Il debito pubblico americano e le cause della crisi economica

Le dimensioni astronomiche che sta raggiungendo il debito pubblico americano, previsto per il 2009 al di sopra del 10% del Pil,  sotto il duplice effetto della crisi finanziaria e di quella economica, non potevano non suscitare un vasto, profondo ed anche aspro dibattito sul come, sul perchè e per colpa di chi si sia arrivati fin qui.

Una sintetica descrizione dell’andamento del bilancio americano negli ultimi dieci anni, che lo hanno visto passare dal surplus, allora giudicato stabile, lasciato da Clinton nel 2002, al deficit abissale previsto dal primo bilancio di Obama, è possibile trovarla in questo breve saggio di tre studiosi dell Economic Policy Institute “The 2009 Budget Deficit: How did we get here?“, ricco di esaurienti grafici, sia sul progressivo deterioramento del deficit durante gli 8 anni della gestione Bush, sia sulle componenti che oggi contribuiscono a determinare i 1.667 miliardi di dollari di debito oggi previsti.

ComposizioneDebitoPubblicoUsa

Come si vede dal grafico, il peso sul deficit dei due ultimi grandi interventi di Bush e di Obama, la TARP – Troubled Asset Relief Program che interviene sui problemi della crisi finanziaria e l’ARRA – American Recovery and Reinvestment Act varato da Obama per rodirre gli effetti della crisi economica, hanno complessivamente una incidenza elativamente bassa sull’ammontare complessivo del debito.

Politicamente molto più controverse, e ricche di spunti critici anche verso le teorie economiche dominanti nell’ambiente economico statunistense nel primo decennio del secolo, le analisi che tendono ad imputare proprio alla politica di bilancio adottata da Bush fin dal suo primo mandato le cause profonde della crisi economica e finanziaria che ha travolto il mondo nel 2008. E’ la tesi di Menzie Chinn, sinteticamente riportata in questo grafico tratto da un articolo “The Cyclically Adjusted Budget Balance” pubblicato sul sito www.econbrowser.com  di cui è coautore (per il concetto di cyclically adjusted deficit or surplus si veda questa pubblicazione del CBO).

UsaDeficitSuPIL20090905(gli anni della presidenza Bush sono quelli evidenziati in giallo).

Dietro al grafico una attenta analisi della politica economica e finanziaria che hanno portato gli Stati Uniti alla crisi e che è sinteticamente descritta in un denso articolo scritto con Jefrry Frieden, “Reflections on the Causes and Consequences of the Debt Crisis of 2008” i cui punti salienti cercherò di riassumere qui.

Per i due autori, la crisi del 2008 non è altro che una ripetizione di “crisi di debito già viste, dovuta a dissennate politiche fiscali, ma resa ancora più virulenta da una combinazione di alti rapporti di indebitamento, di innovazione fiscale e di controlli inesistenti. In una cosiffatta situazione, speculazione e autentiche attività criminali hanno prosperato; ma si è trattato di fattori aggravanti, non delle cause ultime“. Gli americani si sono indebitati e l’eccesso di domanda così creatosi ha determinato la crescita speculativa di quella parte di beni, segnatamente gli immobili, che gli autori definiscono “non commerciabili (nontradable)”.
Il disastro è “semplicemente il più recente esempio di un ‘ciclo di movimento di capitale’ in cui il capitale estero fluisce in un paese, stimola un boom economico, incoraggia l’indebitamente finanziario e l’assunzione di rischio, e poi finisce con un crollo”.
La recessione del 2001, cui si è aggiunta la drastica riduzione delle imposte subito decisa da Bush e, subito dopo. la crescia delle spese per la sicurezza nazionale dovuta all’ 11 settembre, hanno rapidamente rovesciato il saldo attivo lasciato in eredità da Clinton. E il finanziamento del debito fu facilitato dalla possibilità praticamente illimitate di finanziamento sull’estero: “questo rapido accesso al mercato dei capitali fu la nuova realtà dei mercati finanziari integrati globalmente” . Il risultato fu il crescente deficit della bilancia dei pagamenti statunitense che raggiunse nel 2006 il livello record del 6% del PIL.

Ad aggravare la situazione si sono aggiunti due importanti facilitatori:
1) l’abbondanza del risparmio accumulato dai paesi  asiatici, segnatamente dalla Cina, e dai paesi esportatori di petrolio (il cosidetto saving glut);
2) una politica monetaria eccessivamente lassista, con un lungo periodo di tassi di interesse reali di fatto negativi.

Ed infine, cigliegina sulla torta, “l’esistenza di un settore finanziario largamento non controllato – da qualcuno definito ‘sistema finanziario ombra’“.
Sostanzialmente lo sviluppo di un settore finanziario non regolamentato ha reso inoperante l’intera struttura di controllo bancaria costruita durante la Grande Depressione. Ciò ha reso il sistema vulenrabile al tradizionale ‘panico bancario’  . . .  . La rinuncia ai controllo (in particolare con l’accettazione di alte leve finanziarie) in presenza di troppo istituzioni ‘troppo grandi per fallire’ ha comportato l’implicita assunzione di passività finanziarie da parte del Tesoro sotto l’amministrazione Bush … .
L’innovazione finanziariae la mancanza di controllo hanno giocato un ruolo anche  nella formazione di questi debiti statali sommersi anche da parte della imprese troppo interconnesse per fallire.”
 
 A livello dell’economia americana il flusso di capitali dall’estero ha provocato aumento delle importazioni, crescita dei valori immobiliari, esplosione del settore finanziario: tutti e tre effetti di un boom da indebitamento tipici di tali cicli da debito estero.
Le prospettive non sono rosee: privati ed imprese stanno adesso affannosamente cercando di ridurre il livello del debito, ma questo significa che la crescita economica futura non potrà contare su quello che è stato il suo motore negli ultimi anni, il consumo degli Stati Uniti: il mondo non può più fare affidamento sui consumi statunitensi.
E nessuno per ora sa che cosa li sostituirà.

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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