Raccomandazioni vincolanti

Di nuovo le chiacchiere davanti ai fatti.
E ancora una prova della pochezza di una classe dirigente.
Che riesce a partorire in Consiglio dei Ministri un decreto di cui, dieci minuti dopo, tutti dicono di non aver visto; capace di inventare nuove creature mitologiche come le raccomandazioni vincolanti; abilissima ad accapigliarsi sulle parole, molto meno nel redigere testi legislativi chiari, semplici e, soprattutto, applicabili; intenta, tutti i santi giorni, a disquisire di complotti, di manine e di manone e mai di numeri e fatti. Con il risultato certo che porterà il paese a sbattere.
Questa volta la materia del contendere è il codice degli appalti, o, più precisamente, il Decreto Legislativo 18 aprile 2017, n. 50 “Attuazione delle direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE sull’aggiudicazione dei contratti di concessione, sugli appalti pubblici e sulle procedure d’appalto degli enti erogatori nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti e dei servizi postali, nonche’ per il riordino della disciplina vigente in materia di contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture” (qui il testo completo da GU, solo 253 pagine comprensive di allegati).
La pietra dello scandalo è il 2′ comma dell’art. 211 che, nel testo originario attribuiva poteri alla Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) guida da Raffaele Cantone che è un pò come la Madonna, non se ne può parlar male, nè, tantomeno, limitarne i poteri, anzi … . Questo il testo “Qualora l’ANAC, nell’esercizio delle proprie funzioni, ritenga sussistente un vizio di legittimita’ in uno degli atti della procedura di gara invita mediante atto di raccomandazione la stazione appaltante ad agire in autotutela e a rimuovere altresi’ gli eventuali effetti degli atti illegittimi, entro un termine non superiore a sessanta giorni. Il mancato adeguamento della stazione appaltante alla raccomandazione vincolante dell’Autorita’ entro il termine fissato e’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria entro il limite minimo di euro 250,00 e il limite massimo di euro 25.000,00, posta a carico del dirigente responsabile. La sanzione incide altresi’ sul sistema reputazionale delle stazioni appaltanti, di cui all’articolo 36 del presente decreto. La raccomandazione e’ impugnabile innanzi ai competenti organi della giustizia amministrativa ai sensi dell’articolo 120 del codice del processo amministrativo.” 

Qualcuno, con ogni probabilità lo Spirito Santo, nell’ultimo CdM ha abrogato il comma, forse un pochettino perplesso sulla strana figura di una raccomandazione che se è raccomandazione non può essere vincolante o se è vincolante non è una raccomandazione, col risultato che tutti, a cominciare dal PD, hanno cominciato a strillare contro i corrotti e i corruttori che sono in grado di arrivare dovunque.
Sul Corriere della Sera di giovedì 20 aprile (non riesco a ritrovarle in rete) all’argomento erano dedicate due pagine intere, con una colonnina in cui un avvocato amministrativista faceva, ragionevolmente, rilevare che si trattava di una norma al minimo imprecisa e su cui gravava il sospetto di illegittimità costituzionale per eccesso di delega e che la sua abrogazione era opportuna proprio per garantire l’applicabilità della norma, ed il resto di infinite,stucchevoli, discussioni, sugli autori, i mandanti, i beneficiari e via cantando di un atto di cui nessuno, a cominciare da chi a quel CdM aveva partecipato, rivendicava la paternità.

Messi sempre meglio

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“E’difficili essere ottimisti sul futuro.” Ma è vero?

Di solito le interviste non mi piacciono e romanzi non ne leggo. Eppure, come molto spesso accade, a volte mi capita di dovermi ricredere.

E’ il caso di questa intervista ad un romanziere americano, un certo Jonathan Franzen, per me, e probabilmente scandalizzo molti, un perfetto sconosciuto. La sua analisi dell’America di Trump è interessante ma molto di più  trovo importanti e degne di riflessioni le sue considerazioni sulla società attuale ed in particolare la contrapposizione che lui fa fra cittadini consumatori.

Afferma, sul finire, “il vero problema è che le persone non si vedono come cittadini, ma come consumatori: i primi partecipano alla società costruttivamente, i secondi si limitano a pretendere: «Il consumatore ti dirà: non mi piacciono i fatti, voglio l’ignoranza. E così Spicer è un sollievo per i consumatori. Perché nega la realtà»”. Con ogni probabilità io sono più ottimista di lui, o forse voglio a tutti i costi che la realtà corrisponda alle mie idee, ma ritengo che l’obiettivo sia proprio quello di arrivare a far coincidere i due termini: il consumatore deve diventare un cittadino, proprio perché il cittadino è, innanzitutto, un consumatore.

