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Articoli taggati ‘crisi finanziaria’

Ma perché si continua a credere alle Borse?

5 Settembre 2009 Lascia un commento

Non riesco a capire perché si continuino a sprecare inchiostro, o bytes, tempo ed intelligenz per tentare di ricavare indicazioni sull’andamento dell’economia reale dai risultati ballerini e molto spesso irrazionali che i mercati azionari di tutto il mondo ci riversano addosso ogni santo giorno lavorativo.

Un interessante esempio di questa evidente irrazionalità viene da uno studio citato in questo post di Mario Seminero “Il mercato azionario è troppo ottimista?“. Riporta i risultati di uno studio di un certo David Rosenberg, economista, ex Merrill Lynch ed oggi strategist dell’asset manager canadese Gluskin Sheff.
E li definisce sorprendenti, e debbo dire che non riesco a condividerne la sorpresa.

Rosenberg, partendo dalla constatazione che nell’ultimo semestre gli indici azionari hanno mostrato un evidente movimento di ripresa a V, con un recupero degli indici intorno al 50% dai minimi, ha messo a confronto l’andamento della economia reale oggi ed in altri momenti in cui gli indici azionari hanno mostrato simili tassi di crescita. Ed ha trovato che ”storicamente un recupero delle borse del 50 per cento si è verificato in presenza di un’espansione media del Pil del 4,5 per cento, con una occupazione in crescita di 850.000 unità, un indice ISM manifatturiero in confortante espansione al livello di 56,2, profitti aziendali in ripresa del 12 per cento, credito bancario in ascesa del 5 per cento. Oggi, a fronte di un aumento degli indici azionari del 50 per cento, abbiamo Pil, occupazione, e profitti aziendali che stanno tentando di trovare un minimo di ciclo; un indice ISM a malapena tornato al livello di 50, che indica stazionarietà dei livelli di attività; ed il credito bancario ancora in condizioni restrittive“.

Aggiunge Seminero che ”a livello di mercato azionario, inoltre, occorre segnalare che il rally di Wall Street è avvenuto con un andamento decrescente dei volumi scambiati, che cinque società in condizioni precarie e presenza pubblica determinante nel capitale (AIG, Freddie Mac, Fannie Mae, Citigroup e Bank of America) rappresentano circa un terzo del volume di scambi giornalieri e che, secondo alcune stime, il 70 per cento degli scambi azionari implica un ordine di acquisto o vendita generato da società attive negli ordini elettronici ad alta frequenza   . . .   I forti recuperi dei corsi azionari si sono inoltre verificati non in presenza di una ritrovata redditività, bensì di risultati “meno peggiori” delle attese, e multipli quali il rapporto prezzo/utili appaiono costosi secondo qualsiasi standard, oltre che significativamente superiori ai livelli tipici delle fasi di ripresa“. E nota pure, e la cosa è degna della massima attenzione, che “caratteristica degli annunci sui conti trimestrali aziendali è il forte taglio dei costi di struttura (spese amministrative, commerciali, per il personale) come determinante della tenuta o del miglioramento degli utili, a fronte di andamenti ancora negativi del fatturato“, tutte cose che, se sono positive al livello microeconomico della singola impresa, non possono che peggiorare il quadro macroeconomico, dal momento che non possono non comportare una caduta del livello complessivo della domanda.

E allora, dico io, non è forse che la crescita dei mercati azionari è drogata dai volumi inusuali di liquidità immessi dalle banche centrali e dalla volontà, e dalla possibilità, di pochi enormi operatori che di fatto controllano il mercato, di utilizzare tale liquidità per turare falle inconfessabili e magari per assicurarsi nuovamente congrui bonus?

Per favore, signori economisti, signori giornalisti economici, signori commentatori, lasciate perdere i risultati delle borse. Parlateci dell’andamento del Pil, di quello dei consumi, della occupazione, dei risultati e degli eventuali utili distribuiti dalle aziende, anche di quelle quotate in borsa se proprio non sapete staccarvi da lì, dei bilanci degli stati, dei loro deficit, delle tasse, e via discorrendo.

