In principio

Avevo in mente tutta una serie di cose da dire, ma come sempre di fronte al foglio bianco la mente si svuota.
E poi, forse, prima di parlare è bene riflettere e magari pensarci su due volte. Per questo, per il momento, mi limito a qualche rinvio, che vorrei leggere prima di dire la mia.

Uno – Due (Sant’Agostino)
Interessante questo confronto fra testi (anche qui sarebbe da approfondire).

Ma nessuno dice che cosa era il verbo la parola.
Come sempre sbaglio io a dire che la parola che esisteva fin dall’inizio era il semplice e banale, ma tanto profondo da essere appunto all’inizio di tutto, ti amo?

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La strada

Dario Di Vico sul Corriere della Sera del 6 novembre 2015 affronta, in Come ti regolo Uber (e Airbnb), un tema bruciante: dove ci sta portando l’economia partecipativa (sharing economy)? E’ possibile regolarla? E’ doveroso regolarla?

Una analisi interessante sul tema la ho trovata su Left, dove vengono analizzati altri casi di economia partecipativa a cominciare da uno di cui non avevo mai sentito parlare “Turco meccanico“. L’analisi è quella tipica di sinistra: il lavoratore deregolamentato, l’impresa capitalista che mira al monopolio. E anche Di Vico fissa l’attenzione soprattutto sul tema del lavoro.

Emerge prepotente, ma non centrale, soprattutto in vista di una regolamentazione, il tema del monopolio: il successo su Internet appartiene ad uno solo o al massimo a pochissimi soggetti. E’ nella forze delle cose o si può intervenire? Il tema è cruciale, sia per i lavoratori che per i consumatori.

Del tutto trascurato da Left e solo accennato da Di Vico il tema dei benefici per il consumatore. Eppure è da qui che si deve partire. inconsapevolmente lo ammette, in chiusura, lo stesso Di Vico, paragonando il nuovo ai voli low cost “Come nei viaggi alla Ryanair, il cliente di Uber o Airbnb spende poco, fa cose che altrimenti non si sarebbe potuto permettere ed è ingaggiato in qualcosa che somiglia a un gioco. Ma se è così siamo alla vigilia di una rivoluzione“.

Ma se è una rivoluzione, e ne sono convinto, bisogna studiarla meglio.
E il problema numero uno è la concorrenza, unica vera tutela del consumatore, ma di lui, e di quella, tutti si dimenticano.

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Rimpianto solitario

Credo di essere uno dei pochi cui capita di rimpiangere Mario Monti.

Di solito salto a pie’ pari le interviste sul giornale. E così stavo facendo con quella a Monti di oggi. Poi l’occhio è caduto sull’ultima risposta “A me è molto piaciuto il Renzi iniziale, quello delle riforme strutturali…. Vedo con preoccupazione lo smorzarsi di quest’impulso e il subentrare di due componenti: la convinzione che l’esborso di denaro pubblico favorisca la crescita ….; e l’assecondamento degli animal spirits imprenditoriali più con la rimozione di tasse e regolo che con l’introduzione dello stimolo di una forte e rigorosa concorrenza…” e mi sono fermato a leggere con calma.

Solo un’altra citazione “C’è un sapore di ritorno all’antica in politica economica: si comprano i voti di oggi con i soldi di domani”

il giusto epitaffio della politica di Renzi. La ragione per cui lo definisco democristiano, sperando che non diventi pure socialista anche se di socialisti alla Craxi pare cominci a circondarsi (si legga Verdini)

 

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I ruoli e il loro peso

Interessante riflessione di Polito nel fondo odierno del Corriere: “Il secondo pregiudizio (sta parlando della sinistra) consiste nel guardare al l’essere sociale esclusivamente in base al suo rapporto di lavoro, mentre in società complesse come la nostra il lavoratore è spesso anche proprietario, risparmiatore e consumatore

In realtà, se ci si pensa bene, c’è un solo ruolo cui non possiamo sfuggire: quello del consumatore. Possiamo non lavorare, ed allora non siamo lavoratori. Possiamo non possedere nulla, ed allora non siamo proprietari. Possiamo non risparmiare, ed allora non siamo risparmiatori.

Ma non possiamo non consumare. Certo possiamo avere stili di consumo diversi, e di conseguenza stili di vita diversi, interessi diversi, priorità diverse. Ma siamo tutti consumatori.

A me non pare difficile da capire. Eppure nessuno ne trae le conseguenze. Il consumo ed i suoi problemi deve essere messo al centro della azione politica. Ma non succede.

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Un paese che non cambia

Due notizie in prima sul Corriere di oggi.

I meteorologi vogliono il loro ordine. Per garantire l’affidabilità delle previsioni. Come sempre noi non siamo capaci di giudicare chi è capace e chi no.

Bazoli non molla la presidenza di Intesa. Del resto ha solo 83 anni. Un vita davanti. Una risorsa promettente per il paese.

E, se volete altri esempi di un paese ingessato,senza futuro, non avete che da sfogliare le pagine: il dottore che mette in dubbio le vaccinazioni, perché mica si può escludere tutto; il movimento 5 stelle che si accorge che corre il rischio di dover governare a Roma e a Napoli e frena perché ha paura di non esserne capace. È perché rischia di bruciarsi in vista delle elezioni per il governo del paese, per il quale invece sono preparatissimi.

Beati loro e poveri noi

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La strada sbagliata e quella giusta

Le coincidenze aiutano e qualche volta suscitano riflessioni interessanti.

