Da far leggere a D’Alema

e, forse, da leggere anche noi, per capire meglio la situazione in Grecia.

Qui trovate non proprio una recensione, ma un succo condensato e tagliato ad uso e consumo di chi scrive del libro di  Stathis Kalyvas “Modern Greece: What Everyone Needs to Know“.

La frase che colpisce è questa “Dal 1981 al 1990, dopo due mandati a guida Papandreou, la spesa pubblica sale dal 35 al 50 per cento del pil, i dipendenti pubblici aumentano del 40 per cento, il debito pubblico passa dal 28 per cento del pil del 1979 al 120 per cento del 1990″.

Come sempre bisognerebbe studiare di più, per capire meglio. E’ certo che da un debito così grande e creato così in fretta, è difficile uscire. La droga che hanno preso i greci è peggiore della nostra, più rapida e più violenta

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Il problema e la soluzione

Il tema dell’articolo forse centra poco, anche se il confronto fra i vari tipi di smartphone, almeno per un profano come me, sembra dire molto sul valore dell’immagine.

Ma quello che mi ha colpito di un articolo di Quartz sul futuro dei cellulari “$30 smartphones are here—and they’re getting better every day” è stata questa osservazione: Where Samsung has traditionally taken 50%-60% margins, the new guys like Xiaomi will take 25% gross margin”.

Mi pare proprio il nocciolo del problema: la riduzione dei margini, frutto di una accelerazione della concorrenza, può e deve portare alla riduzione dei profitti eccessivi delle mega imprese, in tutti i settori.

Gli oltre 250 miliardi di dollari di cassa di Apple sono un macigno che pesa sulla società. Soldi congelati che non circolano. Servono solo a gestire inutili operazioni finanziarie ed a giustificare stipendi immotivati per i vertici aziendali.
All’occorrenza sono utilizzati per strapagare star-up che potrebbero diventare pericolosi concorrenti, creando pochi miliardari e penalizzando l’innovazione e la concorrenza.

Se ci fosse più conccorenza, i prodotti costerebbero meno, i consumatori avrebbero maggior potere di acquisto e, di conseguenza, l’intera economia beneficerebbe di una accresciuta domanda.

E’ così difficile da capire?
Forse no. Si capisce. Si capisce probabilmente bene ed in fretta. Ma non esiste sufficiente forza politica capace di affrontare il problema delle grandi imprese, in tutti i settori, e della necessità di aumentare la concorrenza, anche ricorrendo agli strumenti drastici utilizzati negli Usa all’inizio del ‘900 o con la AT&T.

Eppure il problema è tutto qui. Ed anche la soluzione

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Le pensioni sono proprio un argomento tabù

L’altro giorno mi aveva colpito il titolo della rassegna stampa giornaliera che mi invia il Sole24ore (che di solito ignoro) “Pensioni, via ai rimborsi: 796 euro in più per gli assegni da 1.500 euro.”  Mi era sembrato tipico esempio della incapacità del paese di riflettere a mente libera sui problemi delle pensioni. Per il nostro dibattito, pubblico e privato, il pensionato, sempre e comunque, è un povero cristo da tutelare.

Ed è un atteggiamento che accomuna tutti, destra e sinistra, paladini dello status quo e strenui avversari. Non per niente anche il titolo del Fatto quotidiano sullo stesso tema è perfettamente identico.

Leggete i due articoli con calma e ditemi se vi trovate un minimo accenno al fatto che le pensioni inferiori ai 1.500 euro non sono per niente interessate al problema. Forse sono io che sono prevenuto e non l’ho trovato.
Eppure dovrebbe essere chiaro che la invereconda sentenza della Corte Costituzionale, che si ammanta di equità e di tutela dei deboli, riguarda solamente le pensioni superiori a tre volte il minimo: quelle più basse non erano state toccate dal provvedimento di Monti-Fornero.

