Numero chiuso

Al di là degli aspetti tecnici, su cui non sono minimamente in grado di entrare e la cui complessità, di cui uno scorcio si può cogliere da questo intervento sul lavoce.info, mi sconcerta ed induce al silenzio, quello che mi colpisce del dibattito sulla abolizione della legge Fornero è l’insistenza con cui i proponenti, e Salvini in primo luogo, battono sul tasto che il mandare in pensione gli anziani sia un modo, a volte pare l’unico modo, per dare lavoro ai giovani.

L’affermazione è falsa in punto di analisi della realtà ma sottintendo, ed è il punto che mi interessa, che il mercato del lavoro sia a numero chiuso e che un posto si libera solo se qualcuno se ne esce. Una concezione che trovo terribilmente pessimistica, che nega alla base la capacità della società di espandersi di creare ricchezza.
E che, per un vecchietto come me, ha molto il senso di una campana che batta i rintocchi della buona morte.
E’ arrivata la Lodovica ed è tempo che tu vada per lasciarle il posto.
Lo so, è così. E’ sempre stato così. Ma almeno lasciateci la speranza che ci sia spazio, nel lavoro come nella vita, per un pò più di persone di quelle che ci sono.
E agite perchè questo sia possibile.

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Trovato il colpevole

Ho trovato molto interessante questo post di Economia e politica, sul nostro debito pubblico.

Per due ragioni.
La prima posso definirla intellettuale: la spiegazioni che dà della nascita e della esplosione del ns. debito pubblico è, almeno per me, originale. La spiegazione che l’autore dà della sua crescita, concentrata negli anni fra il 1982 ed il 1994, parte dalla constatazione che

la spesa per interessi in rapporto al Pil è sempre notevolmente al di sopra della media dei Paesi dell’area euro e della Ue e in crescita sostenuta tra 1982 e 1993 … L’aumento dell’incidenza della spesa per gli interessi sul debito è dovuta alla crescita vertiginosa dei tassi di interessi sui titoli di stato a partire proprio dal 1982.

E questa ne è la ragione:

… sta nel cosiddetto divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, a seguito dell’invio da parte del ministro Andreatta al governatore Ciampi di una lettera con la quale si esentava la Banca centrale dall’obbligo di acquistare i titoli di debito emessi dal ministero e non assorbiti dal mercato.

E questo il commento politico:

L’errore dei governi italiani degli anni ’80, se si può parlare di errore e non piuttosto di scelte politiche neoliberiste, sta nel fatto di aver eliminato il compratore di ultima istanza del debito pubblico proprio nel momento in cui se ne aveva più bisogno.

L’interpretazione è interessante e chissà che non abbia il tempo di metterla a confronto con altre. (dovrei averne anche qui nel blog).

Ma mi interessa di più, in questo momento, sottolineare la seconda ragione di interesse dell’articolo.
E’ una tipica espressione della idea, secondo me assolutamente preponderante oggi in Italia, a destra come a sinistra, che la creazione di debito pubblico, ed in particolare la sua monetizzazione, sia la panacea di tutti i mali.
Lo si vede nelle accuse continue all’Europa e, di conseguenza, all’euro ed alla perdita di sovranità sulla moneta che ne è derivata, di essere all’origine della ns. mancanza di crescita. Confesso che la politica monetaria e le sue ripercussioni sull’economia sono per me un argomento ostico, ma a me pare che l’evidenza della realtà non suffraghi una tale interpretazione: oggi in Europa cresce chi ha meno debito, in alto come in basso.

E ho paura che i prossimi sei mesi, proprio i sei mesi che secondo Di Maio dovrebbero spazzare via l’Europa, ci mostreranno, e ad un costo molto pesante che appoggiarsi sul debito e sulla creazione di moneta per sostenere lo sviluppo sociale, ha conseguenze devastanti.
Spero di avere torto, ma non credo.

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La dura lotta contro la realtà. Seconda puntata

Ero stato facile profeta quando, una decina di giorni fa, avevo previsto che, dopo Salvini sulla DIciotti sarebbe stato Di Maio a scontrarsi sulla realtà dell’Ilva e a rimangiarsi, di fatto, la campagna elettorale giocata, se non ho capito male (io non la ho seguita), sulla chiusura dell’acciaieria a sull’avvio a Taranto di un nuovo modello di sviluppo basato su nulla. e tre mesi di governo passati a minacciare una revoca dell’assegnazione della gara agli indiani.

