Il capitale nel XXI secolo – Piketty, Thomas

Recuperato dalla biblioteca di Alessandro Pizzorni e letto nell’estate del 2017. E mi piacerebbe tanto capire come ha fatto ad arrivare lì.
Il libro ha un allegato tecnico su Internet, qui
Inoltre Piketty ha messo in linea, qui, una montagna di bibliografia, tutta in formato pdf, dove a saper cercare credo ci sia tutto quello che mi può essere utile per lo studio dello sviluppo economico.

Credo che questo articolo,  “The Rise and Decline of General Laws of Capitalism, di Acemoglu e Robinson, che per ora (3/3/18) non ho letto, sia una critica alle tesi di Piketty e che tenda a riportare l’attenzione sul ruolo delle istituzioni e, aggiungo io, di conseguenza sui rapporti di potere che tutti gli economisti tendono a sottovalutare.
Acemoglu mi era piaciuto già dal suo libro sullo sviluppo economico, ma dopo questa citazione mi sa proprio che diventerà il mio idolo “We should note at this point that we do not believe the term capitalism to be a useful one for the purposes of comparative economic or political analysis. By focusing on the ownership and accumulation of capital, this term distracts from the characteristics of societies which are more important in determining their economic development and the extent of inequality“. Finalmente qualcuno che lo dice chiaro. Vediamo se lunedì riesco a stamparmi l’articolo, per capire meglio

