 2009 Lascia un commento

Altro simpatico grafico che arriva dagli USA e che lascia perplessi: ma è mai possibile che con tutti gli analisi ed i soloni che scrutano ogni minimo segno di movimento della economia mondiale, nessuno segnali che certi livelli di debito non sono sostenibili?

Rapporto fra debito e reddito dei consumatori americani

Rapporto fra debito e reddito dei consumatori americani

 
 
Il grafico lo ho recuperato da un articolo pubblicato da una delle bibbie del management d’oltre oceano, la Hardvard Business Review “Consumer credit: the next crisis“, a firma di William Jarvis e Ian C. MacMillan.
Non mi sembra nulla di eccezionale: si illustro un simpatico concetto, il “Consumer leverage exposure” e se ne trae la ovvia conclusione che esiste una certa differenza di esposizione al rischio della maggiore propensione al risparmio degli americani a seconda del settore in cui opera ciascuna azienda.
Secondo gli ultimi dati gli americani stanno ricominciando a risparmiare: ad aprile il tasso di risparmio, misurato in rapporto al reddito netto, è salito al 5,7%, dal 4,5% di marzo e dallo 0% del 2008. I dati sono del dipartimento del commercio USA, citati qui  dal WSJ.
E qui c’è il grafico ufficiale del governo americano, con le variazioni a partire dal 2000.
Noi italiano siamo abituati a sentirci rimproverare perché il nostro debito pubblico è superiore al prodotto interno lordo di un anno. I parametri di Maastricht qui dovremmo adeguarci, parlano di un debito pubblico che non deve eccedere il 60% del PIL annuo.
Ma se vale per gli stati europei, se è la croce che i governi italiani si passano l’uno all’altro, questo benedetto rapporto fra debiti e redditi non vale anche per i privati consumatori americani? E nessuno avrebbe dovuto avvisarli che, prima o poi, i debiti avrebbero dovuto pagarli?
Chissà se qualcuno mi risponde. Il grafico è eloquente. I parametri di Maastricht gli americani se li sono dimenticati fin dal lontano 1975.
 Ma probabilmente a tutti faceva comodo ricevere dollari sonanti, che adesso non girano più.

La crisi economica italiana viene da lontano

23 Maggio 2009 1 commento
 

 daveri.1242994973

La crisi economica in Italia è meno forte che all’estero e ne usciremo meglio, dice il governo, anche perché ci siamo noi che facciamo tutto il possibile ed anche di più.

No, non è vero, replica l’opposizione, è molto peggio e voi non fate niente per alleviarla.

E poi tutti concordi a dare la colpa allo Stato, al fisco rapace, quando le solite classifiche internazionali ci relegano agli ultimi posti per il livello dei nostri stipendi e salari. Come se lo Stato fosse altro da noi.

E poi guardi i dati e ti imbatti in grafici espliciti come quello sopra indicato (recuperato da Lavoce.info qui ) : dal 1995 ad oggi sono passati 14 anni, si sono succeduti, finalmente in alternanza direbbe qualcuno, governi di centro-destra e di centro-sinistra, è finita la prima repubblica, la seconda è cominciata o forse no, è sceso in campo il nostro salvatore SB.

Sembra che tutto sia cambiato, ed invece non è cambiato niente: la richezza da noi prodotta anno per anno è stata sistematicamente inferiore a quella dei paesi europei a noi paragonabili per storia, tradizione, cultura, capacità industriale ed intellettuale.

Da noiseFromAmerica altri dati sconsolanti, in parte sulla occupazione e rivolti al futuro, ed in parte sulla crescita del PIL. Il grafico qui sotto ben si accoppia a quello sopra.

Questo il grafico:

 Trend del PIL reale pro-capite, scala logaritmica

Trend del PIL reale pro-capite, scala logaritmica

Non sono economista e non so cosa sia una scala logaritmica. Ma comunque riesco a vedere che la nostra linea, quella viola, si sta lentamente adagiando sullo zero: zero sviluppo, zero crescita. Ma tanti pettegolezzi

Siamo un paese che declina ed invecchia lentamente: se mi permettete balliamo tranquilli, e spesso litighiamo, su un Titanic che sta affondando, molto lentamente ma mi sembra inesorabilmente.

Tutti parlano di riformare questo e quello, ma sono solo parole: vivere facendo debiti è più bello e più facile che vivere lavorando.

Credo che questo da Voeu.org  ”Italy, before and after Lehman Brothers” sia, di fatto la traduzione in inglese dello stesso articolo da cui ho tratto il grafico all’inizio. Riporta lo stesso grafico, con qualche altro dato sul tema. parla di necessità di riforme, ma quali?

L’importanza della concorrenza

4 Maggio 2009 Lascia un commento

Si moltiplicano, sui siti Usa che seguo e non solo, le considerazioni sulla necessità non tanto di una nuova normativa anti-trust, ma si una più attenta e severa attenzione ai problemi della concorrenza e del pericolo che le aziende, e non solo le banche, troppo grandi posso diventare.

Più che un post, questo vuole essere un terminale cui collegare i rinvi al tema che trovo.

