Fuori tema sulla riforma del lavoro

Chissà per quanto tempo ci toccherà ascoltare lo stucchevole dibattito sul diritto del lavoro. Io ho rinunciato a seguirlo e, fra un pò, mi sa che finisco per spegnere la televisione.

Riaffiorano tutti i difetti del paese, ed in particolare la sua spiccata predisposizione per le guerre di religione, a scapiito dei concreti dibattiti sulle cose da fare e sul perché certe cose devono essere fatte. Lo prova l’aver messo al centro della discussione l’art. 18 ed il tema dei così detti diritti in pericolo o definitivamente violati. E così a me pare che si stiano perdendo di vista le ragioni di fondo per cui il ns. mercato del lavoro deve essere riformato.

Ed in questo vi è un evidente difetto di comunicazione da parte del governo ed, in particolare, del ministro Fornero. Elsa Fornero è sicuramente intelligente, preparata e decisa ma non ha assolutamente il dono della comunicazione e non riesce a far passare la sostanza del problema. E Monti non la aiuta assumendo a volte un tono decisonista che, su questi temi, così come sono presentati proprio da loro, non è nelle corde di un governo tecnico.

Cerchiamo, per quanto mi è possibile, di riportare il dibattito sulla sostanza.
La globalizzazione, avviata largo circa dalla caduta del sistema bipolare che aveva contraddistinto il secondo dopuguerra e simboleggiata dal crollo del muro di Berlino, ha profondamente innovato lo scenario in cui ci muoviamo, a partire proprio dal mondo del lavoro. Il mercato di riferimento siè progressivamente e rapidamente ampliato a comprendere tutto il mondo ed il progresso tecnologico ha continuato ad incrementare la produtttività del lavoro. Sviluppo tecnologico, abbattimento dei costi dei trasporti e delle comunicazioni, ampliamento dei mercati, risveglio di quello che era il terzo mondo e che oggi si avvia a diventare il primo, hanno drasticamente mutato gli scenari in cui dobbiamo agire.

E gli strumenti legislativi debbono aiutarci ad operare oggi e non possono più essere quelli predisposti per un mondo che non esiste più. Oggi il lavoro conta molto di meno nel ciclo completo di vita di ciascuno di noi e credo di non sbagliare se affermo che forse il 50% delle occupazioni di oggi non esistevano, letteralmente, 50 anni fa e, probabilmente non esisteranno più fra 50 anni.

Dotarsi di strumenti adeguati a questa nuova realtà non è ledere i diritti di nessuno, ma è invece incentivarli:  il singolo deve essere reso capace innanzitutto di capire il mondo in cui vive e deve essere aiutato ad operare in esso.
Ecco perché il diritto del lavoro deve trovare il modo di passare dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore.
In soldoni: è inutile, controproducente e, soprattutto, diseducativo e deresponsabilizzante, difendere sempre e comunque il posto di lavoro. Si devono concentrare le risorse materiali e, soprattutto, quelle culturali sull’obiettivo di aiutare, da ogni punto di vista, chi vuole o deve lavorare ad orientarsi in un mondo che è abissalmente diverso da quello di 40 anni fa e che, soprattutto, continua a cambiare.

Questo è il tema che abbiamo davanti ed il dibattito in corso, tutto concentrato sull’art. 18 e sui presunti diritti violati, è drammaticamente inadeguato.
E mi pare che anche la pedagogia dei professori non sia alla altezza della situazione.

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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Una risposta a Fuori tema sulla riforma del lavoro

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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