Appunti sulla situazione di classe e di potere in Italia oggi

Titolo pretenzioso, vagamente veteromarxista, ma che ben rappresenta il mio stato d’animo oggi. Arrabbiato e stufo: mi sto sempre più convincendo di appartenere a una classe, un ceto, un gruppo sociale (ho studiato, poco, sociologia) e non ricordo più niente cui oggi la maggioranza dei miei concittadini riconosce solo il dovere di lavorare, di pagare le tasse, di tacere e, se per caso capita, di essere catalogato quasi alla stregua di un criminale per il semplice errore di fare l’imprenditore, di creare lavoro e di rischiare in proprio.

Delle notizie di oggi quella più scontata è la dura reazione di Bersani all’idea, di cui conosco troppo poco per poter giudicare, contenuta nella proposta di legge finanziaria presentata dal governo Monti, di aumentare gli orari di lavoro degli insegnanti. Per forza: i lavoratori della scuola rappresentano una componente essenziale del blocco sociale su cui PD e Sel puntano per toranre al potere. Con quali obiettivi non mi è chiaro, al di la delle belle parole, ma che in pratica avrà una inevitabile conseguenza: un ulteriore inasprimento delle tasse per compensare la mancata riduzione della spesa pubblica e l’inevitabile aumento dei tassi che i mercati finanziari ci chiederanno per finanziare il nostro debito pubblico. Con la cigliegina della nuova patrimoniale, del resto più che evocata dai vari Vendola e Camusso. Come se quello che sta accadendo in Francia, o quello che è accaduto per la tassa sulle barche di lusso non sia più che eloquente sui risultati di una simile strategia economica.

Il punto di partenza, e di arrivo, sono tre dati, che meritano di essere approfonditi ed aggiornati, tutti e tre tratti da un vecchio studio commissionato da Prodi nel 2005 che meriterebbe di essere aggiornato “La vulnerabilità dei conti pubblici italiani“.

Il primo analizza la composizione della spesa per la protezione sociale in Italia, in confronto con quella degli altri paesi europei. Tre le componenti essenziali di questa spesa: la previdenza, l’assistenza e la sanità. In soldoni la ns. spesa sociale era (nel 2002), di due punti percentuali sul Pil più bassa di quella media europea, ma quella per le pensioni di vecchiaia e di anzianità, era la più alta di tutt’Europa e mediamente superiore di 3 punti percentuali. Il che vuol dire che si proteggono, troppo, i vecchi, e di conseguenza poco o niente si lascia per i giovani e per gli altri ceti bisognosi di protezione. Welfare all’italiana di dubbia equità. Cercherò altri dati che poco per volta collego in questa pagina.

Il secondo mette a confronto i dati puntuali e l’evoluzione dell’andamento degli stipendi in Italia (cfr. la tab. 3 a pag. 53 del paper allegato). Quelli dei dipendenti pubblici non solo sono più alti mediamente, ma anche sono quelli che sono cresciuti più rapidamente. Non riesco ad organizzare logicamente i rinvii per questo tema, ma incomincio a collegare la pagina sulla spesa pubblica, dove sono da riguardare i rinvii contenuti nella nota inserita il 3 nov 2012.

Il terzo è la constatazione che la tassazione sul lavoro è la più alta in Europa, soprattutto per il peso dei contributi sociali a carico del datore di lavoro.L’aliquota implicita sul lavoro è più elevata di circa 6 punti percentuali rispetto alla media europea ed i contributi a carico del datore di lavoro sonoparia al 24,9% del costo del lavoro rispetto al 17,8%

Certo i dati sono vecchi, ma avete l’impressione che sia cambiato qualche cosa? Io no.

Tre indizi fanno una prova? Credo di sì.

Ed il fatto provato è che mi sembra evidente che un paese così non cresca. chi ha interesse a creare lavoro, a rischiare, ad innovare? Si premia che vive tranquilla, pensionato e dipendente pubblico, e si punisce chi rischia.

Il problema grosso è che la via del declino da tempo imboccata è facile e riposante: è vero che non cresciamo ma non si può certo dire che viviamo male. Cambiare costa fatica, e cambiare tanto quanto sarebbe necessario per riprendere a correre ancora di più. E poi la struttura di classe che anni di queste politiche hanno creato e sedimentato nel paese fa sì che la maggioranza del paese non abbia alcun interesse al cambiamente, a partire dalla classe dirigente.

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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