Il significato delle parole: catoblepismo

Una serie di rinvii, più che una analisi.

Lo spunto è un articolo su Chicago Blog a proposito del nuovo attivismo della Cassa Depositi e Prestiti ed alla esternazioni di Di Maio sul suo futuro destino.
Questa la pagina dedicata al termine da Wikipedia, ma più utile un intervento di Massimo Lo Cicero  a rposito alla riutilizzazione, nel 2013, del termine da parte di Fabrizio Barca, all’epoca ministro del governo Monti.

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Meglio tardi che mai

Fubini scrive, sul Corriere di oggi,  che “per la prima volta sta diventando possibile voltarsi indietro e tentare un bilancio di qualcosa che non sia solo una serie di anni orribili, perché l’Italia e l’Europa a questo punto vantano una ripresa che ha già quattro anni nelle gambe: dal 2014 al 2017″ e ne trae spunto per una analisi largamente condivisibile: non abbiamo avuto austerità, il nostro debito non è diminuito, anzi, ma la nostra crescita è la più bassa d’Europa.

E allora?

Allora niente. Come giustamente nota Fubini su di una cosa tutta la ns. classe politica, ed immagino, dietro a lei, tutto il paese, è compattamente d’accordo: per crescere ancora e ancora meglio è necessario fare nuovo debito.

Non è vero. Non era vero ieri e non è vero oggi. Non affrontare alla radice il problema del debito (oggi ce lo ha ricordato anche il Fondo Monetario Internazionale, per l’ennesima volta) ci condanna ad un lento, e speriamo tranquillo declino.
E se va bene a tutti me lo farò andare bene anch’io. Continuando a protestare.

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Quello di cui non si parla

Il post l’avevo cominciato lo scorso anno e poi dimenticato nelle bozze. Lo ripubblico oggi senza modificare l’esordio, oramai datato. Ma tanto chi mi legge? Per me rimane un appunto importante da non perdere

Avete visto quante chiacchiere e quanti dotti articoli ha suscitato il recente rapporto annuale dell’Isat per il 2017? Non ci sono più le classi sociali, siamo tutti centenari, i giovani stanno con i genitori, e via cantando. Chi più ne ha più ne metta.
E chi vi ha detto qualche cosa di questo simpaticissimo grafico?

E’ la figura 1.31 del rapporto dell’Istat e, elaborata su dati OCSE, mette in relazione la crescita (diminuzione) del prodotto lordo pro capite con la crescita (diminuzione) della produttività totale dei fattori nei principali paese OCSE dal 2000 al 2014. Ogni pallino azzurro indica un paese. Non chiedetemi perché nel trasferire qui la tabella dell’Istat (per me non è stato facile) quelle che nell’originale erano due lettere identificative dei paese sono diventati dei numeri.
Con un pò di pazienza ho ricostruito la legenda, spero correttamente (comunque l’originale è a pag. 54 del rapporto Istat):
Australia 23 – Austria 1 – Belgio 11 – Canada 14 – Danimarca 6 – Finlandia 12 – Francia 7 – Germania 17 – Irlanda 20 – Italia -7 – Giappone 10 – Paesi Bassi 9 – Nuova Zelanda 24 – Portogallo 0 – Spagna 4 – Svezia 20 – Svizzera 4 – Regno Unito 15 – Stati Uniti 13.

Come si vede, gli unici paesi in cui la produttività totale non è aumentata sono i tre paesi mediterranei (Italia, Portogallo e Spagna) e l’unica in cui il reddito pro capite è diminuito, e pesantemente, nei quindi anni sotto analisi, è l’Italia.

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Il riacquisto di azioni

Non sapevo che negli Usa l’acquisto di azioni proprie era vietato fino agli anni di Reagan.

Per il resto nulla da aggiungere alla considerazioni di Reich sull’uso che dello strumento viene fatto. La finanza è il problema del nostro tempo e mi viene da sorridere quando, soprattutto da noi, si sostiene che il modo per uscire dai problemi è quello di aumentare il debito. Per questo sono molto curioso di vedere all’opera il nuovo governo. Sul maggior debito sono d’accordo tutti e troveranno il modo per farlo. E vediamo cosa succede.