Oggi il Corriere, giustamente in prima pagina, commenta la nomina di Jeremy Corbyn a leader del partito laburista inglese, rilevandone la praticamente certa sconfitta alle prossima elezioni nei confronti dei conservatori di Cameron.

Nell’inserto domenicale La Lettura ospita una intervista a Robert Reich di commento al suo ultimo libro “Come salvare il capitalismo dei capitalisti“, in uscita per i tipi di Fazi Editori anche in italiano.

Nonho per niente seguito le vicende dei laburisti inglesi. Di Corbyn conosco poco o nulla. Solite idee della sinistra, tutte concentrate sul momento della produzione. Niente per il mercato, il diavolo. Unica idea che mi piacerebbe approfondire è quella sul “quantitative easing del popolo”. Sono convinto che la politica delle banche centrali di iniettare liquidità nell’economia acquistando titoli di vario genere abbia l’unico effetto di alimentare il rischio di bolle speculative in borsa o sui mercati immobiliari. Il problema è rilanciare i consumi, aumentando il reddito medio, ma cosa hanno da vendere alle bance centrali i cittadini comuni? Niente. E non credo che una politica di opere pubbliche, come mi pare suggerisca Corbyn, modifichi di molto il problema.

L’unica soluzione, mi pare che sia anche la posizione di Reich di cui però non ho neppure finito l’intervista, è rilanciare il mercato, la concorrenza. Ma di questo a sinistra non si parla neppure per sbaglio. E la sconfitta è certa (Syriza insegna).
Senza le carte geografiche aggiornate non si va da nessuna parte.

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Questo potrebbe andare bene per Salvini

Non mi ricordo né dove né quando lo avevo letto, ma mi era rimasto impresso una volta il concetto che la mobilità favorisce lo sviluppo.

E non ricordo se l’osservazione che il capitale riesce a muoversi molto in fretta, le merci un poco  meno, ma si muovono, mentre il lavoro, ovverosia le persone incontrava molte resistenze, fosse stata mia o di chi stavo leggendo.

L’idea mi è ritornata in mente scorrendo questo breve articolo del Foglio sulle posizioni di chi sostiene che la liberalizzazione totale dei movimenti delle persone potrebbe essere una fonte immensa di ricchezza.

E poi, come sempre, grazie ad Internet, arrivi alla fonte e ti trovi di fronte a qualche cosa che meriterebbe da solo uno studio approfondito che non puoi fare (ma non si sa mai): il sito Open Bordersdi cui questa è la presentazione, tutta da leggere.

Come sempre c’è il rovescio della medaglia. Sempre dal Foglio “La libertà di immigrare non esiste. Peccato che sia a pagamento. Ma da qualche parte, con calma, le teorie di questo Hoppe le trovo.
E infatti è bastato un attimo di calma per trovare il testo inteo del suo libro  “Democray. The God That Failed“. Poi non lo leggeremo mai, ma almeno c’è. Piccola soddisfazione.

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Una intervista da non perdere

Non sempre capita di trovare la nostra situazione spiegata con chiarezza e con semplicità come in questa intervista, apparsa oggi sul Corriere, ad uno dei tanti gestori di risparmio, a me per la verità completamente sconosciuto.

Poche battute, neppure mezza pagina, ma una visione chiara.

A un certo punto gli italiani dovranno ridurre i loro debiti in proporzione al loro reddito, e tagliare i debiti significa tagliare la spesa oppure fare default. Entrambi questi scenari sarebbero molto dolorosi. Il solo modo di migliorare la situazione è far salire i redditi.

… l’impatto più profondo sul tasso di crescita viene dal costo dei suoi lavoratori sul mercato mondiale, corretto per la quantità di tempo che questi si prendono fuori dal lavoro … È un grande indicatore, correlato al 63% con il tasso di crescita. E l’Italia, secondo come lo si calcola, è il secondo o terzo Paese più caro al mondo … i lavoratori italiani risultano dell’83% più cari di quelli degli Stati Uniti per esempio, tenuto conto dei giorni e anni di attività effettiva …

… i Paesi nei quali la spesa pubblica è più piccola e non ci sono molti trasferimenti, tendono a crescere più in fretta dei Paesi nei quali è vero il contrario …

… l’Italia è uno dei Paesi nei quali la frase ‘il duro lavoro porta al successo’ mostra i livelli più bassi di approvazione. Invece la frase ‘la concorrenza è dannosa’ ha uno dei tassi più alti …

Veramente da meditare. Per tutti

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Dove siamo

Come sempre, e il rammarico non diminuisce, Giannino merita di essere letto.

Numeri a raffica a sostegno di ragionamenti convincenti.

Due le ossessioni: debito pubblico (la spesa pubblica cresce) e produttività. Proprio quello di cui nessuno parla

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Da far leggere a D’Alema

e, forse, da leggere anche noi, per capire meglio la situazione in Grecia.

Qui trovate non proprio una recensione, ma un succo condensato e tagliato ad uso e consumo di chi scrive del libro di  Stathis Kalyvas “Modern Greece: What Everyone Needs to Know“.

La frase che colpisce è questa “Dal 1981 al 1990, dopo due mandati a guida Papandreou, la spesa pubblica sale dal 35 al 50 per cento del pil, i dipendenti pubblici aumentano del 40 per cento, il debito pubblico passa dal 28 per cento del pil del 1979 al 120 per cento del 1990″.

Come sempre bisognerebbe studiare di più, per capire meglio. E’ certo che da un debito così grande e creato così in fretta, è difficile uscire. La droga che hanno preso i greci è peggiore della nostra, più rapida e più violenta

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