Il pendolo

Sta finendo l’era del neoliberismo e ritorna una maggiore presenza dello stato nell’economia?

Ad avere il tempo è forse quello che si scoprirebbe studiando con calma i tanti rinvii di questo articolo sul crescente dibattito circa l’opportunità di un intervento dello stato per aumentare i salari minimi applicati nell’attività economica.

L’intento è ragionevole e condivisibile, ma è efficace? A pensarci bene il problema nasce dal fatto che il mercato è globalizzato e l’intervento pubblico, invece, localizzato. Una vera soluzione può venire solo da una progressiva unificazione delle condizioni del mercato globale. Una sfida titanica, che si ottiene solo se si agevolano forze spontanee.E sul lungo, lunghissimo, periodo.

Sul tema dell’intervento pubblico, si veda anche questo libro elettronico, “The Return Of The State

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Le grandi imprese stanno diventando istituzioni “estrattive”?

Ci vorrebbe tempo e lucidità per riassumere quanto ti viene ronzando nel cervello bombardato da infinite informazioni, tutte di estremo interesse. Due cose che mi mancano. E allora solo piccoli spunti, lampadine come le ho definite l’altro giorno.

Cominciamo da questo post di Robert Reich, cui ogni tanto torno con piacere. Il tema è quello del giorno: l’Apple e le tasse. La proposta parte dal peso dei consumatori: “After all, global capital depends on consumers, and access to large consumer markets such as the US and the EU is essential if global capital is to earn a healthy return” e quindi stop alla concorrenza fiscale fra stati e regioni, per attirare aziende che offrano posti di lavoro che non esistono più. Ma non mi è chiara la proposta operativa. Io rimango convinto che la strada sia la tassazione indiretta, ma in una forma che rimanga visibile nel bilancio aziendale, su base nazionale.

Da una parte drenano, sotto forma di utili, liquidità dal sistema, a cui non la restituiscono e la utilizzano per giocare in borsa. Dall’altro i vertici aziendali si riconoscono paghe astronomiche (nel 1965 guadagnavano mediamente venti volte di più del guadagno medio dei loro dipendenti, oggi guadagnano duecentosettanta volte di più). Qui la citazione.

Ma bastano nuove regole? La soluzione non sta forse in più mercato? E quindi in azienda più piccole?

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Ancora sulle cause della crisi economica

L’analisi delle cause convince, ma i rimedi, di fatto non li conosce nessuno. O meglio sono troppo drastici per poter essere implementati: il modello attuale è diventato così pesante ed ingombrante, così complesso e così forte nei suoi interessi consolidati che nessuno sa da che parte affrontarlo, nella pratica.

Mantenere la crescita della spesa per i consumi richiede un continuo eccessivo indebitamento ed una continua riduzione del tasso di risparmio.’ Un continuo eccessivo indebitamento richiede che i prezzi dei beni e il rapporto debito/reddito siano sempre più alti; di qui la sistematica necessità delle bolle (che alla fine scoppiano). Nel frattempo, quando il tasso di risparmio arriva a zero, è quasi impossibile ridurre ulteriormente. Di conseguenza, alla fine si esauriscono entrambi gli elementi di motore della domanda

La citazione è da una lectio magistralis di Sidelsky, che rilancia per l’ennesima volta, la lezione di Keynes e rimanda ad un paper del 2009 di Thomas Palley che contrappone il paradigma neoliberale, sostanzialmente il consumo guidato dal debito, con quello del secondo dopoguerra, col consumo guidato dalla crescita del reddito della classe media.

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Si muove qualcosa sotto traccia?

Qualche fatto interessante ogni tanto appare nella morta gora della politica italiana.

La nomina di Tito Boeri alla presidenza dell’Inps, non a caso osteggiata dalle commissioni parlamentari; la riforma delle banche popolari, che rischia di spaccare il governo; le piccole notizie che filtrano oggi sul Corriere riguardo al contrasto tra il ministero dello sviluppo economico e quello della salute riguarda ad interventi nel settore dei farmaci; lo stesso riaffiorare della discussione, annosa e stucchevole, sulle auto blu.