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Leggere e non dimenticare

Solo un rinvio, per ricordare quello di cui nessuno parla e che invece determinerà, ancora una volta, il nostro futuro:

La deregulation finanziaria è pericolosa quanto i dazi

Io mi permetterei di modificare leggermente il titolo, aggiungendo un piccolo avverbio    “La deregulation finanziaria è più pericolosa dei dazi”

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Considerazioni sparse sui dazi imposti dagli Stati Uniti

La recente decisione di Trump di imporre dazi sulle importazioni di acciaio e di alluminio negli Stati Uniti mi pare un buon test per l’impostazione teorica del mio blog, anche se, come sempre, non ho trovato analisi che seguano la falsariga che nella mia logica mi pare la più rispondente alla realtà e la più utile a valutarne le conseguenze.

Non sono riuscito a trovare con facilità i dati che mi servirebbero per supportare la mia ipotesi che è quella che, nella realtà, a pagare il costo della politica di Trump saranno i consumatori americani, a riprova della teoria che bisognerebbe tener conto molto di più degli interessi dei consumatori che di quelli dei produttori.
Mi servirebbero, e se qualcuno mi aiutasse ne sarei veramente contento, i seguenti dati:

  1. I consumi interni di acciaio e di alluminio degli Stati Uniti
  2. La quota di questi consumi che è coperta dalla produzione interna e, di riflesso, quella coperta dalle importazioni
  3. La capacità produttiva inutilizzata delle industrie statunitensi che, oggi, producono acciaio ed alluminio in patria.
  4. I tempi, ed i capitali, necessari affinché nuova capacità produttiva nazionale possa essere aggiunta a quella esistente.

Poi ci guarderò con calma, ma qui probabilmente ci sono le risposte alle mie domande. Breve illusione. Le risposte ci sono, ma costano una cifra. Cercherò ancora. Questa, probabilmente, è una strada migliore: comunicato stampa sulle importazioni di acciaio negli Stati Uniti per consumi nel 2017, divisi per paese. Che mi porta nel sito del Census Bureau degli Stati Uniti. Probabilmente bisogna scavare qui. Invece la soluzione era molto più semplice. Non ho avuto tempo di guardare, ma nel comunicato con cui il ministero del Commercio americano propone i dazi mi pare ci siano proprio tutti i dati che io chiedo.

Comunque questi sono i primi dati che ho raccolto: gli Stati Uniti hanno prodotto, credo nel 2017, 87 milioni di tonnellate metriche di acciaio (cfr. The Atlantic qui) e ne hanno importate, (cfr. il comunicato stampa sopra riportato) 30 milioni nel 2016.

La mia ipotesi è parte dall’idea che, comunque, i consumi di  acciaio e di alluminio attuali degli Stati Uniti debbano essere soddisfatti e che, quindi, in mancanza di una capacità produttiva inutilizzata particolarmente ampia, le industrie americane continueranno ad acquistare all’estero, a prezzi maggiorati, l’acciaio e l’alluminio di cui hanno bisogno. E che, inevitabilmente, i maggiori costi si trasferiranno a valle, sulle spalle dei consumatori, e degli elettori, americani. Questo almeno fino a quando l’industria del settore non avrà attivato la maggiore capacità produttiva interna.
Ma a che costi? e con che tempi?
E quale industria sarebbe disponibile ad investire capitali, che a me paiono ingenti ed a redditività molto differita, in una situazione la cui convenienza economica si basa su di una decisione politica a detta di molti estemporanea, molto poco in linea con quelli che sono le idee economiche dominanti, specie all’interno della classe imprenditoriale, presa da una amministrazione che non pare avere davanti a se una durata particolarmente rassicurante, sottoposta ad un altissimo rischio di contestazione a livello di organi giurisdizionali internazionali, e quindi molto esposta al rischio di venire revocata in tempi piuttosto brevi?

In rete, in un breve giro domenicale, non ho trovato analisi simili. Per la verità non è proprio del tutto vero. Tracce se ne trovano, come in questo intervento del rappresentante della AIA (Aerospace industries association) americana, e, a girare, altre ne uscirebbero, perché mi sembra una posizione reale e condivisibile. Ancora una volta per capire bne cosa succede bisogna partire dal momento del consumo, non da quello della produzione.

