Debito pubblico: segnali sparsi non confortanti

Giornate di corsa, ma non abbastanza per non continuare a ricevere brutti segnali sul nostro futuro e continue conferme che quello che ci frega è il debito pubblico e che da lì bisognerebbe partire per risalire la china. Ma sembra che a nessuno interessi la cosa.

Cominciamo con Phastidio che, fra l’altro, segnala anche la crescente insofferenza degli irlandesi a salvare i banchieri con i loro soldi, anche se, loro e noi, verremo sacrificati sull’altare dei profitti monopolistici delle banche.

E poi ci informa, con grafici eloquenti, che l’asta dei titoli pubblici italiani di ieri non è andata bene. Ma se volete confortarVi, leggete solo chi vede il bicchiere mezzo pieno “Perché l’asta del Tesoro, nonostante tutto, è andata benino“. Però, anche qui, se volete credere effettivamente a quello che scrive il Sole 24 Ore, non cliccate l’ultimo collegamento. Vi ritrovereste sul WSJ che non lascia trasparire un futuro tanto tranquillo per noi Italia prossimo paese nel mirino dei mercati se non cresce più dell’1%: certo mette la foto di Draghi e ne tesse le lodi, ma non mi pare faccia altrettanto con Berlusconi ed il suo governo.

E che il nostro futuro non sia roseo ce lo ricorda, con la consueta lucidità, Visco, ancora sul Sole 24 ore, affrontando il tema dei tagli alla spesa pubblica. Nell’edizione on-line non sono riuscito a recuperare la tabellina che invece appare sul ritaglio di giornale pubblicato da Nens e che trovo molto istruttiva.

In estrema sintesi: in 30 anni, la spesa pubblica per consumi ed investimenti è rimasta sostanzialmente stabile (era il 26,2% del Pil nel 1980, è salita al 26,8% nel 2008) anche se al suo interno crescono i consumi e calano gli investimenti (peggio per chi verrà); la pressione tributaria è aumentata di oltre il 50%, passando dal 20,2% del Pil al 31,2%).

Ma dove sono andati tutti questi soldi presi ai contribuenti? In parte alle pensioni (il saldo del settore previdenziale è passato da un attivo del 2% ad un passivo del 3,8%) e per il resto a pagare gli interessi sul debito accumulato.

Visco nota che sarà difficile risalire la china. Io dico che è impossibile se non si riesce neppure a capire che questo è il nostro problema numero uno.

 

 

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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