Tremonti e la Banca d’Italia

Confesso che ho fatto fatica a capire il perché della strana contesa ingaggiata da Tremonti con la Banca Centrale Europea a proposito della tassazione delle plusvalenze inespresse sul valore dell’oro posseduto dalla Banca d’Italia.
Per ben due volte si è esposto al diniego, formale ed intransigente, della BCE, il che non ha certo givato alla nostra immagine internazionale, ed ha trascinato nella contesa anche Napolitano che ha chiesto, ed ottenuto, una modifica sostanziale al decreto che lo ha reso di fatto inoperante: ben strana la soluzione di una tassa che diviene operativa solo con il consenso del tassato.
E tutta questa confusione, queste polemiche, questa perdita di prestigio, per soli 300 milioni di euro di maggior gettito? Ho continuato a chiedermelo perché mi sembrava e mi sembra impossibile.
Poi hanno cominciato ad apparire alcuni barlumi, anche questi per la verità di difficile lettura. Si è letto che Tremonti si dichiarava soddisfatto perché la norma contenuta nel decreto sanciva legalmente la proprietà della Repubblica Italiana, (addirittura del popolo italiano e la citazione sarebbe da controllare) sull’oro della Banca d’Italia.
Altra mia perplessità: ma che differenza fa?
Ho sempre pensato che le proprietà di una struttura determinate e decisiva come la Banca d’Italia, al di là dell’assetto azionario che la vede formalmente nelle mani di un gruppo di banche italiane, sia sostanzialmente parte della nostra pubblica amministrazione e quindi di fatto proprietà della Repubblica Italiana, come di tutte le attività, mobili ed immobili, che la pubblica amministrazione controlla.
Ma poi ho capito.
Tutta la vicenda è un altro, pesante, capitolo dell’evidente tentativo di Berlusconi e soci di minare, poco alla volta ma sistematicamente, tutte le strutture di controllo e di garanzia indipendenti dall’esecutivo: parlamento, magistratura, magistratura contabile, presidenza della Repubblica. E adesso anche la Banca d’Italia.
L’affermazione legale della proprietà popolare sull’oro è una esplicita rivendicazione di preminenza e di supremazia da parte del potere esecutivo sui tecnocrati della Banca d’Italia, tanto più dal momento in cui essi non si espongono in prima persona ma si fanno scudo delle pretese degli eurocrati di Francoforte e di Bruxelles.
Un altro esplicito passo verso una gestione autoritaria e padronale del paese, ammantata, come sempre in Berlusconi, sotto il velo di un pesante populismo, di cui Tremonti è uno dei più efficaci interpreti

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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