L’abbraccio mortale di Casini

Bella domanda quella che si pone Riccardo De Carla, il coordinatore regionale per il Piemonte di Fermare il Declino: “Perché i politici di centro non hanno il coraggio di affrancarsi da Casini?” e interessante il grafico che, con l’aiuto di Luca Ricolfi, abbozza nel suo articolo: incrociare il collocamente geografico destra-centro-sinistra, quello classico oramai solo più dovuto, al meno in Italia, alla collocazione fisica nell’aule parlamentari, con quello, più sostanziale, della propensione al cambiamento.

Tradizionalmente i due assi tendevano  a coincidere: la destra era il luogo della conservazione dell’esistente, la sinistra quello dell’innovazione, della spinta al cambiamento. Oggi non è più così: Ricolfi fissa lo spartiacque alla caduta del muro, io lo posticiperai ai tempi di Reagan e dalla Thatcher: l’asse progressismo / conservatorismo interseca perpendicolarmente quella destra / sinistra ed i conservatori, anzi, mi pare stiamo addensandosi sempre più a sinistra. Come ben nota Ichino, la parola più usata dal PD di Bersani (non in quello di Renzi) e nella CGIL è difendere, molto vicina, anche se non coincidente, con conservare.

E Casini è il tipico conservatore: cattolico non dico integralista ma sicuramente tradizionalista, ben collegato e ben visto in tutti gli ambineti che contano, interessato al controllo della spesa pubblica, usata come strumento di raccolta di voti soprattutto al sud, moderato nei modi e nei termini, unico erede presentabile della vecchia trazione democristiana. Ha tutto per piacere all’establishment. Gli manca solo una cosa: la capacità di prendere i voti. La gente, a fiuto, fugge da lui. Non mi pare brilli nei sondaggi; lo scorso anno, di fronte alla sterminata prateria che il crollo di Berlusconi aveva lasciato aperta davanti a lui, a fatica confermò le sue percentuali, dimostrando, coi numeri, di non essere minimaente in grado di convincere della correttezza delle sue scelte. Anche perchè di scelte, di fattii, di numeri, non parla mai.

Eppure tutti quelli che cercano di rinnovare la poltica partendo dal centrl, da Montezemolo ad Albertini pare non sappiano resistere al suo fascino. Mortale.

Perché? Per me la risposta è semplice: perché è più facile parlare di rapporti conle persone, di schieramenti, di alleanze che non scendere sul duro terreno dei fatti, delle cose da fare, dei numeri che possono confermare od invalidare una determinata scelta o una determinata politica. Siamo così abituati a pensare che la politica sia: io vado con te, tu vaoi con me, lui non lo vogliamo, quell’altro potrebbe andare bene (basta seguire qualunque telegiornale o qualunque dibattito televisivo), che non capiamo più che quello che conta sono le cose da fare e sul come farle. Come ha giustamente notato qualcuno Bersani è così allergico ai numeri da non aver neppure numerato le pagine del suo programma per le primarie..

Ma non si risolleva paese con le parole. Giannino e i suoi saranno provocatori, saranno ultra-liberisti, sranno immoderati, ma hanno un grande pregio: fin dall’inizio hanno detto “queste sono le dieci cose che secondo noi dobbiamo famere se vogliamo fermare il declino del paese“. E su questi fatti hanno chiesto discussioni, integrazione, modifiche, adesioni e contributi. Questa è la poltica che voglio.

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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