Considerazioni sparse sui dazi imposti dagli Stati Uniti

La recente decisione di Trump di imporre dazi sulle importazioni di acciaio e di alluminio negli Stati Uniti mi pare un buon test per l’impostazione teorica del mio blog, anche se, come sempre, non ho trovato analisi che seguano la falsariga che nella mia logica mi pare la più rispondente alla realtà e la più utile a valutarne le conseguenze.

Non sono riuscito a trovare con facilità i dati che mi servirebbero per supportare la mia ipotesi che è quella che, nella realtà, a pagare il costo della politica di Trump saranno i consumatori americani, a riprova della teoria che bisognerebbe tener conto molto di più degli interessi dei consumatori che di quelli dei produttori.
Mi servirebbero, e se qualcuno mi aiutasse ne sarei veramente contento, i seguenti dati:

  1. I consumi interni di acciaio e di alluminio degli Stati Uniti
  2. La quota di questi consumi che è coperta dalla produzione interna e, di riflesso, quella coperta dalle importazioni
  3. La capacità produttiva inutilizzata delle industrie statunitensi che, oggi, producono acciaio ed alluminio in patria.
  4. I tempi, ed i capitali, necessari affinché nuova capacità produttiva nazionale possa essere aggiunta a quella esistente.

Poi ci guarderò con calma, ma qui probabilmente ci sono le risposte alle mie domande. Breve illusione. Le risposte ci sono, ma costano una cifra. Cercherò ancora. Questa, probabilmente, è una strada migliore: comunicato stampa sulle importazioni di acciaio negli Stati Uniti per consumi nel 2017, divisi per paese. Che mi porta nel sito del Census Bureau degli Stati Uniti. Probabilmente bisogna scavare qui. Invece la soluzione era molto più semplice. Non ho avuto tempo di guardare, ma nel comunicato con cui il ministero del Commercio americano propone i dazi mi pare ci siano proprio tutti i dati che io chiedo.

Comunque questi sono i primi dati che ho raccolto: gli Stati Uniti hanno prodotto, credo nel 2017, 87 milioni di tonnellate metriche di acciaio (cfr. The Atlantic qui) e ne hanno importate, (cfr. il comunicato stampa sopra riportato) 30 milioni nel 2016.

La mia ipotesi è parte dall’idea che, comunque, i consumi di  acciaio e di alluminio attuali degli Stati Uniti debbano essere soddisfatti e che, quindi, in mancanza di una capacità produttiva inutilizzata particolarmente ampia, le industrie americane continueranno ad acquistare all’estero, a prezzi maggiorati, l’acciaio e l’alluminio di cui hanno bisogno. E che, inevitabilmente, i maggiori costi si trasferiranno a valle, sulle spalle dei consumatori, e degli elettori, americani. Questo almeno fino a quando l’industria del settore non avrà attivato la maggiore capacità produttiva interna.
Ma a che costi? e con che tempi?
E quale industria sarebbe disponibile ad investire capitali, che a me paiono ingenti ed a redditività molto differita, in una situazione la cui convenienza economica si basa su di una decisione politica a detta di molti estemporanea, molto poco in linea con quelli che sono le idee economiche dominanti, specie all’interno della classe imprenditoriale, presa da una amministrazione che non pare avere davanti a se una durata particolarmente rassicurante, sottoposta ad un altissimo rischio di contestazione a livello di organi giurisdizionali internazionali, e quindi molto esposta al rischio di venire revocata in tempi piuttosto brevi?

In rete, in un breve giro domenicale, non ho trovato analisi simili. Per la verità non è proprio del tutto vero. Tracce se ne trovano, come in questo intervento del rappresentante della AIA (Aerospace industries association) americana, e, a girare, altre ne uscirebbero, perché mi sembra una posizione reale e condivisibile. Ancora una volta per capire bne cosa succede bisogna partire dal momento del consumo, non da quello della produzione.

Utile, ma completamente centrata su di una analisi di quale dovrebbe essere la risposta della CEE, questo paper di Uri Dadush su Bruegel “U.S. steel and aluminium tariffs: how should the EU respond?“. L’intervento mi pare molto centrato sul concetto di interesse nazionale che, se non ho capito male, è stato invocato da Trump per giustificare il suo intervento al fine di evitare la bocciatura del Wto.
Più interessante il rinvio ad un articolo del 2005, disponibile solo a pagamento, che esamina una situazione simile che si è verificata fra Stati Uniti e Messico nel 2002, quando fu l’amministrazione Bush, e le cui conclusioni sono state che le decisioni di allora

lead to significant net job losses and net welfare losses, not net gains

Più ponderoso, ma disponibile, un articolo più recente, le cui conclusioni mi paiono comunque molto simili Why trade, and what would be the consequences of protectionism? 

Anche questa (The Unintended Consequences of U.S. Steel Import Tariffs: A Quantification of the Impact During 2002) è una analisi disponibile in rete sugli effetti del provvedimento del 2002 sull’acciaio, e le sue conclusioni sono sempre quelle: il protezionismo provoca più danni che benefici.

Informazioni su Giuseppe Ferrari

Nato a Modena, vive e lavora a Milano praticamente da sempre. Sposato con due figlie. Laureato in sociologia e sociologo mancato (questo blog è la mia rivincita tardiva ed incerta). Imprenditore nel settore della stampa dell'imballaggio flessibile.
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