Non sono così addentro al problema per capire se era solo una tattica negoziale, e se poi ha pagato, o se forse sperava effettivamente che qualcuno, l’Avvocatura o il Ministero dell’Ambiente, gli offrissero il destro per l’annullamento della gara. Di certo è che molti dei suoi supporter ci sono rimasti male, ma che la decisione è stata, tutto sommato, saggia.

E adesso passiamo alla terza puntata della nostra viaggio attraverso le promesse del populismo. Per la verità debbo confessare che sono incerto su cosa puntare. Propenderei per Toninelli e le sue reiterate affermazioni che Autostrade non ricostruirà il Ponte Morandi, ma mi sfuggono i tempi tecnici della decisione. Per la verità c’è anche Alitalia: spunta il cavaliere giallo?
Ma forse arriva prima il Def con relativa Finanziaria e l’addio ai proclami di spezzare le reni all’Europa.
Staremo a vedere

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La dura lotta contro la realtà. Prima puntata

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nel suo discorso programmatico di fronte al Parlamento, ha orgogliosamente rivendicato per il suo governo il termine di populista. Ha specificato che essere populista vuol dire essere vicino al popolo, essere dalla sua parte, non far parte della elite e di questo ha tratto vanto.

Io ho la mia idea di cosa voglia dire essere populista: secondo me vuol dire sostenere, sempre e comunque, che esistono soluzioni semplici e facili ai problemi del nostro tempo che sono invece, purtroppo per tutti noi, complessi ed ingarbugliati. Proporre soluzioni semplici ed accattivanti, comprensibilmente, paga, e molto, sul piano elettorale e facilita grandemente il lavoro delle opposizioni. Ma, a mio giudizio, la musica cambia quando si passa dall’opposizione al governo. A quel punto non basta più dire che cosa si debba fare, ma bisogna dimostrare di essere in grado di farlo e tutti sappiamo che cosa ci sia di mezzo tra il dire ed il fare.

Questi tre mesi del nostro nuovo governo mi paiono esemplari:  un continuo parlare di come la realtà non è quella che è, ma quella, che a suo giudizio, deve essere, in uno sforzo, immane e disperato, di riuscire a costringerla lall’interno di schemi ideologici, oltretutto portato avanti con una pochezza di argomenti e con una insipienza che a me, francamente, spaventa.
Il problema è che la realtà non si lascia ingabbiare e che, prima o poi, a non tenerne conto, si va a sbattere.

Il primo a farne le spese è stato Salvini.
Il caso Diciotti è stato una sceneggiata vergognosa e pietosa da cui ha ricavato il bel risultato di una indagine per un reato, quello previsto dall’art. 289 ter del codice penale (“Sequestro di persona a scopo di coazione“) che prevede una pena che va dai 25 ai 30 anni di galera.
Buon per lui, se posso esprimere un parere rapido da profano, che il procuratore vi ha aggiunto anche i reati di arresto illegale e di abuso di ufficio, di molto minore gravità, e che i suoi uffici hanno dichiarato che i migranti erano trattenuti sulla nave perché il porto di Catania non era considerato porto sicuro. Una scusa risibile, ma comunque una scusa che può essere usata in Tribunale, ove vi si arrivasse.

E tutto questo perché?
Per evitare di accogliere 177 persone quando in questo mese di agosto ne sono sbarcati, se non sbaglio, quasi 300.
Che differenza avrebbe fatto averne 500?
Chiedere a Salvini.
(Non ho trovato, e non ho, per la verità, molta voglia di cercare una conferma a questo dato che ho letto in questi giorni. In compenso ho trovato questi dati aggiornati a giugno e che, forse fra qualche tempo, verranno aggiornati anche ad agosto)

Non è che la prima puntata del triste racconto della lotta del nostro governo contro la realtà. Pronto a scommettere che la seconda puntata riguarderà l’altro vice premier, il buon Luigi Di Maio, ed avrà per argomento l’Ilva.

E sullo sfondo il problema del finanziamento del ns. debito pubblico.
Ma diamo tempo al tempo. Come mi hanno insegnato tanti anni fa, le bugie hanno le gambe corte.

 

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Il significato delle parole: catoblepismo

Una serie di rinvii, più che una analisi.

Lo spunto è un articolo su Chicago Blog a proposito del nuovo attivismo della Cassa Depositi e Prestiti ed alla esternazioni di Di Maio sul suo futuro destino.
Questa la pagina dedicata al termine da Wikipedia, ma più utile un intervento di Massimo Lo Cicero  a rposito alla riutilizzazione, nel 2013, del termine da parte di Fabrizio Barca, all’epoca ministro del governo Monti.

