Adam Smith a Pechino – Arrighi G.

L’ho letto a San Vigilio nell’estate del 2008. Come sempre ricordo poco. La prima impressione è che non capisco perché si debbano andare a recuperare i classici, forzando la realà odierna per farla rientrare negli schemi che gli autori del ‘700 o dell’800 avevano elaborato per interpretare e spiegare la loro realtà. Il commento cattivo che mi viene in mente è che, visto il fallimento delle teoria marxiane, si voglia trovare in Smith le motivazioni teoriche pe arrivare a criticare l’evoluzione attuale del capitalismo. A me sembra un ragionamento molto forzato.
Del libro non ho apprezzato il passare dell’empireo delle teoria economica, con riferimento appunto addirittura ad Adam Smith alla sporca realtà attuale della politica estera americana di Bush, che viene visa come l’origine di tutti i mali del mondo.
Comunque ho riempito il libro di segni e chissà se riesco a riportare qui le citazioni che ho sottolineato, perché comunque il libro mi è piaciuto.

INDICE

Parte prima – Adam Smith e la nuova  era asiatica

Cap. 1 – Marx a Detroit, Smith a Pechino
Cap. 2 – La sociologia storica de Adam Smith
Cap. 3 – Marx, Schumpeter e l’accumulazione “senza fine” di capitale e potere

Parte seconda – Sulle tracce della turbolenza globale

Cap. 4 – L’economia della turbolenza totale
Cap. 5 – Ladinamica sociale della turbolenza globale
Cap. 6 – Una crisi di egemonia

Parte terza – Egemonia in disfacimento

Cap. 7 – Dominio senza egemonia
Cap. 8 – La logica territoriale nella storia del capitalismo
Cap. 9 – Lo stato mondiale che non vide mai la luce

Parte quarta – Il retroterra storica della nuova era asiatica

Cap. 10 – La sfida della “pacifica ascesa”
Cap. 11 – Stato, mercato e capitalismo in Oiente e in Occidente
Cap. 12 – Origini e dinamica dell’ascesa cinese

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5 risposte a Adam Smith a Pechino – Arrighi G.

  1. Carmen S. ha detto:

    Non ho ancora letto il libro che mi e’ stato consigliato come approfondimeto per l’esame di Storia ed istituzioni dell’Estremo Oriente. Mi sono imbattuta per caso nel Suo commento, quindi non posso sbilanciarmi troppo.
    Da un lato sono d’accordo con Lei quando dice che e’ sbagliato interpretare la realta’ di oggi con le categorie del XVIII e XIX secolo e che le politiche disastrose di Bush non sono l’incarnazione di tutti i mali del nostro mondo. Dall’altro, invece, che risente dei miei studi sull’Estremo Oriente e sulla Cina in modo particolare, devo dire che un collegamento, che ai piu’ sembra forzato, tra le idee di Adam Smith e la Cina esiste. Secondo alcuni insigni orientalisti e comparativisti l’insistenza di Adam Smith e di altri economisti della sua epoca sull’importanza del mercato, deriverebbero dalla tradizione cinese e dal Taoismo filosofico in maniera particolare. La teoria taoista del Wu Wei, in Non Agire, secondo questi studiosi avrebbe influenzato gli economisti e gli intellettuali europei del XVIII secolo portandoli ad elaborare il laissez-faire economico e da qui anche la famosa Mano Invisibile di Smith.
    Questa e’ solo una delle tante e anche strane conclusioni di orientalisti e comparativisti che hanno analizzato l’incontro tra la Cina e l’Occidente e i relativi scambi di idee, tecnologia e sapere tra le due periferie dell’Eurasia.

  2. Edoardo Angeloni ha detto:

    In parte è vero che oggi i veri capitalisti sono i russi e cinesi, mentre Obama è un socialdemocratico.
    Il fatto che un’analisi del genere venga da sinistra dimostra che il marxismo conserva una sua lucidità di fondo. Eppure l’idea di “mondo piatto” di T. Friedman non poteva venire che da un giornalista newyorkese, perchè questa città è il centro mondiale della cultura e dell’economia. Tutto ciò che si diffonde da qui è destinato a farvi ritorno.
    Arrighi si chiede se la crescita cinese dipende da qualche fatto arcano: solo da una ricerca seria e onesta secondo me.
    L’outsourcing degli USA con l’India può essere una medaglia a due facce; lo stesso accadrà con la Cina.
    Concordo che si affermerà il modello Wall Mart in Cina e che forse a Pechino e Shangai funziona già.
    I militari dopo la morte di Mao sono visti come forza di ordine e non repressiva, Tienanamen è stato un episodio isolato. Quello che manca è una topologia della città tipo cinese moderna, cosa che Antonioni aveva saputo fare.