E poi c’è il problema dell’influenza della circolazione crescente delle informazioni sulla democrazia liberale: Franzen si domanda “se stiamo scoprendo che la democrazia liberale è qualcosa che è stato praticato solo da una piccola percentuale della popolazione: una volta aperta la strada alla democrazia radicale nella forma dei social media, e di Twitter in particolare, ci stiamo accorgendo che la maggior parte della gente è antidemocratica, che è crudele e cattiva e arrabbiata e piena d’odio”.

Poi ci sono le riflessioni sul ruolo degli esperti, quelle sull’automazione. Tanto nel breve spazio di una intervista. E tutto stimolante. Lui è pessimista, io meno, per mia fortuna.

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Voucher: perché non ci hanno fatto votare?

Presto e bene …
Anche nel caso del decreto legge con cui il governo Gentiloni ha cancellato la normativa dei voucher pare che il vecchio detto ben si adatti.
Leggete cosa succede oggi in pratica, visto che la nuova normativa è, evidentemente, già in vigore anche se, come pare aver detto il ministero del Lavoro “nel periodo transitorio valgono le norme previgenti“. Che però il decreto abroga.
Vengono quindi abrogate, per decreto, delle norme che, secondo il ministero, rimangono in vigore. Le circolari ministeriali prevalgono sui decreti legge governativi?
Demenziale.

Il tutto perché? Perché politicamente Renzi non se la sentiva di andare allo scontro referendario con la Cgil? Sono convinto che avrebbe vinto a mani basse, come sempre è successo quando siamo stati chiamati a votare su problemi sui temi del lavoro, a cominciare da quello famoso sulla scala mobile, oramai millenni fa.

Certo. Gentiloni ha detto che farà una legge migliore, più bella, ecc. Per il momento l’unica cosa certa è che nessuno capisce più niente, che nel bilancio dello stato di quest’anno mancheranno, Seminerio docet, i 350 milioni che versavano gli acquirenti dei voucher, che chi voleva lavorare continuerà a farlo in nero e che le informazioni che venivano a chi doveva controllare l’uso dei voucher spariranno.
Tutti contenti. Ed io sono sempre più convinto di vivere in un paese di matti.
Ma sanno quello che fanno?

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Disuguaglianza: analisi e proposte

Chissà perché a volte capita che articoli interessanti si accavallino in poco tempo. Mi è successo ieri sul tema della disuguaglianza. Forse avevo più tempo a, come sempre, secondo me le cose accadono per caso..
Si comincia con un rinvio trovato su Ichino ad un americano che nei numeri della disuguaglianza trova le ragioni della crescita del populismo. L’autore è Pushan Dutt  e il suo articolo “Comprendere il populismo: i numeri delle disuguaglianze” lo trovate, tradotto in italiano qui, su IdemLab. Buona analisi, dei bei grafici ma poche proposte, come sempre.

Questo il grafico che mi è piaciuto di più, anche per della curva di Miles Corak non avevo mai sentito parlare.

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Anche in questo grafico, come in quello di ieri, mi pare che siamo posizionati bene.

Ma se Dutt analizza e poco propone, schioccante è, proprio sul lato delle proposte per la riduzione delle disuguaglianze, l’analisi dello storico Walter Scheidel “Throughout history, the best ways to reduce inequality have been disease and destruction“. Non sono proposte, ma è una analisi storica che però parrebbe lasciare poco spazio ad azioni concrete.

Qualche speranza la lascia invece, A.B. Atkinson di cui ho recuperato un paper “Inequality – what can be done?” dove sintetizza i risultati del suo libro del 2015, un testo su cui spero di poter tornare, anche perché, scorso rapidamente anche lui mi lascia con la domanda che sempre mi sfiora quando penso a questi problemi: ma la concorrenza non c’entra proprio niente?

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Sempre ben piazzati ed in buona compagnia

Per riprendere forse in effetti la cosa più semplice è ricominciare da un bel grafico.

Arriva dal Financial Times, e loro guardano la Gran Bretagna. Ma a me interessa vedere dove siamo noi. Mi pare sotto a tutti, in compagnia del Portogallo. Dietro c’è solo la Grecia. Forse riusciamo a raggingerla

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Apple e le tasse

Un caso da manuale, su cui varrebbe molto la pena di riflettere e che si collega benissimo a quel posto che mi è rimasto nella testa sulla valenza estrattiva delle grandi imprese.

Ho trovato molto buono, esauriente e chiaro l’articolo di Francesco Renne “Il caso Apple: la mela de il paradiso (fiscale) perduto” su nfA [era tanto che non vi appariva un articolo interessante]. Molto condivisibile anche perché afferma chiaramente che da un punto di vista liberale la concorrenza importa, e molto,
Ed anche perché, per quel poco che vedo io, dai settori liberali e liberisti ogni volta che vengono toccate le grandi aziende scatta un riflesso, che io definisco pavloviano, di difesa a prescindere. Ben lo si evince anche dal commento di Giannino sul tema, con i tanti rinvii alle posizioni dell’Istituto Bruno Leoni in argomento, anche se, a ben vedere, Renne (e la Commissione Europea) parlano di concorrenza, mentre Giannino parla di fiscalità. Due facce diverse del caso Apple/Irlanda, che si integrano e si sovrappongono in maniera inestricabile,e lasciando a ciascuno la libertà di sceglier eil versante che più gli aggrada.
Ma resta la domanda di fondo: le grandi imprese sono estrattive?

