Apple e le tasse

Un caso da manuale, su cui varrebbe molto la pena di riflettere e che si collega benissimo a quel posto che mi è rimasto nella testa sulla valenza estrattiva delle grandi imprese.

Ho trovato molto buono, esauriente e chiaro l’articolo di Francesco Renne “Il caso Apple: la mela de il paradiso (fiscale) perduto” su nfA [era tanto che non vi appariva un articolo interessante]. Molto condivisibile anche perché afferma chiaramente che da un punto di vista liberale la concorrenza importa, e molto,
Ed anche perché, per quel poco che vedo io, dai settori liberali e liberisti ogni volta che vengono toccate le grandi aziende scatta un riflesso, che io definisco pavloviano, di difesa a prescindere. Ben lo si evince anche dal commento di Giannino sul tema, con i tanti rinvii alle posizioni dell’Istituto Bruno Leoni in argomento, anche se, a ben vedere, Renne (e la Commissione Europea) parlano di concorrenza, mentre Giannino parla di fiscalità. Due facce diverse del caso Apple/Irlanda, che si integrano e si sovrappongono in maniera inestricabile,e lasciando a ciascuno la libertà di sceglier eil versante che più gli aggrada.
Ma resta la domanda di fondo: le grandi imprese sono estrattive?

Più in dettaglio: è utile, a tutti, che Apple sieda su 200 miliari di dollari di liquidità a cui non è capace di trovare un impiego? Basta la risposta che sono la giusta remunerazione della sua genialità?

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Partito della giustizia fra le generazioni

La definizione non è mia, ma di Giannino, lucido e spietato per sepellire sotto una montagna di dati la retorica di una classe dirigente che continua a massacrare le giovani generazioni. Un sogno che non si avvererà, anche se io non capisco perché i giovani non si ribellino: bastano le paghette che ricevono da nonni e padri?

Leggete l’articolo e ricordatevi di tutti i numeri aggiaccianti che contiene ogni volta che sentite Camusso e soci, e non sono poche, lamentarsi per le ingiustizie che subiscono i poveri pensionati.

Una montagna di ipocriti e ciechi, incapaci di analizzare la realtà, di capire cosa succede e buoni solo a violentare le giovani generazioni.

Altro che pedofili.

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Qualcuno se ne è accorto?

Per ora è solo un promemoria.

Ho cominciato da Stiglitz che, molto sinteticamente, accenna ai problemi che suscita il progressivo venir meno della concorrenza, a cominciare dalla crescita della diseguaglianza sociale, per arrivare ad un documento del Council of Economic Advisers del presidente Obama che spezza una lancia a favore del mercato competitivo.
Rinvio un approfondimento a dopo che lo avrò letto.

Per ora mi limito a constatare che la fonte è autorevole, il documento è recente (aprile 2016) ma che l’eco che se ne è avuta è stata, almeno per me, molto limitata. Ed è già un segno di quanto il problema, secondo me decisivo, è sentito a livello della opinione pubblica.

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Dati e parole

Di per sè non è certo un granché. Ma questo simpatico articolo è la prova di quanto poco i nostri politici guardino alla realtà dei fatti e quanto invece siano prigionieri dei propri slogan, anche quando i fatti, se guardati con un minimo di realismo e di raziocinio, sono pronti a contraddire tali slogan.
E’ il caso, qui, della richiesta leghista del mantenere le tasse sul territorio: i dati dicono che ci si arriva senza fatica. Anzi …

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Il potere oggi

La condivisione su Facebook del Corriere della Sera lascia a desiderare e mi costringere a collegare qui il fondo di oggi, 17 aprile, di Galli della Loggia “L’erosione di destra e sinistra che omologa la politica“, anche se gli articoli del blog preferisco riservali alle riflessioni più mature, invece che agli spunti.

Ne approfitto per aggiungere anche un bell’articolo statunitense, recuperato qui dove ci sono altri interessanti rinvii, soprattutto a libri, sul tema del potere, “Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens“.

In comune le due riflessioni hanno l’accento sul ruolo che l’organizzazione gioca nel far prevalere gli interessi dei gruppi ristretti rispetto a quelli della massa dei cittadini disorganizzati. Il risultato, fortemente sottolineato nell’articolo americano, è un progressivo e consistente svuotamento della democrazia.

La conclusione non sorprende, anche nella mia logica, anzi.
Uno dei punti di partenza della mia ipotesi di analisi della società moderna è infatti quello che il progressivo emergere della importanza del momento del consumo rispetto a quello della produzione dovrebbe portare con sè anche uno spostamento  della effettiva capacità di influenza sui processi decisionali.
Ma il consumo è, per sua natura, un momento molto più individuale ed individualista che la produzione, soprattutto la produzione di massa che ha contraddistinto l’avvento della industrializzazione.
Con l’emersione della importanza del consumo, con i suoi corollari (tempo libero, evasione, individualismo, …) vengono meno le grandi letture ideologiche dell’otto-novecento e con esse la tradizionale distinzione politica di destra-sinistra. Il consumatore individuale è per forza richiamato nella sua sfera personale, in questo facilitato dalle politiche di marketing imposte proprio dal suo nuovo potere: il produttore è obbligato a segmentare, differenziare, personalizzare, di fatto ad individualizzare la produzione, seguendo e rinforzando l’individualizzazione del consumatore.

Uno scenario al cui interno ben si colloca l’analisi di GDL: l’aggregazione degli interessi diventa sempre più difficile, perché i percorsi personali si differenziano e diventa più facile il prevalere degli interessi di quei pochi, di solito produttori, che invece riescono ad operare uniti.