Non è che,sotto traccia, Renzi stia affrontando il vero nostro problema, la ragnatela degli interessi relazionale che pesano sul paese e ne assorbono ogni slancio?

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Forse sbaglio io. Però …

Ulteriore appunto sul problema della diseguaglianza.

Lo spunto è il post “Redistribuire costa?” da Nel Merito.com. Ha tutti i pregi ed i difetti di un post, sinteticità e pertanto impressione di superificialità, ma ha rinvii che immagino possano essere interessanti.

  • Un libro di Arthur Okun del 1975: Equality and Efficiency: The Big Tradeoff
  • Lo studio, per il Fmi, di Ostry J. D., A. Berg e C.G. Tsangarides, Redistribution, Inequality and Growth, dell’aprile 2014
  • Lo studio, per l’Ocse, di Cingano F., Trends in Income Inequality and its Impact on Economic Growth, del dicembre 2014.

Interessante la conclusione, dove si auspica un aumento della tassazione sui redditi più elevati e sui patrimoni che “avrebbe anche il vantaggio di colpire una diseconomie esterna quale la fonte di instabilità costituita dalla propensione dei titolari delle maggiori fortune a investire nei segmenti più rischiosi del mercato finanziario.”

Ma anche qui mai appare la parola concorrenza e mai si accenna al ruolo di idrovora di liquidità e di redditi svolto dalle grandi imprese. A me non paiono tanto le persone ad essere ricche, ma le grandi imprese: sono i ruoli ad essere beneficiati, se sei nel giro sei ricco. A parte eccezioni di particolari settori.

Sbaglio io?

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Spesa pubblica e corruzione

Un altro appunto, a futura memoria. In un primo momento pensavo di aprire una pagina sul tema nel capitolo della spesa pubblica, ma poi la pigrizia porta ad un rapido post.

Merita di poter essere ripreso l’articolo di Carlo Stagnaro sul tema della corruzione soprattutto perché è pieno di rinvii a studi che mi piacerebbe tanto avere il tempo di analizzare.

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Il dibattito sulla diseguaglianza. Manca la parola chiave.

Parecchie le cose condivisibili dell’intervento di  John Cochrane “Come e perché preoccuparsi della diseguaglianza” ripreso qualche giorno fa da nFA.

Al di là delle frecciate polemiche, a volte gratuite, fa riflettere il tentativo di trovare un punto comune fra la sua posizione e le critiche da sinistra (dico così per semplicità e consuetudine, anche se è un termine che poco gradisco).
Scrive Cochrane “la critica a una società sempre più clientelare, sempre più alla ricerca di posizioni protette e privilegiate, sempre più controllata da estrattori di rendite (“rent-seekers”), dove contatti politici contano più che la qualità del prodotto nel successo di una impresa, ha eco sia tra i libertari e sostenitori del libero mercato che a sinistra

Ma come fa poi a non accorgersi che la gran parte della ricchezza viene accumulata, anche da quelli che lui definisce, almeno implicitamente, imprenditori che si meritano i soldi di cui godono (i jet privati indicati più volte nell’articolo come il simbolo del più elevato tenore di vita) è quasi sempre (troppo dire sempre?) frutto di contatti e relazioni che non definirei clientelari, termine dal connotato spregiativo, ma normali fra i potenti del mondo?

Non a caso mai nell’articolo appare la parola concorrenza e completamente ignorato è il problema, per me cruciale, del ruolo oligopolistico, se non monopolistico, delle grandi aziende, il loro ruolo sempre più estrattivo di cui nessun parla e che invece secondo me è il vero problema.

L’articolo prende spunto da una conferenza sul tema tenutosi a settembre in memoria di Gary Baker, di cui qui un breve sunto del dibattito ma non riesco a trovare i contributi. Strano

29 dicembre 2014

Qualche altro rinvio al tema, purtroppo sempre riferito agli Stati Uniti (e sarebbe interessante capire perché: sono le mie fonti che mi portano li o negli Usa il tema è molto più sentito e dibattuto che da noi?). Ma anche qui la parola concorrenza è bandita: fra le soluzioni proposte o discusse, le tasse, l’educazione ma nulla che abbia a che fare con il peso delle grandi aziende o l’aumento o diminuzione della concorrenza. Ma è così difficile da capire che, almeno a livello teorico, un mercato ben funzionante non può non portare ad un maggior equlibrio, anche dei redditi?