Più in dettaglio: è utile, a tutti, che Apple sieda su 200 miliari di dollari di liquidità a cui non è capace di trovare un impiego? Basta la risposta che sono la giusta remunerazione della sua genialità?

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Partito della giustizia fra le generazioni

La definizione non è mia, ma di Giannino, lucido e spietato per sepellire sotto una montagna di dati la retorica di una classe dirigente che continua a massacrare le giovani generazioni. Un sogno che non si avvererà, anche se io non capisco perché i giovani non si ribellino: bastano le paghette che ricevono da nonni e padri?

Leggete l’articolo e ricordatevi di tutti i numeri aggiaccianti che contiene ogni volta che sentite Camusso e soci, e non sono poche, lamentarsi per le ingiustizie che subiscono i poveri pensionati.

Una montagna di ipocriti e ciechi, incapaci di analizzare la realtà, di capire cosa succede e buoni solo a violentare le giovani generazioni.

Altro che pedofili.

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Qualcuno se ne è accorto?

Per ora è solo un promemoria.

Ho cominciato da Stiglitz che, molto sinteticamente, accenna ai problemi che suscita il progressivo venir meno della concorrenza, a cominciare dalla crescita della diseguaglianza sociale, per arrivare ad un documento del Council of Economic Advisers del presidente Obama che spezza una lancia a favore del mercato competitivo.
Rinvio un approfondimento a dopo che lo avrò letto.

Per ora mi limito a constatare che la fonte è autorevole, il documento è recente (aprile 2016) ma che l’eco che se ne è avuta è stata, almeno per me, molto limitata. Ed è già un segno di quanto il problema, secondo me decisivo, è sentito a livello della opinione pubblica.

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Dati e parole

Di per sè non è certo un granché. Ma questo simpatico articolo è la prova di quanto poco i nostri politici guardino alla realtà dei fatti e quanto invece siano prigionieri dei propri slogan, anche quando i fatti, se guardati con un minimo di realismo e di raziocinio, sono pronti a contraddire tali slogan.
E’ il caso, qui, della richiesta leghista del mantenere le tasse sul territorio: i dati dicono che ci si arriva senza fatica. Anzi …

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Il potere oggi

La condivisione su Facebook del Corriere della Sera lascia a desiderare e mi costringere a collegare qui il fondo di oggi, 17 aprile, di Galli della Loggia “L’erosione di destra e sinistra che omologa la politica“, anche se gli articoli del blog preferisco riservali alle riflessioni più mature, invece che agli spunti.

Ne approfitto per aggiungere anche un bell’articolo statunitense, recuperato qui dove ci sono altri interessanti rinvii, soprattutto a libri, sul tema del potere, “Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens“.

In comune le due riflessioni hanno l’accento sul ruolo che l’organizzazione gioca nel far prevalere gli interessi dei gruppi ristretti rispetto a quelli della massa dei cittadini disorganizzati. Il risultato, fortemente sottolineato nell’articolo americano, è un progressivo e consistente svuotamento della democrazia.

La conclusione non sorprende, anche nella mia logica, anzi.
Uno dei punti di partenza della mia ipotesi di analisi della società moderna è infatti quello che il progressivo emergere della importanza del momento del consumo rispetto a quello della produzione dovrebbe portare con sè anche uno spostamento  della effettiva capacità di influenza sui processi decisionali.
Ma il consumo è, per sua natura, un momento molto più individuale ed individualista che la produzione, soprattutto la produzione di massa che ha contraddistinto l’avvento della industrializzazione.
Con l’emersione della importanza del consumo, con i suoi corollari (tempo libero, evasione, individualismo, …) vengono meno le grandi letture ideologiche dell’otto-novecento e con esse la tradizionale distinzione politica di destra-sinistra. Il consumatore individuale è per forza richiamato nella sua sfera personale, in questo facilitato dalle politiche di marketing imposte proprio dal suo nuovo potere: il produttore è obbligato a segmentare, differenziare, personalizzare, di fatto ad individualizzare la produzione, seguendo e rinforzando l’individualizzazione del consumatore.

Uno scenario al cui interno ben si colloca l’analisi di GDL: l’aggregazione degli interessi diventa sempre più difficile, perché i percorsi personali si differenziano e diventa più facile il prevalere degli interessi di quei pochi, di solito produttori, che invece riescono ad operare uniti.

Rimangono, ma con ogni probabilità non bastano, gli interessi diffusi (salute, ambiente, beni comuni) ma non sono sufficienti ad operare una solida aggregazione che si tramuti in azione politica.

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