Mi sembra che di argomenti concreti e reali, a contatto con la nostra vita quotidiana, ve ne siano in abbondanza per riempire le pagine dei giornali e dei blog e per consentirvi di quadagnare il vostro pane quotidiano.
Ma per favore smettetela di commentare i risultati di quel locale di gioco d’azzardo che è la borsa come se fossero gli oracoli da cui dipende il nostro futuro. Rischiamo proprio di abbandonarlo in mano ad avidi giocatori d’azzardo.

Grazie.

Consumo e riforma del sistema finanziario

23 Luglio 2009 Lascia un commento

Peccato che il caldo faccia aumentare la mia congenita pigriza, perché di argomenti da non lasciarsi sfuggire è pieno il mondo.

L’argomento di oggi sono le proposte di riforma del sistema finanziario, al cui errato funzionamento viene attribuita dai più la responsabilità della pesante crisi economica mondiale. Io non sono del tutto d’accordo, ma è un discorso che mi porterebbe troppo lontano, e per ora preferisco accantonarlo.

Tornando alla riforma del sistema finanziario da più parti si punta il dito sulle dimensioni delle imprese finanziarie e sulla necessità di riuscire ad evitare il ricatto del “too big to fail” . Oggi ne parla il FT, prendendo lo spunto dalle proposte di riforma presentate dal partito conservatore, in “Squeeze the leviathans of finance“. Si parla di ritorno allo Glass-Steagall Act ma si fa giustamente notare che non è un passo che possa avere un’unico sistema finanziario: l’interconnessione mondiale del mondo finanziario rischierebbe di penalizzare le aziende più regolate e provocare una fuga delle domiciliazioni. La mia impressione è che l’imposizione di nuove barriere fra i vari settori del mercato finanziario, per quanto personalmente la ritenga corretta ed indispensabile, sia di fatto bloccata dal enorme potere di veto della lobby finanziaria, soprattutto di quella americana.

Negli Stati Uniti al dibattito sul TBTF  si è aggiunto quello, che mi stava sfuggendo, sulla CFPA, la nuova agenzia federale proposta a tutela del consumatore. La Consumer Financial Product Agency dovrebbe raccorpare poteri sparsi ed in particolare dovrebbe subentrare alla FED nella tutale dei clienti dei colossi bancari e finanziari. Le ragioni a favore della agenzia sono ben riassunte in questi due articoli, uno dal NYT (Why Banks Should Support a Consumer Financial Protection Agency) e l’altro dal mio solito blog USA Three Myths about the Consumer Financial Product Agency particolarmente interessante.

I tre miti da sfatare sono:

  1. La CFPA finirebbe per limitare la scelta dei consumatori e bloccare l’innovazione: no, al contratio, come è successo p’er esempio nel settore dei farmacia, il controllo pubblico sui prodotti proposti aumenta le possibilità e le capacità di scelta dei consumatori, in particolare favorendone le comprensione e l’informazione, e spinge una maggior competizine fra le aziende produttrici;
  2. La CFPA aggiungerebbe un altro livello di controllo, aumentandone i costi: no, perché li riaccorperebbe e semplificherebbe. Si dovrebbe riuscire ad arrivare a prodotti innovativi e di facile comprensione;
  3. Non bisognerebbe separare la vigilanza sul sistema da quella sui prodotti: ma ad oggi la vigilanza esistente non ha avitato la crisi.

Dal mio punto di vista, e credo di averlo già scritto in unpost che debbo cercare, è indubbio che nel settore finanziario manca un effettivo controllo del consumatore sul prodotto che gli viene offerto, perchè questo molto spesso non è di chiara comprensione ed esiste una evidente disparità di informazione e di cultura fra venditore ed acquirente.

