Ma perché si continua a credere alle Borse?

Non riesco a capire perché si continuino a sprecare inchiostro, o bytes, tempo ed intelligenz per tentare di ricavare indicazioni sull’andamento dell’economia reale dai risultati ballerini e molto spesso irrazionali che i mercati azionari di tutto il mondo ci riversano addosso ogni santo giorno lavorativo.

Un interessante esempio di questa evidente irrazionalità viene da uno studio citato in questo post di Mario Seminero “Il mercato azionario è troppo ottimista?“. Riporta i risultati di uno studio di un certo David Rosenberg, economista, ex Merrill Lynch ed oggi strategist dell’asset manager canadese Gluskin Sheff.
E li definisce sorprendenti, e debbo dire che non riesco a condividerne la sorpresa.

Rosenberg, partendo dalla constatazione che nell’ultimo semestre gli indici azionari hanno mostrato un evidente movimento di ripresa a V, con un recupero degli indici intorno al 50% dai minimi, ha messo a confronto l’andamento della economia reale oggi ed in altri momenti in cui gli indici azionari hanno mostrato simili tassi di crescita. Ed ha trovato che “storicamente un recupero delle borse del 50 per cento si è verificato in presenza di un’espansione media del Pil del 4,5 per cento, con una occupazione in crescita di 850.000 unità, un indice ISM manifatturiero in confortante espansione al livello di 56,2, profitti aziendali in ripresa del 12 per cento, credito bancario in ascesa del 5 per cento. Oggi, a fronte di un aumento degli indici azionari del 50 per cento, abbiamo Pil, occupazione, e profitti aziendali che stanno tentando di trovare un minimo di ciclo; un indice ISM a malapena tornato al livello di 50, che indica stazionarietà dei livelli di attività; ed il credito bancario ancora in condizioni restrittive“.

Aggiunge Seminero che “a livello di mercato azionario, inoltre, occorre segnalare che il rally di Wall Street è avvenuto con un andamento decrescente dei volumi scambiati, che cinque società in condizioni precarie e presenza pubblica determinante nel capitale (AIG, Freddie Mac, Fannie Mae, Citigroup e Bank of America) rappresentano circa un terzo del volume di scambi giornalieri e che, secondo alcune stime, il 70 per cento degli scambi azionari implica un ordine di acquisto o vendita generato da società attive negli ordini elettronici ad alta frequenza   . . .   I forti recuperi dei corsi azionari si sono inoltre verificati non in presenza di una ritrovata redditività, bensì di risultati “meno peggiori” delle attese, e multipli quali il rapporto prezzo/utili appaiono costosi secondo qualsiasi standard, oltre che significativamente superiori ai livelli tipici delle fasi di ripresa“. E nota pure, e la cosa è degna della massima attenzione, che “caratteristica degli annunci sui conti trimestrali aziendali è il forte taglio dei costi di struttura (spese amministrative, commerciali, per il personale) come determinante della tenuta o del miglioramento degli utili, a fronte di andamenti ancora negativi del fatturato“, tutte cose che, se sono positive al livello microeconomico della singola impresa, non possono che peggiorare il quadro macroeconomico, dal momento che non possono non comportare una caduta del livello complessivo della domanda.

E allora, dico io, non è forse che la crescita dei mercati azionari è drogata dai volumi inusuali di liquidità immessi dalle banche centrali e dalla volontà, e dalla possibilità, di pochi enormi operatori che di fatto controllano il mercato, di utilizzare tale liquidità per turare falle inconfessabili e magari per assicurarsi nuovamente congrui bonus?

Per favore, signori economisti, signori giornalisti economici, signori commentatori, lasciate perdere i risultati delle borse. Parlateci dell’andamento del Pil, di quello dei consumi, della occupazione, dei risultati e degli eventuali utili distribuiti dalle aziende, anche di quelle quotate in borsa se proprio non sapete staccarvi da lì, dei bilanci degli stati, dei loro deficit, delle tasse, e via discorrendo.

Mi sembra che di argomenti concreti e reali, a contatto con la nostra vita quotidiana, ve ne siano in abbondanza per riempire le pagine dei giornali e dei blog e per consentirvi di quadagnare il vostro pane quotidiano.
Ma per favore smettetela di commentare i risultati di quel locale di gioco d’azzardo che è la borsa come se fossero gli oracoli da cui dipende il nostro futuro. Rischiamo proprio di abbandonarlo in mano ad avidi giocatori d’azzardo.

Grazie.

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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