I limiti del governo tecnico di Monti

O forse sarebbe meglio intitolare il post “I limiti dei governi tecnici” perché mi sembra che le riflessioni cui mi induce l’analisi della situazione in Italia oggi travalichino l’esperienza del governo Monti e possano essere applicate a quello strumento ibrido che è un governo composto da esponenti che non hanno sottoposto, o non sottoporranno, il proprio programma ed il proprio operato al giudizio preventivo e consuntivo dell’elettorato.

Monti è stato chiaro fin dall’inizio: nel tempo di fine legislatura voleva mettere in sicurezza i conti pubblici e modificare profondamente la struttura sociale ed economica italiana grazie ad un vasto programma di liberalizziazioni  ed ad una radicale modifica del funzionamento del mercato del lavoro e del sistema di protezione sociale ad esso collegato. Le forze politiche presenti in Parlamento hanno approvato a stragrande maggioranza questo programma, ma non lo hanno fatto proprio: o non lo hanno capito o hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Del resto sarebbe stato ingenuo pensare diversamente: i parlamentari hanno le loro idee, i loro insediamenti sociali, gli interessi ed i gruppi di rifrimento. E tutto questo non cambia certo sulla base di una semplice votazione parlamentare.

Ma la grande coalizione cosa risolve? Tutto rimane fermo

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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Una risposta a I limiti del governo tecnico di Monti

  1. Alberto Ricci ha detto:

    Carissimi,
    gli istituti democratici del Novecento hanno permesso la più o meno convivenza di pensieri anche diametralmente opposti in materia di organizzazione sociale, economica, financo culturale e dei loro propugnatori.
    Ma essi dovevan, e dovrebbero ancor oggi per assolvere efficacemente il loro compito, aver chiari alcun pre-condizioni o pre-obbiettivi.
    Il primo è la rappresentanza disinteressata dei loro interpreti, il che significa non certo la neutralità degli intenti e delle azioni, bensì l’assenza di un evidente interesse personale al punto di condizionarne l’operato.
    Il secondo elemento è la chiarezza del modello socio economico cui si vuole improntare l’azione politico-istituzionale, sforzandosi il più possibile di evitare che la propria azione sia contraddistinta da casualità.
    Il terzo fattore, strettamente legato al precedente, è la convinzione che il modello perseguito e le azioni associate siano effettivamente praticabili nell’alveo di una valutazione logica non ideologica.

    A me pare che sia soprattutto questo terzo elemento a difettare, e non solo in Italia.
    Una siffatta assenza indebolisce gli altri due; da qui la degenerazione in atto in gran parte del mondo dei presidi democratici.
    E’ di fondamentale importanza, per invertire la tendenza, abbandonare qualsiasi forma di “deregulation” e chiedere a coloro cui è temporaneamente affidato l’onere dell’indirizzo, di individuare e far rispettare alcuni “paletti”. La Cittadinanza, a sua volta, chieda con intransigente assertività, la massima chiarezza e trasparenza.
    Un saluto
    Alberto Ricci

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