Ben venga quindi una maggior tutela pubblica su quello che viene venduto, ma questa tutela pubblica deve necessariamente accompagnarsi ad interventi che spezzino il potere di controll sul mercato delle grandi aziende, ed il loro potere di ricatto verso i cittadini e lo stato insito nel concetto delle aziende troppo grandi per poter essere lasciate fallire. Un tale genere di azienda non deve esistere.

E sul tema della CFPA sarà da tenere sotto controllo lareazione della FED, per nulla propensa a lasciarsi sfuggire uno dei suoi poteri.

Chi gioca col prezzo del petrolio

13 Luglio 2009 Lascia un commento

In Italia il G8 dell’Aquila ha suscitato un coro di elogi per Berlusconi. Ed anche all’estero non hanno lesinato complimenti.

Ma qualcuno non è d’accordo. Di concreto cosa si è fatto?

Per Simon Johnson (“Speculators ‘R’ Us: The G8 And Energy Prices“) i pochi risultati concreti in materia ambientale e, sorpattutto, il basso costo del credito, sono un’invito a nozze per chi vuole speculare sul costo dell’energia

Abbiamo bisogno di nuove regole o di più concorrenza?

30 Giugno 2009 Lascia un commento

Non riesco a tenere dietro a tutte le novità sulla proposta di riforma del sistema finanziario in atto negli Stati Uniti.

Questa, “What Would Obama’s Planned Consumer Financial Protection Agency Do?“, è una breve traccia dei contenuti della proposta di legge presentata da Obama al Congresso per la istituaione della nuova agenzia federale di protezione del consumatore finanziario.

Ma è la strada giusta? Non sarebbe mglio incentivare la concorrenza, e dividere nuovamente banche commerciali e banche d’affari e ridurne le dimsnioni? E nello stesso tempo aumentare la capacità di conoscenza dei prodotti finanziari?

I paradossi della crisi finanziaria: i capitalisti a lezione dai marxisti?

29 Giugno 2009 Lascia un commento

La mia attenzione per i problemi del sistema finanziario mondiale è alta, ma episodica: il tempo è quello che è e le informazioni che Internet ti mette a disposizione sono praticamente infinite. Molto spesso per me arrivare su certi temi è un caso, o un colpo di fortuna.

Ma questo articolo sul FT di oggi “Basic rules helped China sidestep bank crisis” è un vero colpo di fortuna: è il segno dei paradossi del mondo moderno: l’erede di Mao, il rappresentante del più grande stato comunista, a parole, del mondo, fa la predica al sistema capitalismo, gli rimprovera gli errori e si dice pronto a partecipare alle iniziative per riformarlo ed assicuragli un luminoso futuro.

E sono passati solo quarant’anni da quando scendevamo in piazza e inneggiavamo, fra l’ironico, il goliardico ed il serio a “Mao, Lin Piao ed Ho Ci Min” i nostri “tre piccoli porcellin“.

Lasciamo andare la nostalgia della giovinezza e le battute: debbo dire che la rapida analisi che Liu Mingkang, presidente della China Banking Regulatory Commission, fa delle cause della crisi finanziaria mi trova perfettamente d’accordo.

Cinque le cause:

  1. la separazion fra i mercati dei capitali ed il settore bancario è stata erosa da innovazione finanziarie avventurose
  2. la vigilanza ha dimenticato la prudenza
  3. le istituzioni finanziarie hanno abusato della leva finanziaria e si sono comportate in maniere non trasparente
  4. gli incentivi per i dirigenti erano tutti orientati sui risultati di breve periodo e non sulle conseguenze a lungo termine
  5. il salvataggio, come è stato realizzato, ha messo il carro davanti ai buoi, immettendo capitali e liquidità prima di bonificare i bilanci.

Tocca proprio agli ultimi marxisti del mondo salvare il capitalismo dai propri errori?