  3. CRISTINA ha detto:

    Ma xkè il titolo è “ADAM SMITH A PECHINO”?

  4. Yun Hai Sheng ha detto:

    Si dovrebbe leggere il libro prima di commentarlo… a quanto detto finora nei commenti posso suggerire le seguenti osservazioni (scriverò ‘al volo’, mi scuso per l’imprecisione) nonostante abbia letto questo libro un po’ di tempo fa:

    1) Il tentativo di lettura attraverso l’opera di Adam Smith della contemporaneità non è tanto una forzatura conseguente al riconoscimento del fallimento del marxismo come dottrina diametralmente contrapposta a quella smithiana. Bensì un tentativo di integrazione tra i due diversi approcci, nella cornice teorica di un marxismo neo-smithiano. In particolare Arrighi rifiuta l’appropriazione da parte dei neoliberisti dell’eredità di Adam Smith, che ad una più attenta lettura è qualcosa di diverso dal teorico del capitalismo per eccellenza, come molti economisti mainstream vorrebbero. Marx è molto più teorico del capitalismo di Smith, in un certo senso. Cruciale è infatti la contrapposizione, di matrice braudeliana, tra capitalismo e mercato, con il secondo antitesi del primo.

    2) Secondo Arrighi, la Cina non è un Paese capitalista nel senso stretto del termine. Accettando la definizione braudeliana di capitalismo, infatti, la Cina adottando una strategia maggiormente orientata al mercato muoverebbe nella direzione opposta dall’idealtipo (di stampo marxiano) di stato capitalista. In tal senso, si osserva una progressiva divergenza da tale idealtipo attraverso i cicli storici che hanno visto prima Venezia, poi Olanda, poi Inghilterra ed infine USA come potenze egemoniche. Venezia è lo stato che storicamente si è avvicinato di più all’idealtipo di stato capitalista. Questo non vuol dire che la Cina sia tuttora un Paese socialista ma piuttosto che forse capitalista/socialista non sono le categorie più adatte per descrivere il processo di trasformazione politica ed istituzionale in atto.

    3) L’analisi della politica estera americana è da leggersi come culmine di una crisi di egemonia iniziata con la guerra del Vietnam e parzialmente arrestata con la (contro)rivoluzione liberista di Reagan. Il pantano dell’Iraq sta favorendo l’ascesa politica sul piano internazionale della Cina che vede accrescere la sua influenza nell’area del nordest asiatico e progressivamente nel sudest, aree tradizionalmente sotto il controllo dagli americani.
    Arrighi è ovviamente critico della politica estera americana ma sinceramente non ne ravviso un tentativo di additarla come l'”origine di tutti i mali del mondo”, come lei sostiene.

    4) Adam Smith a Pechino è pertanto tutt’altro che provocazione intellettuale come sembrerebbe a prima vista. L’idea non è quella di descrivere la transizione della Cina al capitalismo, anzi. Il progetto del socialismo di mercato merita di essere analizzato più attentamente nella sua progettualità e non liquidato come un ossimoro dal sapore esotico.

    Più o meno sono questi i temi che questo bellissimo libro tratta. Ne consiglio una lettura molto attenta.

    Ciao ciao

  5. Edoardo Angeloni ha detto:

    Sono abbastanza d’accordo con quanto sostiene Yun. Il modello di Adam Smith a Pechino è piuttosto credibile, nel senso che i Cinesi per alcuni tipi di attività sono molto avanti (Expo), per altre cose sono un po’ come eravamo noi nell’80. Quando si parla di socialismo di mercato, non c’è molto in giro da leggere: citerei “La democrazia dei bisogni” di Feher e fra gli italiani i più attuali mi sembrano Gallino e Rusconi.

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