Lo trovo un segno particolarmente significativo dei preconcetti che in Italia avvolgono tutto il dibattito sulle pensioni: il pensionato è un soggetto da difendere a prescindere.
Nessuno ha infatti trovato strano che i sindacati abbiano protestato perché il governo, nel dare concretezza alla sentenza della Corte e cercando si salvare per quanto possibile i conti pubblici, abbia modulato i rimborsi con una modalità decrescente al crescere della pensione.
Nessuno dice che le pensioni superiori a tre volte il minimo sono, nella loro stragrande maggioranza, pensioni retributive e come tali di fatto a carico della fiscalità generale. Il che vuol dire che si tratta di persone che vengono, in soldoni, mantenute dai loro figli.
Nessuno, o pochi, dicono che quello della diseguaglianza intergenerazionale è un scandalo di cui la nostra generazione porta una enorme responsabilità che, per nostra fortuna, per ora i nostri figli non ci rinfacciano.

Il fatto su cui però è bene riflettere con più calma è che l’intoccabilità delle pensioni non è un requisito solo italiano: riguarda praticamente tutti i paesi europei ed è trasversale in tutti gli schieramenti politici, da destra a sinistra (“Marxists and conservatives of Europe unite to protect pensioners“).
Perché? E’ sufficiente la spiegazione che fa riferimento alla maggiore partecipazione al voto degli elettori più anziani?
E soprattutto “Pourquoi les jeunes ne se révoltent-ils pas?

Anche qui ci vorrebbe tempo per studiare e riflettere. Qui trovate una analisi del 2013 dell’OCSE sui vari sistemi pensionistici, se avete il tempo che io non ho.

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Simpatici a sinistra

Per fortuna che c’è Papa Francesco.

Non credo si possa dire altro dopo aver letto (forse è meglio dire scorso di fretta) i due interventi di Visco e di Bersani sulla recente enciclica papale.
Ma è mai possibile che la sinistra, ed in particolare quella italiana, non sia più in grado di articolare una analisi autonoma di quel che sta succedendo e che l’unica cosa che sa fare sia quella di andare a rimorchio di un simpaticone come Papa Francesco che, a me pare molto spesso, sembra avere le idee parecchio confuse?

Non si può certo dire che siamo messi bene.

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Ancora sulla Grecia. Austerità e dintorni

Gran brutta situazione in Grecia. Da meditare, per chi parla troppo contro l’austerità.

Anche perché viene da un ambiente non certo sospetto di simpatie per chi vuole i bilanci in pareggio. Certo, questo articolo di Keynesblog non parla di bilanci, ma di bilance, in questo caso di quella commerciale della Grecia, ma la sostanza è sempre quella: i conti bisogna farli, ed è meglio saperli fare prima di decidere che strada imboccare.

La Grecia, vedi sotto, non ha mai avuto la bilancia commerciale in attivo.

greece-bot

Traduzione: ha sempre comprato più di quanto ha venduto o, più brutalmente, ha sempre vissuto a debito. E adesso rischia di restare senza finanziatori.

Gran brutta situazione. Ma è meglio rimanere in Europa, con tutti i sacrifici che può comportare o campare (ma per quanto?) vendendo i porti alla Cina?

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La crisi greca: analisi chiara delle responsabilità, ma nessuna soluzione

Quello che avevo sempre supposto spiegato con chiarezza: il costo della crisi greca è stato, coscientemente, spostato dai prestatori allegri dei primi anni dell’euro (privati) agli ignari contribuenti di oggi.

Leggere per credere l’accurata analisi di nfA sulle responsabilità del FMI nel primo intervento di salvataggio del 2010 ed in particolare su come una crisi di insolvenza fu trasformata, con beneficio di tante istituzioni finanziarie private e con buona pace di noi contribuenti, in una crisi di liquidità.

Rimane il problema, ancora irrisolto e di cui sono molto curioso di capire quale sarà lo sbocco: come si affronta la crisi di insolvenza della Grecia? E debbo dire che continuo a non capire come si possa continuare ad accusare l’austerità. Certo ci vorrebbe più tempo per capire meglio la analisi della situazione economica che viene da sinistra, di cui un buon esempio mi pare questa intervista di Pasquale Saraceno a Keynes Blog. Dal mio punto di vista importante l’accenno alla “insostenibilità della dicotomia tra redistribuzione ed efficienza economica: una società nella quale il reddito è distribuito in maniera sempre più ineguale non è destinata ad una crescita duratura e sostenibile” che a suo giudizio sta emergendo come uno dei punti fondamentali dei nuovi principi su cui il FMI base le proprie analisi economiche.

