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Articoli taggati ‘globalizzazione’

L’Italia e il suo futuro: fuga di cervelli anche verso i paesi sottosviluppati

17 Luglio 2009 Lascia un commento

Altro post sconsolante, sul destino che attende l’Italia, “Multipolarismo e caccia ai talenti“.

Si sta assistendo ad una fuga di personale qualificato, in particolare medici, verso i paesi arabi del golfo che, forti della liquidità della rendita petrolifera, hanno cominciato a reclutare all’estero il personale qualificato che non sono in grado di formare all’interno. E, viste le loro possibilità economiche e le basse remunerazione che il sistema Italia è in grado di offrire, il nostro paese è diventato uno dei loro territori di caccia preferiti.

 

Chi gioca col prezzo del petrolio

13 Luglio 2009 Lascia un commento

In Italia il G8 dell’Aquila ha suscitato un coro di elogi per Berlusconi. Ed anche all’estero non hanno lesinato complimenti.

Ma qualcuno non è d’accordo. Di concreto cosa si è fatto?

Per Simon Johnson (“Speculators ‘R’ Us: The G8 And Energy Prices“) i pochi risultati concreti in materia ambientale e, sorpattutto, il basso costo del credito, sono un’invito a nozze per chi vuole speculare sul costo dell’energia

I paradossi della crisi finanziaria: i capitalisti a lezione dai marxisti?

29 Giugno 2009 Lascia un commento

La mia attenzione per i problemi del sistema finanziario mondiale è alta, ma episodica: il tempo è quello che è e le informazioni che Internet ti mette a disposizione sono praticamente infinite. Molto spesso per me arrivare su certi temi è un caso, o un colpo di fortuna.

Ma questo articolo sul FT di oggi “Basic rules helped China sidestep bank crisis” è un vero colpo di fortuna: è il segno dei paradossi del mondo moderno: l’erede di Mao, il rappresentante del più grande stato comunista, a parole, del mondo, fa la predica al sistema capitalismo, gli rimprovera gli errori e si dice pronto a partecipare alle iniziative per riformarlo ed assicuragli un luminoso futuro.

E sono passati solo quarant’anni da quando scendevamo in piazza e inneggiavamo, fra l’ironico, il goliardico ed il serio a “Mao, Lin Piao ed Ho Ci Min” i nostri “tre piccoli porcellin“.

Lasciamo andare la nostalgia della giovinezza e le battute: debbo dire che la rapida analisi che Liu Mingkang, presidente della China Banking Regulatory Commission, fa delle cause della crisi finanziaria mi trova perfettamente d’accordo.

Cinque le cause:

  1. la separazion fra i mercati dei capitali ed il settore bancario è stata erosa da innovazione finanziarie avventurose
  2. la vigilanza ha dimenticato la prudenza
  3. le istituzioni finanziarie hanno abusato della leva finanziaria e si sono comportate in maniere non trasparente
  4. gli incentivi per i dirigenti erano tutti orientati sui risultati di breve periodo e non sulle conseguenze a lungo termine
  5. il salvataggio, come è stato realizzato, ha messo il carro davanti ai buoi, immettendo capitali e liquidità prima di bonificare i bilanci.

Tocca proprio agli ultimi marxisti del mondo salvare il capitalismo dai propri errori?

 

Much has been written about what triggered the global financial crisis, but in my view it can be attributed to five factors. First of all, the firewall between capital and banking markets was eroded by unsound financial innovations. Second, macro-prudential regulation was neglected. Third, financial institutions had too much leverage and were too opaque. Fourth, incentives for staff at financial institutions were driven by short-term gains, rather than long-term benefits. Fifth, the bail-out put the cart before the horse by pumping in capital and liquidity before cleaning up balance sheets.

GM, Opel ed il lavoro del futuro (o il futuro del lavoro?)

2 Giugno 2009 Lascia un commento

Tre post (uno, due e tre) di Robert Reich sul salvataggio di GM che, letti di seguito, diventano un piccolo saggio sul futuro che ci attende.

