Il significato delle parole: pensioni

A volte ho proprio l’impressione che il significato che io dò ad alcune parole sia totalmente difforme da quello che alle stesse parole attribuiscono la maggior parte degli altri italiani, con particolare riferimento alla classe dirigente. E che questa difformità di significato contribuisca non poco al progressivo e crescente senso di disagio con cui mi trovo a fare i conti ogni giorno.
Comincio dalle pensioni, parola in grande spolvero ultimamente, complice la campagna elettorale imminente e il recente annuncio dell’Istat sul progressivo allungamento delle prospettive di vita cui deve seguire, a norma di legge, la decisione governativa di innalzamento dell’età pensionabile, che dovrebbe passare dagli attuali 66 anni e 9 mesi a 67 anni tondi.
Un dibattito che ben si comprende se al termine pensione  si dà il significato di reddito, anzi di reddito pagato da altri.
E’ del tutto intuitivo e comprensibile che se la pensione è un reddito pagatomi da qualcun’altro, prima vi arrivo e quanto più alto è, tanto di guadagnato per me.
Ma se la pensione non è un reddito, ma è semplicemente, e più correttamente, solamente il progressivo utilizzo di quanto ho accantonato nel corso della vita lavorativa per il momento in cui, per scelta o per cause di forza maggiore, non voglio o non posso più lavorare, il dibattito sull’età pensionabile appare del tutto surreale.
Quando qualcuno della cosiddetta classe dirigente di questo sciagurato paese si prenderà la briga di spiegare seriamente cosa si intende per pensione contributiva, dire finalmente quanto sia ingiusto a livello dei rapporti intergenerazionali, il sistema retributivo?
Quello che per me è il grosso pregio del sistema contributivo è, con ogni probabilità, il suo più grosso difetto agli occhi della mentalità maggoritaria nel paese. Il sistema retributivo lascia la responsabilità di tutte le scelte pensionistiche all singolo. E’ lui che decide, nei limiti del possibile, quanto accantonare nel corso ella vita lavorativa, è lui che decide quando andare in pensione, sulla base di quanto risparmiato, delle sue condizioni di salute, sulle sue scelte sul tenore di vita di cui vuole godere.
Con ogni evidenza, troppa responsabilità per il singolo agli occhi di molti: non ne è all’altezza. Meglio che su di lui vegli il nume tutelare dello Stato, che si incarna nel partito o nel sindacato di turno, visto che oggi la Chiesa è in ribasso. E meglio se veglia attingendo alla propria capacità di ottenere credito, di modo che i costi vengano scaricati su chi non c’è.
Ed io mi innervosisco sempre di più.

Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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