Utile, ma completamente centrata su di una analisi di quale dovrebbe essere la risposta della CEE, questo paper di Uri Dadush su Bruegel “U.S. steel and aluminium tariffs: how should the EU respond?“. L’intervento mi pare molto centrato sul concetto di interesse nazionale che, se non ho capito male, è stato invocato da Trump per giustificare il suo intervento al fine di evitare la bocciatura del Wto.
Più interessante il rinvio ad un articolo del 2005, disponibile solo a pagamento, che esamina una situazione simile che si è verificata fra Stati Uniti e Messico nel 2002, quando fu l’amministrazione Bush, e le cui conclusioni sono state che le decisioni di allora

lead to significant net job losses and net welfare losses, not net gains

Più ponderoso, ma disponibile, un articolo più recente, le cui conclusioni mi paiono comunque molto simili Why trade, and what would be the consequences of protectionism? 

Anche questa (The Unintended Consequences of U.S. Steel Import Tariffs: A Quantification of the Impact During 2002) è una analisi disponibile in rete sugli effetti del provvedimento del 2002 sull’acciaio, e le sue conclusioni sono sempre quelle: il protezionismo provoca più danni che benefici.

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Il debito

Faccio sempre più fatica a capire quello che succede. Oggi ho recuperato, girovagando un pò per distrarmi, questo grafico

Il debito mondiale per settori (Fonte: IIF)

L’ho recuperato qui, credo sia un sito di analisi finanziaria per investitori e la fonte è l’Institute of International Finance, che ha il brutto vizio di non lasciare guardare ai non iniziati i suoi dati e le sue analisi

Se si fanno le somme ci si accorge che il debito complessivo è passato in 20 anni da essere pari a due volte il PIL annuo ad oltre tre volte. Ma che senso ha? Cosa finanziano tutti questi debiti? E’ sostenibile un trend di crescita simile? Chi detiene il debito?

A volte ho l’impressione di vertigine e di non riuscire a capire. Esiste una logica in tutto questo?

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Il significato delle parole: flessibilità

Da qualche anno, in particolare da quando la politica monetaria espansiva messa in atto dalla BCE di Mario Draghi ha di fatto azzerato il costo del debito, il tema della riduzione del debito pubblico non raggiunge più la pubblica opinione. Anzi la lettura che ne ha dato Matteo Renzi, e che ha trovato pronto ascolto in praticamente tutta la classe politica, tende addirittura a negarne l’importanza, al punto da utilizzare l’elegante parola  flessibilità al posto di quella, piuttosto volgare e ricca di valenze negative, di debito.
Ma il debito è testardo, come la realtà che in tanti tendono a dimenticare, e temo si imporrà nuovamente come tema principale del nostro dibattito politico ed economico da qui ad un anno.
Esaminate attentamente questi due grafici, ricavati dalla presentazione di Repubblica della nuova iniziativa lanciata dall’Università Cattolica di Milano, in collaborazione con Carlo Cottarelli, dell’ennesimo osservatorio sulla nostra spesa pubblica.

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Nel primo appare in tutta la sue evidenza la completa inutilità dei periodici documenti di previsione economica predisposta dal governo. O meglio la loro costante, incredibile, e colpevole, tendenza a presentare un quadro aggiustato a fini politici della realtà.
Il secondo rende visivamente il quadro programmatico elaborato dal governo Gentiloni per i prossimi anni, ed in base al quale abbiamo tutti letto sui giornali che nei prossimi anni “il debito scenderà“.
A parte il fatto, anche qui per la serie del significato delle parole, che non si vuol dire che il debito pubblico diminuirà, ma solo che diminuirà il rapporto fra debito e prodotto interno lordo, la previsione del governo presenta due grossi difetti.
A parte quello consueto (vedi il primo grafico) di presentare una visione edulcorata della realtà, presenta due grossi errori: l’inflazione non crescerà al tasso previsto e i tassi di interesse non resteranno a zero.
La combinazione dei due fattori farà sì che, in presenza di un deficit del bilancio pubblico che nessuno vuole ridurre, il rapporto debito/pil non scenderà e, col venir meno della politica monetaria accomodante della BCE dove, con ogni probabilità un tedesco prenderà il posto di Draghi nel 2019, si ripresenteranno, per il nostro bilancio, i ben noti problemi.
L’unica fortuna di Renzi è che non sarà lui a dover pelare la gatta. A lui resterà la responsabilità di aver gettato al vento l’occasione irripetibile di cinque anni di costo praticamente azzerato  del nostro debito. Se avesse lasciato lavorare Letta, avesse messo a tacere il suo ego smisurato concentrandosi, all’ombra di un governo ben gestito in grado di progredire nell’opera di sistemazione del nostro bilancio e della nostra pubblica amministrazione, all’analisi dei veri problemi del paese ed alla elaborazione di politiche in grado di affrontare i mali oramai ultradecennali, si sarebbe presentato alle prossime elezioni in ben altra situazione, e noi con lui.
E invece torneremo al 2011. Gli avevo creduto e non posso perdonargli gli errori fatti.

