Il significato delle parole: flessibilità

Da qualche anno, in particolare da quando la politica monetaria espansiva messa in atto dalla BCE di Mario Draghi ha di fatto azzerato il costo del debito, il tema della riduzione del debito pubblico non raggiunge più la pubblica opinione. Anzi la lettura che ne ha dato Matteo Renzi, e che ha trovato pronto ascolto in praticamente tutta la classe politica, tende addirittura a negarne l’importanza, al punto da utilizzare l’elegante parola  flessibilità al posto di quella, piuttosto volgare e ricca di valenze negative, di debito.
Ma il debito è testardo, come la realtà che in tanti tendono a dimenticare, e temo si imporrà nuovamente come tema principale del nostro dibattito politico ed economico da qui ad un anno.
Esaminate attentamente questi due grafici, ricavati dalla presentazione di Repubblica della nuova iniziativa lanciata dall’Università Cattolica di Milano, in collaborazione con Carlo Cottarelli, dell’ennesimo osservatorio sulla nostra spesa pubblica.

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Nel primo appare in tutta la sue evidenza la completa inutilità dei periodici documenti di previsione economica predisposta dal governo. O meglio la loro costante, incredibile, e colpevole, tendenza a presentare un quadro aggiustato a fini politici della realtà.
Il secondo rende visivamente il quadro programmatico elaborato dal governo Gentiloni per i prossimi anni, ed in base al quale abbiamo tutti letto sui giornali che nei prossimi anni “il debito scenderà“.
A parte il fatto, anche qui per la serie del significato delle parole, che non si vuol dire che il debito pubblico diminuirà, ma solo che diminuirà il rapporto fra debito e prodotto interno lordo, la previsione del governo presenta due grossi difetti.
A parte quello consueto (vedi il primo grafico) di presentare una visione edulcorata della realtà, presenta due grossi errori: l’inflazione non crescerà al tasso previsto e i tassi di interesse non resteranno a zero.
La combinazione dei due fattori farà sì che, in presenza di un deficit del bilancio pubblico che nessuno vuole ridurre, il rapporto debito/pil non scenderà e, col venir meno della politica monetaria accomodante della BCE dove, con ogni probabilità un tedesco prenderà il posto di Draghi nel 2019, si ripresenteranno, per il nostro bilancio, i ben noti problemi.
L’unica fortuna di Renzi è che non sarà lui a dover pelare la gatta. A lui resterà la responsabilità di aver gettato al vento l’occasione irripetibile di cinque anni di costo praticamente azzerato  del nostro debito. Se avesse lasciato lavorare Letta, avesse messo a tacere il suo ego smisurato concentrandosi, all’ombra di un governo ben gestito in grado di progredire nell’opera di sistemazione del nostro bilancio e della nostra pubblica amministrazione, all’analisi dei veri problemi del paese ed alla elaborazione di politiche in grado di affrontare i mali oramai ultradecennali, si sarebbe presentato alle prossime elezioni in ben altra situazione, e noi con lui.
E invece torneremo al 2011. Gli avevo creduto e non posso perdonargli gli errori fatti.

 

 

 

 

Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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