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Meglio tardi che mai

Fubini scrive, sul Corriere di oggi,  che “per la prima volta sta diventando possibile voltarsi indietro e tentare un bilancio di qualcosa che non sia solo una serie di anni orribili, perché l’Italia e l’Europa a questo punto vantano una ripresa che ha già quattro anni nelle gambe: dal 2014 al 2017″ e ne trae spunto per una analisi largamente condivisibile: non abbiamo avuto austerità, il nostro debito non è diminuito, anzi, ma la nostra crescita è la più bassa d’Europa.

E allora?

Allora niente. Come giustamente nota Fubini su di una cosa tutta la ns. classe politica, ed immagino, dietro a lei, tutto il paese, è compattamente d’accordo: per crescere ancora e ancora meglio è necessario fare nuovo debito.

Non è vero. Non era vero ieri e non è vero oggi. Non affrontare alla radice il problema del debito (oggi ce lo ha ricordato anche il Fondo Monetario Internazionale, per l’ennesima volta) ci condanna ad un lento, e speriamo tranquillo declino.
E se va bene a tutti me lo farò andare bene anch’io. Continuando a protestare.

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Quello di cui non si parla

Il post l’avevo cominciato lo scorso anno e poi dimenticato nelle bozze. Lo ripubblico oggi senza modificare l’esordio, oramai datato. Ma tanto chi mi legge? Per me rimane un appunto importante da non perdere

Avete visto quante chiacchiere e quanti dotti articoli ha suscitato il recente rapporto annuale dell’Isat per il 2017? Non ci sono più le classi sociali, siamo tutti centenari, i giovani stanno con i genitori, e via cantando. Chi più ne ha più ne metta.
E chi vi ha detto qualche cosa di questo simpaticissimo grafico?

E’ la figura 1.31 del rapporto dell’Istat e, elaborata su dati OCSE, mette in relazione la crescita (diminuzione) del prodotto lordo pro capite con la crescita (diminuzione) della produttività totale dei fattori nei principali paese OCSE dal 2000 al 2014. Ogni pallino azzurro indica un paese. Non chiedetemi perché nel trasferire qui la tabella dell’Istat (per me non è stato facile) quelle che nell’originale erano due lettere identificative dei paese sono diventati dei numeri.
Con un pò di pazienza ho ricostruito la legenda, spero correttamente (comunque l’originale è a pag. 54 del rapporto Istat):
Australia 23 – Austria 1 – Belgio 11 – Canada 14 – Danimarca 6 – Finlandia 12 – Francia 7 – Germania 17 – Irlanda 20 – Italia -7 – Giappone 10 – Paesi Bassi 9 – Nuova Zelanda 24 – Portogallo 0 – Spagna 4 – Svezia 20 – Svizzera 4 – Regno Unito 15 – Stati Uniti 13.

Come si vede, gli unici paesi in cui la produttività totale non è aumentata sono i tre paesi mediterranei (Italia, Portogallo e Spagna) e l’unica in cui il reddito pro capite è diminuito, e pesantemente, nei quindi anni sotto analisi, è l’Italia.

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Il riacquisto di azioni

Non sapevo che negli Usa l’acquisto di azioni proprie era vietato fino agli anni di Reagan.

Per il resto nulla da aggiungere alla considerazioni di Reich sull’uso che dello strumento viene fatto. La finanza è il problema del nostro tempo e mi viene da sorridere quando, soprattutto da noi, si sostiene che il modo per uscire dai problemi è quello di aumentare il debito. Per questo sono molto curioso di vedere all’opera il nuovo governo. Sul maggior debito sono d’accordo tutti e troveranno il modo per farlo. E vediamo cosa succede.

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Leggere e non dimenticare

Solo un rinvio, per ricordare quello di cui nessuno parla e che invece determinerà, ancora una volta, il nostro futuro:

La deregulation finanziaria è pericolosa quanto i dazi

Io mi permetterei di modificare leggermente il titolo, aggiungendo un piccolo avverbio    “La deregulation finanziaria è più pericolosa dei dazi”

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Considerazioni sparse sui dazi imposti dagli Stati Uniti

La recente decisione di Trump di imporre dazi sulle importazioni di acciaio e di alluminio negli Stati Uniti mi pare un buon test per l’impostazione teorica del mio blog, anche se, come sempre, non ho trovato analisi che seguano la falsariga che nella mia logica mi pare la più rispondente alla realtà e la più utile a valutarne le conseguenze.