 

Much has been written about what triggered the global financial crisis, but in my view it can be attributed to five factors. First of all, the firewall between capital and banking markets was eroded by unsound financial innovations. Second, macro-prudential regulation was neglected. Third, financial institutions had too much leverage and were too opaque. Fourth, incentives for staff at financial institutions were driven by short-term gains, rather than long-term benefits. Fifth, the bail-out put the cart before the horse by pumping in capital and liquidity before cleaning up balance sheets.

La riforma del sistema finanziario

17 Giugno 2009 Lascia un commento

Dopo aver ascoltato i buoni consigli di Berlusconi, pare che Obama sia passato alla fase operative per la tanto promessa riforma del sistema finanziario americano, i cui evidenti difetti sono stati alla base della crisi economica profonda in cui ci dibattiamo tutti.

Incollo in fondo al post, per non perderli, tutti i rinvi della mail giornaliera che ricevo da “The Progress Report”, oggi dedicata appunto al ripensamento in atto negli Stati Uniti sul tema del controllo della attività finanziaria.

Poi collego due post di Simon “President Obama’s Regulatory Reforms Announcement: A Viewer’s Guide” con una sintetica lista di domande cui Obama deve una risposta e “Regulatory Reform For Finance: Three Views” e, soprattutto un post di Reich “The Three Essentials of Financial Reform“, con il quale mi trovo come sempre perfettamente d’accordo.

Io comincerei, o forse addirittura mi limiterei, soltanto al suo secondo punto, “prevenire le banche dal diventare troppo grandi per fallire“, il che vuol dire, tradotto in soldoni, tornare a separare banche commerciali e banche d’affati, com era stato appunto dal 1929 fino alla fine degli anni,90, nel pieno del liberismo rampante. Non mi sono spinto troppo addentro all’analisi di tutto questo amteriale, ma mi sembra che di questo punto, per me essenziale, non vi sia traccia.

ECONOMY

Rethinking Financial Regulation

Today, the Obama administration is rolling out its plan for reforming the financial regulation system. In an effort “likely to result in the most sweeping overhaul since the 1930s,” the administration intends to address some of the regulatory gaps and oversights that contributed to the current economic crisis. “The goal is to integrate the system, make sure that there are not any gaps, and to make sure that we have a[n] updating of the regulatory system that worked back in the 1930s, but doesn’t work with the kinds of financial instruments and the kinds of global capital markets that exist today,” President Obama told Bloomberg News. The plan will, among other things, set up a structure to monitor systemic risk, develop a new resolution authority for winding down complex non-bank financial institutions, and establish a new consumer protection agency to police financial products. It will also mandate the regulation of derivatives and require financial institutions to retain part of any asset that they securitize and sell. Of course, the banking lobby is gearing up to oppose some of the reforms. “Wall Street seems to maybe have a shorter memory about how close we were to the abyss than I would have expected,” Obama said yesterday. “All we’re doing is cleaning up after the mess that was made.” And even with all of these reforms, the administration will need to ensure that regulators follow through on their responsibilities, which is something that did not occur under the Bush administration.

REGULATING SYSTEMIC RISK: A key part of the Obama administration’s plan is the creation of a system for monitoring firms and activities that are large enough to pose a threat to the entire financial system. As the administration explained in a draft of its plan obtained by the Washington Post, “no regulator saw its job as protecting the economy and financial system as a whole. Existing approaches to bank holding company regulation focus on protecting the subsidiary bank, not on comprehensive regulation of the whole firm.” To address this, the Federal Reserve would be charged with ultimate responsibility for policing large firms, while other regulators — including the Securities and Exchange Commission, the Commodity Futures Trading Commission, and the Federal Housing Finance Agency — would be given “broader coordinating responsibility across the financial system.” But there are concerns about burdening the Fed with such a huge additional workload or concentrating too much power in one agency. “We must ensure that we continue to increase our expertise so it is properly matched with the problems and challenges we will face in both our bank supervisory role and in meeting our traditional financial stability mandate,” acknowledged Fed Chairman Ben Bernanke. While the plan does call for the elimination of the Office of Thrift Supervision, it otherwise forgoes consolidating regulatory agencies.

