Morire per Kabul?

Di solito non leggo romanzi, ma “Il cacciatore di aquiloni” mi è capitato di è sta una fortuna eccezione. Era in casa, capitato non so come mai, il giorno che dovevo passare una giornata interna in ospedale per accompagnare Cristina per un piccolo intervento di day-ospital, e allora lo ho preso su e sono riuscito a finirlo di un fiato.

E a quel libro ripenso ogni volta che il tema dell’Afghanistan ritorna sulle prime pagine dei giornali. Non so se e quanto quel libro rappresentasse l’effettiva realtà della vita in Afghanistan al tempo del primo dominio dei talebani: è un romanzo scritto da un afghano fuggito negli Stati Uniti, ma non penso che quanto descritto sia molto lontano dalla vita allora vissuta. Ma allora come ha fatto l’intervento della Nato a non riuscire ad assicurarsi, o a perdere, l’appoggio della popolazione?

Non sono certo in grado di dare una risposta o di capire cosa succede in quel ginepraio di contraddizioni, rivalità razziali, tribali e religiose, odi, corruzzioni che è l’Afghanistan. L’impressione è che all’origine vi sia l’errore di fondo di aver visto, e di continuare a vedere, l’intervento militare come un prolungamento della lotta al terrorismo, scatenata dagli Stati Uniti di Bush dopo l’attentato alle torri gemelle. In realtà, ed a capirlo mi ha aiutato l’intervento di Frattini sul Corriere di ieri, forse sarebbe necessario capovolgere la missione: l’obiettivo non è combattere il terrorismo, ma aiutare l’Afghanistan ad uscire dalla cronica situazione di povertà, aggravata dalla crecente insicurezza dovuta alla guerra in corso. Ridato un minimo di prosperità, si prosciugherà anche l’acqua in cui nuotano i pesci del terrorismo.

Ma allora vale la pena di morire per Kabul?

Leggo che la maggioranza degli italiani risponde di no, che Bossi, fedele alla sua strategia di erigere un muro intorno alla sua Padania felice e di fregarsene di quello che succede fuori (e chi gli compererà poi i suoi prodotti?), risponde che i nostri ragazzi debbono tornare a casa per Natale, che Berlusconi, cui interessa solo mantenere il controllo del paese per evitare i propri guai giudiziari e consentire alle sue aziende di guadagnare senza troppa fatica, guarda i sondaggi e, incapace di altra strategia, medita di come uscire dall’Afghanistan senza litigare troppo con gli Stati Uniti.

A ricordare al paese che esistono impegni, doveri e visioni di più lungo periodo rimane, come sempre, Napolitano e, per fortuna, questa volta anche Frattini. Certo per me è facile rispondere che sì, vale la pena di morire per Kabul. Sono solo parole. Ma è anche vero che una classe dirigente merita il proprio ruiolo ed i propri privilegi solo se è capace di indicare al paese un’orizzonte che vada al di là dei propri meri ed immediati interessi.

Proprio quello che manca all’Italia

 

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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