17 Things We Learned About Income Inequality in 2014 con parecchi rinvii particolarmente interessanti, in particolare a studi dell’Ocse e del FMI ed alle ripercussioni della diseguaglianza sullo sviluppo

The Incredible Shrinking Incomes of Young Americans

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Il peso del nostro debito pubblico

Non ho capito molto, ma mi piace l’idea che ci si possa liberare del debito accumulato negli anni con la semplice e banale emissione di pezzi di carta.

Sto parlando della proposta avanzata da Gallino e altri per l’emissione di Certificati di Credito Fiscali che, a me pare magicamente, metterebbero tutto a posto. Metto il post perché magari avrò tempo e voglia per cercare di capire meglio.

Comunque buffa l’idea di come si sia formato il ns. debito pubblico: “Dagli anni Ottanta, l’Italia si è finanziata sul mercato, pagando alti tassi di interessi reali per sostenere gli agganci allo SME nelle sue varie forme e poi per preparare l’ingresso nell’euro“. Se lo dicono loro. A me la storia pare molto diversa.

Altri la stroncano di brutto.
E fra le righe appare anche un piano forse più ragionevole di Savona e altri, anche questo non letto.

Vediamo se appare qualche altro commento dalle mie parti

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Draghi non si aspetti aiuti

Secondo il Foglio, Draghi preme per ottenere una sponda politica allo sforzo della Bce di riavviare la crescita economica in Europa.

Non si illuda, non lo avrà. Le cosiddette riforme continueranno ad essere invocate, fatte a metà, rifatte, e poi ancora invocate. E a Draghi non resterà altro che continuare a parlarne ed a stampare moneta.

Perché?

Bisognerebbe soffermarsi sul perché, di fatto, in tutti i regimi democratici la politica economica si riduce a politica monetaria, lasciando in secondo piano la politica fiscale e quella industriale ed interventista. Al fondo, secondo me, per la semplicissima ragione che non è poi tanto difficile arrivare  ad una decisione in un consiglio di poche persone che opera, di fatto, al riparo degli sguardi della opinione pubblica cui, per prassi oramai consolidata, vengono demandati certi argomenti, rispetto al processo di decisione politica dei governi e delle assemblee parlamentari che li controllano.

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La democrazia oggi

Solitamente mi trovo molto d’accordo con Michele Salvati.
Ma non è il caso del suo articolo sulla Lettura di oggi. Se è vero che le ragioni di fondo della crisi della democrazia oggi “riguardano sia la partecipazione al processo democratico — l’input della democrazia, per così dire — sia i risultati, la qualità dei governi, l’output.” non vi ho trovato una analisi delle cause di questa crisi.
Il problema è la crescente difficoltà di riuscire ad aggregare una domanda politica che, nella società moderna, quella della globalizzazione, della esplosione della comunicazione e del rapido diminuire dei tempi di comunicazione e di collegamento, diventa sempre più frazionata e parcellizzata.
Non per niente, se ci fate caso, nessuno non solo tenta, ma neppure accenna, ad una analisi di classe della società contemporanea.
La lettura classica, destra/sinistra, classe operaia/borghesia, che ha accompagnato il novecento e che ha informato la giovinezza di chi come me ne ha attraversato solo la seconda metà, non regge più di fronte alla nuova realtà. Ma nessuno riesce ad impostarne una nuova.
Io rimango convinto che sia necessaria una rivoluzione copernicana, dal momento della produzione a quello del consumo, se si vuole capire cosa succede e riuscire in questo modo ad avere una visione corretta della realtà. Solo da questa può scaturire una proposta di intervento capace di ridare anche vita al processo democratico, che non è né morto né morente ma che aspetto solo di essere rivitalizzato dal verso giusto.

Certo un progetto da far tremare le vene ai polsi ma rimango convinto che sia reale, attuale e fattibile, anche se continuo a non vederne traccia nella analisi correnti. E l’articolo di salvati me lo conferma.

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