ENSURING CONSUMER PROTECTION: A second facet of the plan entails the creation of a new agency that will be tasked with protecting consumers “from deceptive or dangerous mortgages, credit cards and other financial products.” The proposed Consumer Financial Protection Agency will have broad powers to regulate the relationship between financial companies and consumers, “including writing rules, policing compliance and penalizing delinquent firms.” Currently, regulators are simply too far removed from consumers to get an adequate sense of how financial products are being marketed on the ground level, a problem this council will seek to address. As Professor Elizabeth Warren — a longtime advocate of a consumer protection council — said, “[A]ll these lousy mortgages got sold, one family at a time…If we had had just basic safety standards in place from the beginning, then we never would have fed these into the front end of the financial system.” But, the banking lobby has already made its opposition to the new agency clear. “It’s bad for the consumers,” said Steve Bartlett, president of the Financial Services Roundtable, a lobbying group for banks. “Give the power for consumer protection to the agencies that have real power.”

WAIT ‘TILL NEXT YEAR?: Bloomberg reported yesterday that the financial regulation plan “may be stalled into next year as Congress and the president set health-care reform and climate control as domestic priorities.” The Senate reportedly won’t even begin to consider the plan until after the August recess. As the Washington Post’s Ezra Klein noted, waiting a year means “a solid eight to 12 months in which the broader public can lose interest in financial regulation and the financial industry can ramp up its lobbying effort in the Congress.” The Atlantic’s Derek Thompson posits that the delay “won’t kill the will for financial reform, but it could turn the will into mush.” In fact, Obama’s regulatory proposals may already have been scaled back “because lawmakers and the public perceive the financial crisis has abated and support for more aggressive options has faded,” said Peter Solomon, an investment banker and counselor to the U.S. Treasury in the Carter administration. But in an interview yesterday with the New York Times and CNBC, Obama reiterated that “we want to get this thing passed, and, you know, we think that speed is important. We want to do it right. We want to do it carefully. But we don’t want to tilt at windmills.” Obama reportedly wants to sign a bill this year.

Il punto sulla crisi finanziaria: si riuscirà a controllare il sistema?

13 Giugno 2009 Lascia un commento

Due rapidi rinvii, per fissare una impressione, già affiorata: il sistema finanziario nel suo complesso, nonostante le perdite subite ed i costi sociali provocati, sembra non solo riprendersi ma, cosa ben più importante, ad evitare l’imposizione di controlli pubblici, non solo e non tanto sui compensi dei manager,ma soprattutto sulla operatività.

Qui, “Where are we now? Five point summary“, si rileva come

  • 1) i mercati finanziari sembrano stabilizzati;
  • 2) l’economia reale pare essere arrivata al fondo della crisi;
  • 3) al di là di provvedimenti di apparenza, non vi sono stata reali riforme del modo di funzionamento del sistema, nè si è ridotta la hubris con cui esso opera;
  • 4) per ora non sembra affiorare il pericolo dell’inflazione;
  • 5) i mercati emergenti operano meglio di Usa ed Europa.

E, a proposito della “superbia”  dei mercati finanziari, dagli Stati Uniti arrivano crescenti segnali della estrema difficoltà che il potere politico incontra nel fissare nuove norme di funzionamento del settore finanziario, a tutela del consumatore e dell’economia reale. Ai due concetti del”troppo grande per fallire” e del “troppo collegato per fallire” si sta affiancando quello del “troppo complesso per poter essere regolato“.

Da memorizzare la battuta finale di quest’articolo: se è troppo complesso per poter essere capito, vuol dire che è troppo complesso per poter garantire la stabilità.