In estrema sintesi, questi i punti basi del suo ragionamento:

  1. Non ha senso economico difendere a spada tratta i posti di lavoro nel settore manifatturiero: la tecnologia spinge inesorabilmente alla loro riduzione. In tutto il mondo: dagli Stati Uniti, il 11% dei posti di lavoro persi nel settore dal 1995 al 2002, ma il Giappone il 16%, il Brasile il 20% ed anche la Cina il 15%. Succede all’industria quello che è successo all’agricoltura nel secolo passato. 
  2. Ciò non vuol dire che non c’è più lavoro: vuol solo dire che il lavoro è cambiato. Un quarto dei lavori oggi censiti nelle statistiche Usa non esisteva 25 anni fa. E crescono due tipi di lavoro: quelli che Reich definisce “symbolic analytic” e quelli nei servizi alle persone a basso reddito.
  3. Lo sviluppo e la crescita dei lavori “symbolic analytic” richiedono un maggiore ed aggiornato livello di istruzione di massa per il quale gli Stati Uniti non sono attrezzati.
  4. Cinquant’anni fa il maggior datore di lavoro era la GM, con un costo orario per gli impiegati di 60$ all’ora, oggi è WalMart, ed il costo medio orario è sceso a 10$.
  5. A cosa servono i 60 miliardi di dollari investiti dal governo Usa nel salvataggio di GM?. Probabilmente solo a guadagnare tempo, per consentire un passaggio morbido da un modello all’altro. Ma la classe politica non lo sa o, se lo sa, non può dirlo, stretta fra coloro che deplorano l’intervento pubblico e coloro chevorrebbero il mantenimento sic et simplicter dello status quo.

Quanti insegnamenti, del tutto inascoltati, per noi.

E poi dicono che manca la domanda

28 Marzo 2009 Lascia un commento

Il mondo è pieno, stracolmo, di paradossi.

Con mia grande soddisfazione visto che l’illusione in base alla quale ho avviato questo blog è quella di convincere tutti che è il momento del consumo, e non quello della produzione, ad essere determinante nelle scelte strategiche della vita, sia individuale che sociale, la crisi attuale ha rilanciato alla grande il tema del sostegno alla domanda e della necessità di un’adeguato livello dei consumi.

Già, ma il buffo è che tutti parlano di rilanciare la domanda e nessuno si accorge invece che la domanda esiste e che bisogna trovare invece nuovi sstrumenti per rispondere a questa domanda.

Sono le solite riflessioni mattutine, dopo la lettura del giornale. Marchionne avverte che nel mondo vengono prodotte 30 milioni di autovetture in più di quelle necessarie, 30 su 90!!!: bella scoperta, basta girare per Milano e domandarsi dove fisicamente ci possonno stare tutte le macchine nuove che Fiat vuole produrre ogni anno. Tu ti domandi che cosa possano fare allora quelli che oggi producono quelle auto in eccesso. Poi giri qualche pagina e Stiglitz ti obbliga a riflettere sul fatto che esistono bisogn insoddisfatti enormi a cui nessuno s preoccupa di dare una risposta.

Eppure forse è un pò come la ricetta per uscire dalla crisi dei mutui sub-prime: invece di aiutare chi non riceve i pagamenti, vediamo di aiutare chi questi pagamenti deve fare ed il circuito economico ripartirà. E ripartirà su basi più giuste.

Il dollaro, gli Stati Uniti e la Cina

25 Marzo 2009 Lascia un commento

Avvisaglie della vera posta in gioco che si agita dietro la impenetrabile cortina della bufera della crisi economica e finanziaria mondaile: la competizione di potere fra Stati Uniti e Cina.

La banca centrale cinese rilancia il superamento del dollaro come moneta di riferimento del sistema economico mondiale e la sua sostituzione con qualeche forma di paniere fra le valute più importanti, fra le quali evidentemente deve rientrare anche la loro.

