Una classe dirigente inadeguata (a voler essere cortesi)

Stiamo votando ed è, probabilmente, il momento più adatto per qualche considerazione al buio.

Le elezioni dovrebbero essere (sono?) il momento in cui la classe dirigente, la vecchia che ha gestito il paese e/o la nuova che intende sostituirla, si presentano al paese, con la loro facce ed il loro programma per convincerlo di essere all’altezza del compito cui si candidano.

Da questo punto di vista lo spettacolo degli ultimi due mesi è stato penoso. Mi verrebbe voglia di passare in rassegna, con calma, uno ad uno i candidati premier o presunti tali di ciascun partito. Ma sarebbe troppo lungo, tedioso, inutile. Berlusconi, Maroni, Bersani, Vendola, Fini, Casini li conosciamo oramai da almeno vent’anni, li abbiamo visti litigare ed insultarsi per vent’anni e non mi ha stupito vedere che hanno continuato a farlo in questa campagna elettorale, riproponendosi ad un paese che sembra non avere nè memoria nè capacità di giudizio.

Monti avrebbe dovuto essere la novità, ed è stata la delusione più atroce ed incomprensibile. Dove è finito il professore che una sera di novembre di due anni fa seppe trovare le parole per incominciare a spiegare al paese che il debito non è la soluzione dei problemi, ma solo l’illusione, la terribile illusione, della loro soluzione, mascherata dal rinvio che li avrebbe ripresentati ingigantiti e ingarbugliati qualche tempo più in là? Abbiamo visto in azione un politico poco spigliato, occupato anche lui a rispondere a battuta con battuta, ad insulto con insulto, del tutto non tanto dei reali problemi del paese ma della stessa sua agenda che tanto aveva sbandierato per giustiticare la sua discesa/salita in campo. Uno spettacolo veramente penoso.

E poi, trionfante, Beppe Grillo, la novità, la speranza di tanta parte del paese illuso che i nostri problemi possano essere risolti con qualche urlo, un rogo catartico della vecchia classe politica ed una serie di facili promesse senza alcuna gamba reale su cui camminare.

E, alle spalle di tutto, come un ombra ingombrante, che esiste ma non si rivela, una classe dirigente i cui comportamenti, il cui spessore culturale e morale, le cui capacità gestionali e strategiche, ogni tanto si rivelano al grande pubblico e lasciano sbalorditi. Un presidente dei banchieri italiani, confermato in quella carica per due volte all’unanimità che, beccato con le mani nel sacco nel truccare i conti della terza banca del paese per coprire operazioni presentate come frutto di lungimirante strategia aziendale che si sono rivelate, ad essere cortesi, essere banali truffe da magliari. E nessuno che approfondisce questi aspetti: paludati editoriali e nessuna analisi concreta.

Tipico e sintomatico l’editoriale di oggi sul Corriere di Sergio Romano. Belle parole, analisi corrette, citazioni come si deve di giornalisti esteri, nel suo caso l’Economist, che indicano quale deve essere la strada per ripartire: “Abbiamo una economia ingabbiata, ostaggio di settori privilegiati e organizzati che non hanno altro obiettivo fuor che quello di difendere i loro diritti acquisiti.  Uno studio recente dell’International Monetary Fund, citato dall’ Economist , sostiene che lo smantellamento di queste fortezze, con un alleggerimento della pressione fiscale, regalerebbe all’Italia, in 10 anni, un aumento del Pil (Prodotto interno lordo) pari al 20%. Ma sulla strada di quell’obiettivo vi sono i cavalli di frisia degli interessi personali e corporativi” Poco sopra scrive: “Vi sono pur sempre persone e partiti che sanno di quali riforme il Paese abbia bisogno per ripartire”.
Troppa fatica (o troppo rischioso?) fare nomi e congomi?
O si pestano troppi interessi, compresi quelli dell’editore che sicuramente ha ben pagato il, per il resto, assai pregevole editoriale di Romano?

Io non so, e non saprò mai, a chi pensa Romano quando scrive. So invece a chi penso io quando leggo. Solo i sette firmatari di luglio del manifesto  di Fermare il declino, e i pochi (o i tanti, spero io) che a loro si sono accodati hanno avuto la lucidità, la coerenza ed il coraggio di dire pubblicamente che solo un radicale cambiamento della classe dirigente, e con essa della mentalità con cui il paese affronta la realtà, potrà fare uscire il paese dalla strada che lo porta, finora dolcemente ed insensibilmente, a declinare.
Ma Romano, come tutta la classe dirigente che il giornale sui cui lui scrive rappresenta bene, non ha il coraggio di fare  nomi e cognomi. Non può. Dovrebbe fare una autocritica a cui ne lui nè i suoi colleghi sono abituati e di cui non sono capaci.

Ancora una volta solo quelli di Fermare il declino e per loro Oscar Giannino hanno avuto il coraggio della autocritica, una volta che gli errori che ciascuno di noi commette, diventano troppo ingombranti. Anche per questo sono solo loro ad essersi meritati il mio voto e, spero, il vostro

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Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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