Rimangono, ma con ogni probabilità non bastano, gli interessi diffusi (salute, ambiente, beni comuni) ma non sono sufficienti ad operare una solida aggregazione che si tramuti in azione politica.

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Il rifugio Europa

Divento vecchio e capita sempre più spesso che mi assalga la nostalgia, se non la commozione.

Così mi è successo ieri sera, quando il TG ha dato la notizia della barriera che l’Austria sta costruendo al passo del Brennero. Non potevo non riandare col pensiero a quel rifugio, appollaiato sulla cresta, ma in alto, in alto, tanto in alto, a cui siamo arrivati (quanti anni fa?) partendo proprio dal passo. Una bella salita. Più di millecinquecento metri di salita, ripida. Ma allora eravamo giovani ed allegri.

E la piacevole scoperta che il rifugio era costruito proprio a cavallo del confine, una parte in Austria ed una in Italia. E non a caso il rifugio era stato battezzato Europa. Per anni è stato per me il simbolo concreto della stupidità dei confini. E dovevo arrivare a 65 anni per scoprire invece che c’è chi li vuole ancora? Cosa farà l’Austria? Metterà il filo spinato anche dentro al rifugio, fra la cucina e la sala da pranzo, così potranno vivere sicuri che nessun impuro li contaminerà?

Riuscirò questa estate a ritornare in pellegrinaggio a meditare nel luogo dove ho imparato che i confini non hanno senso? Chi lo sa. Sono diventato vecchio e sono sempre più solo. Ma forse ci proverò. Alla faccia di chi erige muri, barriere, fili spinati.

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Finalmente se ne è accorto qualcuno

Che in Italia i pensionati siano dei poveracci da proteggere credo sia un luogo comune. Una specie da tutelare.
Non so quante volte, in queste pagine, ho cercato invece di richiamare l’attenzione su quanto in Italia gli anziani abbiano prevaricato e stiano prevaricando sui giovani. E quando parlo di anziani faccio riferimento soprattutto alla mia generazione, oramai abbondantemente pensionata. Non ho il gusto dell’autocitazione né ho voglia di mettermi a frugare. Lo faccia che ne ha voglia e tempo.

Per questo stamattina sono sobbalzato sulla sedia quando ho visto l’articolo di fondo del Corriere “Rovesciamo la clessidra“: una firma autorevole dice che è venuto il momento di guardare al futuro e non al passato e di concentrare le scarse risorse pubbliche sui giovani e non sui vecchi.

Parole sacrosante, ma credo inutili. Quel che non si vuol dire è che gli anziani non sono una categoria demografica ma oggi, e soprattutto in Italia, sono una classe sociale con precisi interessi e, soprattutto, con il potere di indirizzare le risorse pubbliche al propprio servizio.

Il tragico, per chi resterà, è che loro passeranno, ma resteranno i danni che il loro (il nostro) comportamento. Il declino, grazie a noi, continuerà.

Confesso che sono curioso di vedere se l’articolo di Ferrera susciterà qualche reazione o se tutto scivolerà sotto silenzio

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Qualche idea nuova

Sono solo parole. Ma almeno hanno il merito di essere nuove.
Questa l’impressione che lascia l’articolo di Mauro Magatti “Un nuovo modello sostenibile che leghi economia e società” sul Corriere del 7 aprile 2016. (Qui una versione in pdf utile per stampare e rileggere)

Non sono d’accordo su multo, in particolare sul continuo, logoro e per me insopportabile luogo comune della condanna del consumismo. Tanto, gira e rigira, lì si deve tornare.

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Sviluppo e stagnazione

L’articolo “U.S. Economic Prospects: Secular Stagnation, Hysteresis, and the Zero Lower Bound” di Summers, pezzo grosso fra gli economisti americani ed ex ministro del Tesoro di Clinton, non è recente (2014) ma io lo ho recuperato solo ieri qui. Ancora più vecchio (2001) è lo studio di Thomas Laubach e John C. Williams sul concetto e sulla misurazione del tasso naturale di interesse.
(Qui la definizione di isteresi)

Summers lo ho letto, l’altro non ancora e dalla scorsa che gli ho dato mi pare troppo tecnico per me.
La prima domanda per me naturale è: ma se allora già da tempo si sa che la semplice politica monetaria non riesce a garantire uno sviluppo adeguato, perché tutti la considerano un toccasana e trattano i banchieri centrali con una riverenza che si riserva, a metà, ai salvatori e ai taumaturghi? La risposta credo di avermela già data, forse è qui nel blog da qualche parte: la politica monetaria è l’unica che i frammentanti ed indecisi sistemi politici riescono a dare oggi. E’ relativamente invisibile, non ha impatti immediati sull’opinione pubblica e viene presa a maggioranza da organi molto lontani dalla scrutinio politico a cui la vulgata di questi anni è riuscita a conferire una fama di efficienza, imparzialità e competenza.
Peccato per tutti noi che la politica monetaria non serva più.

Seguiamo il ragionamento di Summers.

L’economia (lui si riferisce a quella americana) viaggia da anni al di sotto del suo potenziale: il dato più interessante è il progressivo calo del tasso di occupazione, anche nella classe di età cruciale, quella degli uomini fra i 25 e i 54 anni.

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Cina sì – Cina no

Magari l’argomento verrà di moda. Per ora tre rinvii: il primo all’articolo del Corriere della Sera che mi ha messo il problema sotto gli occhi, il secondo al questionario della UE ed il terzo al contro-questionario di Grillo.

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