Qui, “China’s pursuit of galactic finance“, una dura risposta da un sito che credo rappresenti la destra moderata negli Stati Uniti. Significativo del clima. E del dibattito che in America si è aperto sulle prospettive del loro bilancio, sotto la guida di Obama. FP prevede che il debito salga dal 41% del PIL nel 2008 al 82% nel 2019. E l’aumento del debito pubblico statunitense rischia di portare all’indebolimento del dollaro, con pesanti conseguenze sui crediti che la Cina vanta nei confronti degli Stati Uniti.

Da meditare perché pieno di spunti molto importanti, questo “Should We Be Grateful to China for Buying U.S. Treasuries?” di un sito progressista. Spiega come il debito pubblico americano ed il passivo della loro bilanca dei pagamenti non siano correlati, ma soprattutto tenta di analizzare la gestione che la Cina fa del proprio attivo commerciale, e del conseguente enorme ammontare delle proprie riserve in dollari. Tiene i dollari, perchè non vuole che il dollaro si valuti, investe in titoli di Stato e, sopratutto, non utilizza appieno le proprie riserve per aumentare il reddito medio pro-capite, che è ancora al livello di Congo o Albania. Ed in questo giocano ragioni di politica interna. Probabilmente l’oligarchia in Cina sa molto bene che la classe media è si sinonimo di ampio mercato, ma anche sinonimo di democrazia. Staremo a vedere (2 apr 2009).

Un bel rompicapo per tutti.

Uno sguardo dall’alto sulla crisi economica

10 Marzo 2009 Lascia un commento

Una osservazione di Michele Salvati sull’articolo di fondo del Corriere della Sera di oggi, 9 marzo, porta nuova acqua al mulino della mia tesi della preponderanza del momento del consumo su quello della produzione.

Salvati osserva come “le diagnosi sulle origini della crisi stiano convergendo” e le identifica negli squilibri macro economici che si sono venuti a creare a livello globale negli ultimi 20/25 anni, “tra una paese egemone – consumatore e debitore –  e paesi produttori -  risparmiatori e creditori“.

Come si vede il termine egemonia è collegato al momento del consumo e non a quello della produzione.

Certo nel determinare l’egemonia degli Stati Uniti, che per la verità non data da soli venti anni, hanno giocato anche altri fattori, militari, politici ed economico/finanziari,  ma è significativo che sia sul primo aspetto che l’articolista richiami la nostra attenzione.

Mi si potrebbe obiettare che proprio la crisi attuale sta a dimostrare il fallimento di quel modello di egemonia. Ma il fallimento non colpisce la constatazione della preponderanza del momento del consumo, anzi ne ribadisce la preminenza.

La crisi, a mio giudizio, è stata determinata dal modo in cui quei consumi sono stati finanziati ed alimentati e, se vogliamo entrare in un terreno ancora più largo e profondo, la crisi è stata determinata dal tipo di consumo, non dal consumo in sè.

Il dibattito sulla ambivalenza del termine “consumo” porta molto lontano. Proprio l’altro giorno avevo fermato la mia attenzione sul contenuto negativo insito nel verbo “consumare”. Consumare vuol dire terminare, finire, far sparire una cosa, mentre il termine “produrre” ha una connotazione positiva: induce a pensare al fare, al costruire, al realizzare un’opera od un prodotto. Il produrre contiene la realizzazione di qualche cosa, mentre il consumare sembra indicare la fine di qualche cosa.

Ma è il consumo a condurre, nel bene o nel male, la danza. Oggi tutti parlano della necessità di “far ripartire” i consumi. Ma proprio per l’ambivalenza di questo termine è necessario fare attenzione a cosa si nasconde dietro di lui.

Ecco perchè la crisi deve essere utilizzata per rilanciare non il consumo generico, ma determinati tipi di consumo.

L’era della responsabilità

26 Gennaio 2009 1 commento

La prima idea di un appunto sul tema della responsabilità mi era già venuto ai tempi della nomination democratica per Obama, ma non sono andato al di là di una bozza, poi cancellata per sfinimento con il passare del tempo.