 

 

 

 

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Il significato delle parole: pensioni

A volte ho proprio l’impressione che il significato che io dò ad alcune parole sia totalmente difforme da quello che alle stesse parole attribuiscono la maggior parte degli altri italiani, con particolare riferimento alla classe dirigente. E che questa difformità di significato contribuisca non poco al progressivo e crescente senso di disagio con cui mi trovo a fare i conti ogni giorno.
Comincio dalle pensioni, parola in grande spolvero ultimamente, complice la campagna elettorale imminente e il recente annuncio dell’Istat sul progressivo allungamento delle prospettive di vita cui deve seguire, a norma di legge, la decisione governativa di innalzamento dell’età pensionabile, che dovrebbe passare dagli attuali 66 anni e 9 mesi a 67 anni tondi.
Un dibattito che ben si comprende se al termine pensione  si dà il significato di reddito, anzi di reddito pagato da altri.
E’ del tutto intuitivo e comprensibile che se la pensione è un reddito pagatomi da qualcun’altro, prima vi arrivo e quanto più alto è, tanto di guadagnato per me.
Ma se la pensione non è un reddito, ma è semplicemente, e più correttamente, solamente il progressivo utilizzo di quanto ho accantonato nel corso della vita lavorativa per il momento in cui, per scelta o per cause di forza maggiore, non voglio o non posso più lavorare, il dibattito sull’età pensionabile appare del tutto surreale.
Quando qualcuno della cosiddetta classe dirigente di questo sciagurato paese si prenderà la briga di spiegare seriamente cosa si intende per pensione contributiva, dire finalmente quanto sia ingiusto a livello dei rapporti intergenerazionali, il sistema retributivo?
Quello che per me è il grosso pregio del sistema contributivo è, con ogni probabilità, il suo più grosso difetto agli occhi della mentalità maggoritaria nel paese. Il sistema retributivo lascia la responsabilità di tutte le scelte pensionistiche all singolo. E’ lui che decide, nei limiti del possibile, quanto accantonare nel corso ella vita lavorativa, è lui che decide quando andare in pensione, sulla base di quanto risparmiato, delle sue condizioni di salute, sulle sue scelte sul tenore di vita di cui vuole godere.
Con ogni evidenza, troppa responsabilità per il singolo agli occhi di molti: non ne è all’altezza. Meglio che su di lui vegli il nume tutelare dello Stato, che si incarna nel partito o nel sindacato di turno, visto che oggi la Chiesa è in ribasso. E meglio se veglia attingendo alla propria capacità di ottenere credito, di modo che i costi vengano scaricati su chi non c’è.
Ed io mi innervosisco sempre di più.

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Promessa non mantenuta (ma non dimenticata)

Il titolo di un vecchio intervento l’ho sempre in testa: “Le pensioni non sono un reddito, ma la promessa fatta più di quattro anni fa di tornarci sopra non credo di averla mantenuta.
Ma chi mi vive vicino sa che sul tema delle pensioni sono comunque rimasto molto suscettibile e l’avvicinarsi dell’arrivo dell’Innominata non fa che aumentare la mia insofferenza rispetto all’egoismo impunito di chi, e sono praticamente tutti, non fa altro che parlare dei diritti dei pensionati. Non mantengo neanche oggi la promessa di approfondire il discorso dell’errore culturale, prima ancora che politico, di considera la pensione un reddito. Errore che considero imperdonabile soprattutto per chi, e sono tanti, si riempie la bocca della parola diritti e non fa che dimenticarsi di chi non è ancora in grado di difendere i propri.
Mi limito a rinviare a questo articolo di chi, proprio per aver cercato di difendere i diritti di chi non c’è ancora, è diventata la bestia nera del paese, la professoressa Fornero. Chi difende chi non c’è ancora? Non certo i nostri politici il cui orizzonte non va oltre le prossime elezioni.
Purtroppo per noi se la classe dirigente non dirige lo sbocco non sarà simpatico: un bel botto contro un muro. Prepariamoci.

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