Non sono riuscito a trovare con facilità i dati che mi servirebbero per supportare la mia ipotesi che è quella che, nella realtà, a pagare il costo della politica di Trump saranno i consumatori americani, a riprova della teoria che bisognerebbe tener conto molto di più degli interessi dei consumatori che di quelli dei produttori.
Mi servirebbero, e se qualcuno mi aiutasse ne sarei veramente contento, i seguenti dati:

  1. I consumi interni di acciaio e di alluminio degli Stati Uniti
  2. La quota di questi consumi che è coperta dalla produzione interna e, di riflesso, quella coperta dalle importazioni
  3. La capacità produttiva inutilizzata delle industrie statunitensi che, oggi, producono acciaio ed alluminio in patria.
  4. I tempi, ed i capitali, necessari affinché nuova capacità produttiva nazionale possa essere aggiunta a quella esistente.

Poi ci guarderò con calma, ma qui probabilmente ci sono le risposte alle mie domande. Breve illusione. Le risposte ci sono, ma costano una cifra. Cercherò ancora. Questa, probabilmente, è una strada migliore: comunicato stampa sulle importazioni di acciaio negli Stati Uniti per consumi nel 2017, divisi per paese. Che mi porta nel sito del Census Bureau degli Stati Uniti. Probabilmente bisogna scavare qui. Invece la soluzione era molto più semplice. Non ho avuto tempo di guardare, ma nel comunicato con cui il ministero del Commercio americano propone i dazi mi pare ci siano proprio tutti i dati che io chiedo.

Comunque questi sono i primi dati che ho raccolto: gli Stati Uniti hanno prodotto, credo nel 2017, 87 milioni di tonnellate metriche di acciaio (cfr. The Atlantic qui) e ne hanno importate, (cfr. il comunicato stampa sopra riportato) 30 milioni nel 2016.

La mia ipotesi è parte dall’idea che, comunque, i consumi di  acciaio e di alluminio attuali degli Stati Uniti debbano essere soddisfatti e che, quindi, in mancanza di una capacità produttiva inutilizzata particolarmente ampia, le industrie americane continueranno ad acquistare all’estero, a prezzi maggiorati, l’acciaio e l’alluminio di cui hanno bisogno. E che, inevitabilmente, i maggiori costi si trasferiranno a valle, sulle spalle dei consumatori, e degli elettori, americani. Questo almeno fino a quando l’industria del settore non avrà attivato la maggiore capacità produttiva interna.
Ma a che costi? e con che tempi?
E quale industria sarebbe disponibile ad investire capitali, che a me paiono ingenti ed a redditività molto differita, in una situazione la cui convenienza economica si basa su di una decisione politica a detta di molti estemporanea, molto poco in linea con quelli che sono le idee economiche dominanti, specie all’interno della classe imprenditoriale, presa da una amministrazione che non pare avere davanti a se una durata particolarmente rassicurante, sottoposta ad un altissimo rischio di contestazione a livello di organi giurisdizionali internazionali, e quindi molto esposta al rischio di venire revocata in tempi piuttosto brevi?

In rete, in un breve giro domenicale, non ho trovato analisi simili. Per la verità non è proprio del tutto vero. Tracce se ne trovano, come in questo intervento del rappresentante della AIA (Aerospace industries association) americana, e, a girare, altre ne uscirebbero, perché mi sembra una posizione reale e condivisibile. Ancora una volta per capire bne cosa succede bisogna partire dal momento del consumo, non da quello della produzione.

Utile, ma completamente centrata su di una analisi di quale dovrebbe essere la risposta della CEE, questo paper di Uri Dadush su Bruegel “U.S. steel and aluminium tariffs: how should the EU respond?“. L’intervento mi pare molto centrato sul concetto di interesse nazionale che, se non ho capito male, è stato invocato da Trump per giustificare il suo intervento al fine di evitare la bocciatura del Wto.
Più interessante il rinvio ad un articolo del 2005, disponibile solo a pagamento, che esamina una situazione simile che si è verificata fra Stati Uniti e Messico nel 2002, quando fu l’amministrazione Bush, e le cui conclusioni sono state che le decisioni di allora

lead to significant net job losses and net welfare losses, not net gains

Più ponderoso, ma disponibile, un articolo più recente, le cui conclusioni mi paiono comunque molto simili Why trade, and what would be the consequences of protectionism? 

Anche questa (The Unintended Consequences of U.S. Steel Import Tariffs: A Quantification of the Impact During 2002) è una analisi disponibile in rete sugli effetti del provvedimento del 2002 sull’acciaio, e le sue conclusioni sono sempre quelle: il protezionismo provoca più danni che benefici.

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