L’occasione per riflettere nuovamente sul tema, o meglio per collegare qui i fili da tirare per chi voglia firlettere sulla responsabilità cui ciascuno di noi è chiamato di fronte ai problemi del mondo, me la offre questo articolo del FT “Time to herald the Age of Responsibility“.

Il punto di partenza è ancora una volta Obama, il suo discorso di insediamento, e nel richiamare ciascuno ad assumersi le proprie responsabilità secondo me Obama non fa che riallacciarsi a tutta una cultura che permea gli Stati Uniti e che era stata già ben sintetizzata da Kennedy con il suo “non chiederti cosa lo Stato può fare per te, ma che cosa tu pui fare per lui“.

Poi c’è l’analisi teorica di Sen, nel dodicesimo capitolo del suo “Lo sviluppo è libertà“, in particolare il primo paragrafo significativamente intitolato “L’interdipendenza di libertà e responsabilità”

Poi la concreta pratica di Yunus, la realtà del microcredito che cresce, prospera e migliora la vita di tanti proprio perché fa appello alla loro personale assunzione di responsabilità. Che, a chiudere un cerchio, sul Corriere di oggi ricorda come la madre di Obama fosse attiva nella promozionedel microcredito in Indonesisa.

 

Cosa deve fare Obama

11 Novembre 2008 Lascia un commento

Immaginatevi il mondo se quanto qui analiticamente indicato fosse veramente quello che il nuovo presidente degli Stati Uniti riuscisse a fare nei quattro anni della sua presidenza.

Indubbiamente l’elezione di Obama fa sognare molti. Ma sognare non costa nulla.

Delocalizzazione, produzione ed immigrazione

3 Maggio 2008 Lascia un commento

Contrariamente a quanto comunemente ritenuto, la delocalizzazione delle imprese e l’arrivo di immigrazione sono un segno di forza di un distretto industriale.

E’ la teoria sostenuta da Giuseppe Bertola nell’articolo ”Offshoring and immigrant employment: Signs of strength

Sarebbe da studiare la bibliografia allegata.

Per incominciare collego un articolo di Alan S. Blinder, apparso nel numero di marzo/abrile 2006 di Foreign Affairs con il titolo “Offshoring: The Next Industrial Revolution?” e poi incollo qui il sommario di un paper predisposto da un certo Richard Baldwin, Institute of International Stude di Ginevra, per il governo finlandese che afferma la necessità di una revisione della politica del lavoro e dell’isturzione della CEE, dovuta al fatto che si possono delocalizzare anche i lavori intellettualmente ricchi.

Three eminent economists from Princeton University have recently argued that globalisation has entered a new phase that requires a new paradigmunderstand. This paper examines what is new in the new paradigm and considers the policy implications for Europe. Roughly speaking new-paradigm globalisation differs from the old in that it is occurring at a much finer level of disaggregation. Due to radical reductions in international communication and coordination costs, EU firms can offshore many tasks that were previously
considered non-traded. This means that international competition – which used to be primarily between firms and sectors in different nations – now occurs between individual workers performing similar tasks in different nations. The really new feature is that deeper new-paradigm globalisation will seem quite
unpredictable from the perspective of firms and sectors. Since individual tasks can be offshored, globalisation may help some workers in a given firm while harming others. Moreover, old-globalisation’s correlation between skill groups and winners and losers breaks down. Certain highly skilled tasks may turn out to be offshorable, while other highly skilled tasks are not. Increased offshoring will therefore not systematically help or hurt skilled workers in the EU. In particular, many “Information Society” jobs are prone to offshoring so EU policies aimed at moving workers into Information Society jobs may be wasted since those jobs are only ‘good jobs’ because they do not yet face direct international competition. The paper argues that this has important implications for the EU’s competitiveness strategy, education strategy, welfare states, and industrial policy. The underlying theme is that the increased unpredictability should make EU leaders more cautious about moving workers or skills in a particular direction. Flexibility is, as always, the key to allowing Europe to seize the opportunities of globalisation while minimizing the adjustment costs.