Centocinquant’anni di finanza pubblica in Italia – Tanzi, Vito

Un errore. Troppe poche pagine per il suo costo, anche se le analisi di Tanzi sono sempre interessanti. Acquistato di fretta per raggiungere la spedizione gratuita sui libri della Laura da Mondadori.
Comunque sottolinea come il debito pubblico sia una costante della storia dell’Italia unita. Anzi la sua teorie è che una delle ragioni che spinsero il Piemonte a premere sull’acceleratore era la necessità di diluire il suo debito, ampio , in crescita ed, in prospettiva, insostenibile, in un PIL molto più ampio, visto che gli altri stati pre-unitari, ed in particolare il più grande, il Regno delle Due Sicilie, ed in particolare la Sicilia, non avevano debito.

Interessante anche il rapido commento di Gianni Toniolo di cui riporto i paragrafi. E’ meno critico sul debito iniziale, per lui giustificato dalle spese necessarie per l’unificazione e la creazione del mercato, spesa pubblica i cui aspetti positivi si sarebbero poi visti nel momento dello sviluppo economico a cavallo del passaggio di secolo.

  1. Le fasi della convergenza
  2. Gli anni post-risorgimentali
  3. La “grande convergenza”, 1945-1991
  4. La divergenza dell’ultimo ventennio
  5. La sfida della spesa pubblica in Occidente

Conclude osservando, a proposito dei soldi pubblici spesi a piene mani per uscire dalla crisi finanziaria del 2007 (non dimentichiamo che il libro è del 2011) come non “sia possibile immaginare che siano nel medio termine politicamente sostenibili né mercati sempre meno regolati – per l’instabilità e la disuguaglianza che generano – né gli Stati sociali iper garantisti dalla culla alla tomba – per la sclerosi economica che inducono“.
Ma, a proposito dell’Italia, osserva che da noi “il fallimento dello Stato è più evidente del fallimento del mercato

Parole al vento ma l’idea che mi è venuta leggendo questo rapido libretto, e la devo tenere presente, è questa: ma perché nessuno esamina quelli che vengono definiti quasi sempre errori di gestione, da un altro punto di vista: quello banale del cui prodest?
Nell’interesse di chi sono state prese certe decisioni? e come le stesse decisioni hanno influito sui rapporti di forza fra le classi, o forse è meglio dire i ceti, sociali e sul progressivo emergere di una nuova classe dominante?

Come si fa a dimostrarlo?