E’ passato un anno e non abbiamo imparato niente

Chiavetta e minicomputer non sono il massimo per lavorare su Internet, ma bastano per verificare, con una rapida scorsa a quanto scritto giusto un anno va per verificare quanto ricordavo: la crisi del nostro debito publico è partita giusto un anno fa. E non accenna minimamente a trovare una soluzione. Anzi.

Io sto diventando pessimistra. Ritenevo che il problema principale stesse nella mancanza di una guida credibile. Oggi la abbiamo, ma la fine del tunnel non si vede. Perché?

Perché il debito è una droga, da almeno quarant’anni il paese la assorbe goccia a goccia e, come tutti i drogati sanno, non è più in grado di farne a meno. E poi, purtroppo, gran parte della classe dirigente (stavo per correggere in una parte della ma non lo ho fatto) è convinta che invece il debito faccia bene e che la colpa di tutto sia dei tedeschi cattivi che non vogliono assumersene una parte.

Molto significativo di questo clima l’abbraccio fra la Camusso e Squinzi e la stucchevole polemica che ne è seguita sulla concertazione. Era stato il primo insegnamento di Monti, appena insediato a novembre: “I problemi non si risolvono con qualche accordo fra le parti sociali che scarichi il costo delle non decisioni sulle generazioni future”. Il rifiuto della concertazione non è rifiuto della discussione o del confronto, ma è l’elogio della assuznione, da parte diciascuno, delle responsabilità insite nel proprio ruolo: il governo ha la responsabilità di proporre scelte, il parlamento quella di approvarle o di respingerle, le parti sociali quella di confrontarsi e cercare di influenzare, ci mancherebbe, ma non di impedire scelte e decisioni.

La non decisione porta al rinvio, la concertazione degenera in corporativismo, ed il corporativismo premia i più forti ed i più organizzati, a scapito dei deboli e, soprattutto, di quelli che non ci sono ancora. I nostri problemi sono il frutto di questo cultura politica, e, spiace dirlo, il sindacato ne è uno dei più importanti propugnatori.

Difficile intravedere una via d’uscita. Le discussioni sul prossimo futuro sono tutte concentrate su problemi di schieramento. In particolare io non riesco a capire cosa voglia fare Bersani, una volta arrivato alla Presidenza del Consiglio. Tempo fa Veltroni aveva messo  il problema del debito al centro della strategia politica, ma il PD sul tema è drammaticamente diviso e Bersani a me sembra barcamenarsi. A destra il marasma è ancora più completo e l’ipotizzato ritorno di Berlusconi da un lato va venire i sudori freddi, e credo non solo a me, ma dall’altro potrebbe essere un elemento di chiarificazione: una netta sconfitta alla elezioni è, forse, l’unico segnale che può far capire ad un egocentrico smisurato come SB che la sua epoca è finita.

Ma in queste more, il costo del debito non scende, ed obbliga a tagliare altre spese pubbliche, portandosi dietro gli inevitabili effetti depressivi, trascinando, noi e l’Europa con noi, in un gorgo sempre più scuro.

Le vie d’uscita? O i drastici provvedimenti di cui tanto si discuteva l’estate scorsa, patrimoniale e/o prestito forzoso, oppure un ripensamento di Monti.

Ed io rimango convinto che un ripensamento ci sarà. Ma solo quando sarà chiaro che la riforma elettorale non si farà e quando il semestre bianco avrà messo il governo ed il paese al riparo da crisi al buio. Allora una lista Monti, appoggiata da UDC, parte del PD e parte del PDL, potrà con ogni probabilità puntare al premio di maggioranza previsto dal porcellum e presentarsi agli elettori con un programma pluriennale di risanamento del debito e di riforme istituzionali che possano restituire, nel giro dei cinque anni della prossima legislatura, il paese alla normale dialettica politica.

Del resto le cure di disintossicazione non durano, purtroppo, solo un anno. E di tossine corporative, consociative e concertative in giro per l’Italia ce ne sono troppe per illudersi che ci voglia di meno per liberarsene.

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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