PS: con ogni probabilità lo spunto dell’articolo di nfA arriva da questa ricostruzione di Paul Blustein, senior fellow del Centre for International Governance Innovation

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Il pendolo

Sta finendo l’era del neoliberismo e ritorna una maggiore presenza dello stato nell’economia?

Ad avere il tempo è forse quello che si scoprirebbe studiando con calma i tanti rinvii di questo articolo sul crescente dibattito circa l’opportunità di un intervento dello stato per aumentare i salari minimi applicati nell’attività economica.

L’intento è ragionevole e condivisibile, ma è efficace? A pensarci bene il problema nasce dal fatto che il mercato è globalizzato e l’intervento pubblico, invece, localizzato. Una vera soluzione può venire solo da una progressiva unificazione delle condizioni del mercato globale. Una sfida titanica, che si ottiene solo se si agevolano forze spontanee.E sul lungo, lunghissimo, periodo.

Sul tema dell’intervento pubblico, si veda anche questo libro elettronico, “The Return Of The State

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Le grandi imprese stanno diventando istituzioni “estrattive”?

Ci vorrebbe tempo e lucidità per riassumere quanto ti viene ronzando nel cervello bombardato da infinite informazioni, tutte di estremo interesse. Due cose che mi mancano. E allora solo piccoli spunti, lampadine come le ho definite l’altro giorno.

Cominciamo da questo post di Robert Reich, cui ogni tanto torno con piacere. Il tema è quello del giorno: l’Apple e le tasse. La proposta parte dal peso dei consumatori: “After all, global capital depends on consumers, and access to large consumer markets such as the US and the EU is essential if global capital is to earn a healthy return” e quindi stop alla concorrenza fiscale fra stati e regioni, per attirare aziende che offrano posti di lavoro che non esistono più. Ma non mi è chiara la proposta operativa. Io rimango convinto che la strada sia la tassazione indiretta, ma in una forma che rimanga visibile nel bilancio aziendale, su base nazionale.

Da una parte drenano, sotto forma di utili, liquidità dal sistema, a cui non la restituiscono e la utilizzano per giocare in borsa. Dall’altro i vertici aziendali si riconoscono paghe astronomiche (nel 1965 guadagnavano mediamente venti volte di più del guadagno medio dei loro dipendenti, oggi guadagnano duecentosettanta volte di più). Qui la citazione.

Ma bastano nuove regole? La soluzione non sta forse in più mercato? E quindi in azienda più piccole?

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Ancora sulle cause della crisi economica

L’analisi delle cause convince, ma i rimedi, di fatto non li conosce nessuno. O meglio sono troppo drastici per poter essere implementati: il modello attuale è diventato così pesante ed ingombrante, così complesso e così forte nei suoi interessi consolidati che nessuno sa da che parte affrontarlo, nella pratica.

Mantenere la crescita della spesa per i consumi richiede un continuo eccessivo indebitamento ed una continua riduzione del tasso di risparmio.’ Un continuo eccessivo indebitamento richiede che i prezzi dei beni e il rapporto debito/reddito siano sempre più alti; di qui la sistematica necessità delle bolle (che alla fine scoppiano). Nel frattempo, quando il tasso di risparmio arriva a zero, è quasi impossibile ridurre ulteriormente. Di conseguenza, alla fine si esauriscono entrambi gli elementi di motore della domanda

La citazione è da una lectio magistralis di Sidelsky, che rilancia per l’ennesima volta, la lezione di Keynes e rimanda ad un paper del 2009 di Thomas Palley che contrappone il paradigma neoliberale, sostanzialmente il consumo guidato dal debito, con quello del secondo dopoguerra, col consumo guidato dalla crescita del reddito della classe media.

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Si muove qualcosa sotto traccia?

Qualche fatto interessante ogni tanto appare nella morta gora della politica italiana.

La nomina di Tito Boeri alla presidenza dell’Inps, non a caso osteggiata dalle commissioni parlamentari; la riforma delle banche popolari, che rischia di spaccare il governo; le piccole notizie che filtrano oggi sul Corriere riguardo al contrasto tra il ministero dello sviluppo economico e quello della salute riguarda ad interventi nel settore dei farmaci; lo stesso riaffiorare della discussione, annosa e stucchevole, sulle auto blu.

Non è che,sotto traccia, Renzi stia affrontando il vero nostro problema, la ragnatela degli interessi relazionale che pesano sul paese e ne assorbono ogni slancio?

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