Considerazioni sul governo Monti

La cosa che mi ha colpito di più, nelle tante anomalie che hanno portato alla formazione del governo di Mario Monti, è stata l’evidente riluttanza del ceto politico ad impegnarsi in prima persona nella azione, difficile, faticosa e, forse, impopolare (ma su questo ritornerò), di risanamento della situazione economica e sociale del nostro paese.

Dai resoconti dei giornali, le forze sociali consultate dal presidente incaricato hanno mostrato la propria disponibilità ad accettare misure in parte lesive dei propri interessi immediati, consapevoli che solo da tali misure possa nascere un rilancio del paese di cui, alla fine, beneficieranno tutti.

Nella classe politica ben pochi hanno fatto un simile ragionamento. L’impressione è che tutti i partiti politici (se è ancora corretto utilizzare una simile terminologia politica per identificare i gruppi che oggi compongono il nostro Parlamento) continuino a subordinare le loro decisioni e le loro mosse ai propri obiettivi tattici di breve periodo, incapaci di elaborare una strategia di lungo corso per il paese.

Mi piacerebbe molto avere il tempo e le capacità per approfondire le ragioni di un simile comportamento. Sono convinto che esse nascano proprio dalla composizione sociologica e dalle motivazioni personale del nostro ceto politico attuale. Forse già con l’ultima Democrazia Cristiana, ma sicuramente da Craxi in avanti, e Berlusconi ne è stato per quasi vent’anni l’esempio emblematico ed il catalizzatore principale, la gran parte della classe politica opera soprattutto, se non esclusivamente, a tutela dei propri interessi personali.
Le motivazioni che inducono alla scelta della carriera politica sono di carattere del tutto personale: è una strada di realizzazione e di arricchimento personale, non una di servizio al paese o di realizzazione di particolari obiettivi di interesse generale. Ed in questo quadro la spesa pubblica diventa lo strumento principe.
E’ ben nota l’ambiguità insita nella spesa pubblica: il suo aumento è stato, soprattutto nel secondo dopoguerra, uno dei fattori della crescita sociale dei paesi occidentali, frutto inevitabile del progressivo ampliamento del suffragio e delle politiche democratiche. Ma con la spesa pubblica è cresciuto il suo lato nascosto, il debito pubblico, lo strumento principale con cui una classe politica imprevidente ed incapace riesce a occultare i problemi del presente rinviandone la soluzione ad un futuro imprecisato e, proprio per questo, apparentemente inesistente.

L’altro giorno Cristina si domandava perché fosse così difficile ridurre le auto blu. E’ difficile perchè la classe politica vive l’uso dell’auto di servizio (blu o bianca che sia) non come un banale strumento di esercizio del proprio lavoro, ma come un segno della propria realizzazione personale, se non proprio come il vero scopo del suo essere entrato in politica.

A questa degenerazione, che definirei privatistica, delle motivazioni della scelta della carriera politica vanno aggiunti gli effetti deleteri di un sistema elettorale che ha esasperato gli aspetti di cooptazione, e di servilismo, insite in ogni sistema gerarchico. Oggi il politico in genere, ed in particolare il parlamentare, non deve la propria carriera ed il proprio posto alla capacità di interpretare e soddisfare gli interessi degli elettori. Non ha seguito la trafila classica del politica tradizionale, dalla vita in sezione ai primi confronti elettorali via via fino alla sfida nei collegi elettorali di Camera e Senato. Oggi la presenza nelle liste, e la gerarchia nelle stesse, viene decisa a tavolino dal leader. Ed il servilismo, rispetto alla concorrenza, non è certo un buon sistema per selezionare una classe dirigente.

Ecco perchè ci troviamo con una classe politica formata, in gran parte, da servi incompetenti, che fanno tanta più carriera quanto più servi sono. Ed è difficile che un competente sia un buon servo. Una evidente riprova la può dare un confronto fra la composizione del primo e dell’ultimo governo Berlusconi.

Ed ecco perché oggi questi politici non accettano di mettere la propria faccia sui provvedimenti impopolari che Monti chiederà. Ma non perché non li condividano: semplicemente perché non vogliono accettare quelli che li riguarderanno in prima persona. E perché sono convinti che il paese ragiona come loro e che, quindi, non sia disposto a rinunciare a nulla.

Io sono di un’altra idea: il paese seguirà una guida seria e capace. Ed il vero rischio che l’attuale classe politica corre è che Monti riesca nei suoi obiettivi. E lo dimostra l’attenzione ossessiva che viene dedicata ai programmi futuri di Monti: non vogliono che si ricandidi nel 2013. E ne hanno ben ragione: non ci sarebbe partita.  Non per nulla il politico oggi più popolare è Napolitano che ad ogni occasione richiama il paese ai propri doveri e lo guida nei tempi difficili che ci aspettano.

I prossimi mesi saranno forse ancora più interessanti di quelli appena trascorsi.

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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