Parole pesanti per la sinistra

Capisco sempre meglio perché oramai Pietro Ichino stia diventando la vera bestia nera di chi si appunto la medaglia di progressista e distribuisce titoli e patenti (il più infamente è, naturalmente, quello di liberista) a destra e a manca.

Leggete ( o ascoltate) il suo intervento al convegno della Leopolda a sostegno della candidatura di Renzi. Parole pesanti, sotto un titolo che è stato corretto per non apparire ancora più pesante “Il bilancio in rosso della vecchia sinistra e il progetto della nuova” (nella prima versione che ho letto il il bilancio era definito fallimentare, se non ricordo male).

In soldoni Ichino chiede conto dei risultati conseguiti: sul terreno della riduzione delle disuguaglianze, cresciute da noi molto più che in altri paesi europei; sul terreno del tasso di occupazione, uno dei più bassi al mondo; sul terreno del livello delle retribuzioni, nettamente al disotto della media europea. E non accetta la risposta tante volte ascoltata a sinistra, “non siamo stati noi a governare” domandando “ma perché non siete riuscite a governare?” Perché i poveri e i deboli non vi votano? Perché sei operai su dieci vi preferiscono il centro o la destra? Perché le vostre roccaforti elettorali sono fra i protetti (dipendenti pubblici e pensionati) e non fra i precari? Perchè fra i vecchi e non fra i giovani? Perché non fra chi rischia di meno e non chi rischia di più?

Da più di quarant’anni la sinistra, che si picca di essere l’avanguardia della storia, ha un solo obiettivo: difendere. E con questo obiettivo arriva a riconoscere le svolte decisive venti anni dopo, avendole aspramente combattute nel momento in cui si compivano. Naturalmente senza riuscire a fermarle. E finendo così per essere nelle retrovie dello storia, alla mercè di uno sviluppo che non capisce, che non accetta e che finisce per subire, con risultati terrificanti. Anche perché, opponendosi senza successo, lascia che lo sviluppo segua strade che a volte poco hanno a che fare con i temi che le dovrebbero stare a cuore, in primis quello delle diseguaglianze.

La storia cammina, oggi molto più in fretta di ieri, e non capire dove va, tentare, disperatamente e, a volte, rabbiosamente, di opporsi, provoca danni e lascia delusi. Non capire che, in un momento di cambiamenti tumultuosi ed epocali, lo sforzo deve essere la difesa del lavoratore, della sua capacità di rinnovarsi e di riaddatarsi, e non quella, ad oltranza e con costi sociali ed economici incalcolabili, del posto di lavoro, vuol dire portare il paese su di una strada senza uscita. E portarlo a sbattere.

Per ora speriamo in Renzi. Dopo mediteremo sul da farsi.

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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