03 mag 2009  “The Need for New Antitrust Laws” – The Baseline Scenario

21 apr 2009 “Too Big to Fail or Too Big to Save?” - Joseph Stiglitz, audizione presso il Joint Economic Committee del Congresso degli  Stati Uniti

E poi dicono che manca la domanda

28 Marzo 2009 Lascia un commento

Il mondo è pieno, stracolmo, di paradossi.

Con mia grande soddisfazione visto che l’illusione in base alla quale ho avviato questo blog è quella di convincere tutti che è il momento del consumo, e non quello della produzione, ad essere determinante nelle scelte strategiche della vita, sia individuale che sociale, la crisi attuale ha rilanciato alla grande il tema del sostegno alla domanda e della necessità di un’adeguato livello dei consumi.

Già, ma il buffo è che tutti parlano di rilanciare la domanda e nessuno si accorge invece che la domanda esiste e che bisogna trovare invece nuovi sstrumenti per rispondere a questa domanda.

Sono le solite riflessioni mattutine, dopo la lettura del giornale. Marchionne avverte che nel mondo vengono prodotte 30 milioni di autovetture in più di quelle necessarie, 30 su 90!!!: bella scoperta, basta girare per Milano e domandarsi dove fisicamente ci possonno stare tutte le macchine nuove che Fiat vuole produrre ogni anno. Tu ti domandi che cosa possano fare allora quelli che oggi producono quelle auto in eccesso. Poi giri qualche pagina e Stiglitz ti obbliga a riflettere sul fatto che esistono bisogn insoddisfatti enormi a cui nessuno s preoccupa di dare una risposta.

Eppure forse è un pò come la ricetta per uscire dalla crisi dei mutui sub-prime: invece di aiutare chi non riceve i pagamenti, vediamo di aiutare chi questi pagamenti deve fare ed il circuito economico ripartirà. E ripartirà su basi più giuste.

Il pendolo va a sinistra. Speriamo non vada a sbattere

23 Marzo 2009 Lascia un commento

L’opinione pubblica negli Stati Uniti sembra appoggiare massicciamente gli ultimi interventi del governo Obama, ed in particolare ne condivide il pesante intervento sui bonus dei manager AIG, sul quale per la verità sono abbastanza d’accordo con chi ne vede i molti aspetti negativi.

Il Center for American Progress si rifà esplicitamente agli anni di Reagan e della Tatcher per prendersi quella che mi sembra una gratuita rivincita sui conservatori. Gratuita, perché tutti sappiamo che il pendolo si sposta sempre fra destra e sinistra e quindi non vale troppo gioire quando si sposta, perchè tanto tornerà dove era. E soprattutto bisogna sempre conservare una certa distanza dagli avvenimenti, per poterne meglio comprendere l’evoluzione.

Comunque le analisi del CAP sono parecchio interessanti, e l’uso dei grafici su Internet aggiunge loro una gradevolezza che lo studio non aveva ai tempi della mia università. I rinvii qui inseriti sono per quando sarò in pensione o per chi ha più tempo di me.

Uno sguardo dall’alto sulla crisi economica

10 Marzo 2009 Lascia un commento

Una osservazione di Michele Salvati sull’articolo di fondo del Corriere della Sera di oggi, 9 marzo, porta nuova acqua al mulino della mia tesi della preponderanza del momento del consumo su quello della produzione.

Salvati osserva come “le diagnosi sulle origini della crisi stiano convergendo” e le identifica negli squilibri macro economici che si sono venuti a creare a livello globale negli ultimi 20/25 anni, “tra una paese egemone – consumatore e debitore –  e paesi produttori -  risparmiatori e creditori“.

Come si vede il termine egemonia è collegato al momento del consumo e non a quello della produzione.

Certo nel determinare l’egemonia degli Stati Uniti, che per la verità non data da soli venti anni, hanno giocato anche altri fattori, militari, politici ed economico/finanziari,  ma è significativo che sia sul primo aspetto che l’articolista richiami la nostra attenzione.

Mi si potrebbe obiettare che proprio la crisi attuale sta a dimostrare il fallimento di quel modello di egemonia. Ma il fallimento non colpisce la constatazione della preponderanza del momento del consumo, anzi ne ribadisce la preminenza.

La crisi, a mio giudizio, è stata determinata dal modo in cui quei consumi sono stati finanziati ed alimentati e, se vogliamo entrare in un terreno ancora più largo e profondo, la crisi è stata determinata dal tipo di consumo, non dal consumo in sè.

Il dibattito sulla ambivalenza del termine “consumo” porta molto lontano. Proprio l’altro giorno avevo fermato la mia attenzione sul contenuto negativo insito nel verbo “consumare”. Consumare vuol dire terminare, finire, far sparire una cosa, mentre il termine “produrre” ha una connotazione positiva: induce a pensare al fare, al costruire, al realizzare un’opera od un prodotto. Il produrre contiene la realizzazione di qualche cosa, mentre il consumare sembra indicare la fine di qualche cosa.

Ma è il consumo a condurre, nel bene o nel male, la danza. Oggi tutti parlano della necessità di “far ripartire” i consumi. Ma proprio per l’ambivalenza di questo termine è necessario fare attenzione a cosa si nasconde dietro di lui.

Ecco perchè la crisi deve essere utilizzata per rilanciare non il consumo generico, ma determinati tipi di consumo.