L’importanza della concorrenza

4 Maggio 2009 Lascia un commento

Si moltiplicano, sui siti Usa che seguo e non solo, le considerazioni sulla necessità non tanto di una nuova normativa anti-trust, ma si una più attenta e severa attenzione ai problemi della concorrenza e del pericolo che le aziende, e non solo le banche, troppo grandi posso diventare.

Più che un post, questo vuole essere un terminale cui collegare i rinvi al tema che trovo.

03 mag 2009  “The Need for New Antitrust Laws” – The Baseline Scenario

21 apr 2009 “Too Big to Fail or Too Big to Save?” - Joseph Stiglitz, audizione presso il Joint Economic Committee del Congresso degli  Stati Uniti

La crisi finanziaria: un’ottima analisi

28 Aprile 2009 Lascia un commento

Troppo lungo per la mia pazienza, ma molto interessante questo post “Too-Big-To-Fail and Three Other Narratives” sulla crisi finanziaria, le sue interpretazioni e, soprattutto, una ragionata critica, ma non una stroncatura al concetto del “troppo grande per fallire”, che diventa TBTF, da non confondere con il più comune, abusato, ma molto più innocuo TVTB.

Quattro le interpretazioni, di cui la più stimolante è secondo me la terza, che andrebbe coniugata con la prima per valutare gli effetti della crisi sulla democrazia e l’uguaglianza di reddito e di opportunità.

  1. Troppo grandi per fallire
  2. Il rischio sistemico
  3. La distruzione della classe media
  4. L’esuberanza irrazionale

Lo scontro fra la grande finanza e l’amministrazione Obama

16 Aprile 2009 Lascia un commento

Forse il titolo è troppo pretenzioso e probabilmente sopravvaluto segnali sporadici che si aggiungono ad alcune mie convinzioni profonde. Non ho molto tempo per approfondire, ma non credo di sbagliarmi.

L’evoluzione della situazione della crisi finanziaria negli Stati Uniti, in particolare il piano Geithner, molto criticato, sembra provare l’enorme potere di infulenza che la grande finanza ha sulla pubblica amministrazione americane.

Degne di riflessioni approfondite, in questa ottica, le analisi di questo post “Bring In The Antitrust Division (On Banking)“: solo una energica e tempestiva azione dell’autorità anti-trust può essere in grado di tutelare consumatori e contribuneti dal rischio che le poco grandi banche che sono uscite rafforzate dalla crisi, a cominciare da Goldman Sachs, influenzino pesantemente a proprio vantaggio l’evoluzione della crisi.

E’ il ragionamento già riportato a novembre 2008 di Robert Reich: non esistono banche troppo banche per poter fallire, ma solo banche troppo grandi.

Altri due articoli dallo stesso blog sul tema.

Il primo “The Missed Opportunity“,  ribadisce un disagio che è evidentemente presente nel mondo politico, economico e finanziario negli Stati Uniti: la difesa del principio della libera iniziativa e della proprietà privata giustifica il fatto che la montagna di soldi dei contribuenti usati per salvare le banche dal fallimento non possano contare nella gestione ordinaria delle banche, anche e soprattutto quando questa gestione, pur tesa al legittimo scopo di tutelare gli interssi degli azioniati,, confligge pesanetemente con gli indirizzi di  politica economica del governo?

Tradotto in soldoni e scendendo sul terreno concreto possono o debbono le banche salvate dai soldi dei contribuneti opporsi agli sforzi del governo di salvare la Chrysler o di tutelare i piccoli debitori in difficoltà coi mutui o con le carte di credito?

L’altro “The Missing Witness“, con una serie di rinvii interessanti, si sofferma sull’ostruzionismo, se non ho capito male, che il mondo finanziario sta applicando verso gli sofrzi del Congresso americano di arrivare ad una nuova regolamentazione del settore, con particolare riferimento al tentativo di trovare un rimedio al trovarsi nuovamento nella diabolica situazioni di dover applicare il principio persoervo del “troppo grande per fallire