Riflessioni sulle agenzie di rating

Due interventi sulla svalutazione del rating del debito pubblico americano di venerdì scorso suscitano riflessioni ed interrogativi cui non so dare una risposta. O forse la risposta giusta è quella di un anonimo commentatore che in uno dei tanti post letti in questi giorni che inveiva contro la finanza e ne proclamava la completa inutilità. Ed in effetti a volte lo penso anch’io.

Da capo. A criticare fortemente Standard & Poor’s sono sulle colonne del NYT Paul Krugman, che ne mette in discussione la credibilità, e Robert Reich sul suo blog che, con molta ragione, chiede con che diritto S&P sindachi la tenuta del debito pubblico americano e, soprattutto, ricorda i costi che gli errori passati dell’agenzia di rating (i massimi voti alle agenzie immobiliari parastatali americane poi fallite) hanno scaricato e stanno scaricando sui contribuenti.

Servono le agenzie di rating? Chi da loro il diritto di sindacare stati sovrani? E soprattutto come possono essere chiamate a rispondere, come tutti, dei loro errori?

Lo scopo precipuo che le agenzie di rating dovrebbero avere dovrebbe essere quello di aumentare le informazioni a disposizioni degli investitori e, contemporaneamente, garantire la correttezza e l’imparzialità delle stesse informazioni. Sul tema i siti Usa oggi non sono particolarmene affidabili ma comunque riescono a mettere in discussione anche questa loro funzione (Qui  il parere di James Kwak che rinvia a quest’articolo sul NYT “Why S.&P.’s Ratings Are Substandard and Porous” particolarmente ponderoso che meriterebbe una attenzione maggiore di quello che ho voglia di dedicargli adesso. Mi pare comunque di capire che i giudizi di S&P vengano tacciati di troppo soggettivismo e poco aderenza alla realtà numerica)

Nuovo rinvio ad un altro post americano, con un taglio storico diparticolare interesse: “Rating the Agencies” di  Rajil Sethi. Ne emerge un quadro che ne collega la crescita e lo sviluppo alla progressiva crescita del settore finanziario e che dimostra come, ancora una volta, all’origine di un fenomeno che ha effetti perversi vi sia una decisione pubblica (in questo caso della SEC). E, ancora una volta alla faccia di chi vede nella presunta libertà del settore finanziario la massima espressione della razionalità umana, emergono posizioni di monopolio che, con la libera concorrenza, hanno ben poco a che vedere e che hanno invece effetti particolarmente perversi.

Un dato su tutti, molto concreto: fra il 2000 ed il 2007 Moody’s ha avuto un margine operativo medio del 53%, rispetto al 30% di Google e Microsoft ed al 17% della Exxon. Risultati non male, che debbono far riflettere sulla effettiva utilità di questo tipo di business.

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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Una risposta a Riflessioni sulle agenzie di rating

  1. Andrea B. ha detto:

    > Servono le agenzie di rating?
    Lo sa chi le usa;
    > Chi da loro il diritto di sindacare stati sovrani?
    Perché no?
    > E soprattutto come possono essere chiamate a rispondere, come tutti, dei loro errori?
    Se sbagliano le previsioni si squalificano da sole.

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