Citazioni

Quando il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito … il capitalismo produce automaticamente disuguaglianze insostenibili, arbitrarie, che rimettono in questione dalle fondamenta i valori meritocratici su cui si reggono le società democratiche (p. 12)
Quando il tasso di crescita della popolazione e della produttività è relativamente debole, i patrimoni accumulati nel passato assumono per loro natura un valore considerevole, potenzialmente smisurato, e destabilizzante per le società interessate. (p. 25)
Kuznets Economic growth and income inequality 1955
Solow A contribution to the theory of economic growth 1956
La questione della ripartizione del prodotto tra salari e profitti, tra redditi da lavoro e redditi da capitale, ha sempre occupato il primo posto nel conflitto redistributivo (p. 67)
È chiaro che ciascuno dei due aspetti della distribuzione della ricchezza, la distribuzione fattoriale, che oppone fattori di prodotto quali sono il capitale e il lavoro, considerati artificialmente due blocchi omogenei, e la distribuzione cosiddetta individuale, riguardante la disuguaglianza dei redditi da lavoro e da capitale a livello di individui, svolge di fatto un ruolo fondamentale, e che è impossibile arrivare a una comprensione soddisfacente del problema della distruzione senza analizzarli congiuntamente (pp.68-69)
… il capitale è, per definizione, l’insieme degli attivi non umani che possono essere posseduti o scambiati sul mercato (p.78)
La prima legge fondamentale del capitalismo permette di collegare lo stock di capitale al flusso di reddito da capitale. Il rapporto capitale / reddito è in effetti collegato molto semplicemente alla quota di redditi da capitale nella composizione del reddito nazionale dal tasso di rendimento medio del capitale (pp. 87-88)
La seconda legge fondamentale del capitalismo dice che il rapporto capitale / reddito è tanto più elevato quanto più rilevante è il tasso di risparmio e quanto più è basso il tasso di crescita (p. 93)
I paesi asiatici hanno con tutta evidenza beneficiari della apertura ai capitali mondiali per colmare parte del loro ritardo. Ma hanno tratto soprattutto vantaggio dall’apertura del mercato dei beni e servizi e dall’ingresso ad alto livello nel commercio internazionale, molto meno dalla libera circolazione dei capitali (p. 116)
È importante scomporre la crescita del prodotto in due parti, la crescita della popolazione da una parte e la crescita del prodotto dall’altra (p. 119)
Con una crescita debole, è abbastanza plausibile che il tasso di rendimento del capitale superi nettamente il tasso di crescita, condizione prima e determinante per una gravissima
A chi giova il debito pubblico?
Nel XX secolo si è sviluppata una visione totalmente diversa del debito pubblico, fondata sulla convinzione che l’indebitamento potesse diventare al contrario uno strumento al servizio di una politica della spesa pubblica e di redistribuzione sociale a favore dei ceti più modesti (p. 202)
Se, per calcolare il totale dei patrimoni privati utilizziamo non il valore di mercato delle società e gli attivi finanziari corrispondenti, ma il loro valore di bilancio, ecco che il paradosso tedesco non esiste più … (p. 222)
Malgrado tutte le trasformazioni, il valore totale dello stock di capitale, misurato in annualità di reddito nazionale non sembra, sul lunghissimo periodo, essersi sostanzialmente modificato (p. 251)
La formula, da considerarsi la seconda legge fondamentale del capitalismo, rispecchia una realtà evidente ma significativa: un paese che risparmia molto e che cresce lentamente accumula sul lungo periodo un enorme stock di capitale … in altri termini in una società in relativa stagnazione i patrimoni ereditati dal passato assumono di per sé un’importanza smisurata (p. 254)
Spicca su tutti il caso dell’Italia. Negli anni settanta il patrimonio pubblico era leggermente positivo, per poi diventare ampiamente negativo a partire dagli anni ottanta e novanta, in seguito all’accumularsi di enormi deficit pubblici … il patrimonio italiano è sì cresciuto in misura notevole, passando da circa due annualità e mezzo di reddito nazionale nel 1970 a circa sei annualità nel 2010, ma molto meno del patrimonio provato, la cui straordinaria crescita è in parte ingannevole, perché corrisponde per quasi un quarto a un debito crescente del paese nei confronti di un’altra parte. Anziché pagare le tasse per equilibrare i bilanci pubblici, gli italiani hanno prestato denaro al governo … Di fatto, in Italia, nel periodo 1970-2010, malgrado un notevolissimo risparmio privato il risparmio nazionale è stato inferiore … In altri termini più di un terzo del risparmio privato è stato assorbito dal deficit pubblico (pp. 281-282)
La forza principale alla base della iperconcentrazione patrimoniale osservata nelle società agricole tradizionali … è legata al fatto che si tratta di economie caratterizzare da una crescita debole e da un tasso di rendimento da capitale di regola nettamente superiore al tasso di crescita (p. 539) [ma che cosa fa rendere il patrimonio / capitale? Come fa a rendere senza crescita? ]
Esistono, secondo logica, ragioni profonde in grado di spiegare perché il rendimento del capitale dovrebbe essere sistematicamente superiore al tasso di crescita? Preciso subito che, a mio avviso, si tratta più di una realtà storica che di una necessità logica assoluta (p. 542)
Riassumendo: la disuguaglianza di fondo r » g rispecchia certo una realtà storica incontestabile … ma si tratta di una realtà sociale e politica che dipende in larga misura siamo dai dissesti subiti dai patrimoni sia dalle politiche pubbliche e istituzionali messe in campo per regolare il rapporto capitale/reddito (p. 548)
Riassumiamo: il fatto che la concentrazione della proprietà del capitale sia oggi, nei paesi europei, molto inferiore a quella della belle époque, è, in larga misura, la conseguenza combinata di eventi accidentali e dell’introduzione di strumenti istituzionali specifici, in particolare nel campo dell’imposizione fiscale sui capitali e sui redditi. … conclusione chiarissima: sarebbe illusorio pensare che esistano, nella struttura della crescita moderna o nelle leggi dell’economia di mercato, forze di convergenza capaci di portare naturalmente a una riduzione delle disuguaglianze patrimoniali o a una stabilizzazione in qualche misura armonica. (p. 580)
La disuguaglianza r » g sta a significare, in un certo modo, che il passato tende a divorare il futuro: le ricchezze provenienti dal passato crescono automaticamente, molto più in fretta delle ricchezze prodotte dal lavoro … porta ad assegnare una importanza smisurata e duratura alle diseguaglianze costituitesi nel passato (p. 582)
Il rentier nemico della democrazia
Non esiste alcuna forza che possa opporsi al ritorno di una concentrazione patrimoniale estrema … soprattutto nel caso di un forte calo della crescita e di un rialzo significativo del rendimento netto (p. 651).
Se ciò dovesse verificarsi, ne deriverebbero, a mio parere, contraccolpi politici non trascurabili (p. 652).
Nella misura in cui il capitale svolge un ruolo utile nel processo produttivo, è naturale che il capitale stesso produca un rendimento. E nella misura in cui la crescita è debole, diventa pressoché inevitabile che il tasso di rendimento del capitale risulti nettamente superiore al tasso di crescita, il che comporta automaticamente un aumento smisurato del peso delle diseguaglianze patrimoniali derivanti dal passato. Una contraddizione logica di questo tipo non verrà certo risolta grazie ad una dose supplementare di concorrenza. La rendita non è un’imperfezione del mercato. Al contrario è la conseguenza di un mercato del capitale puro e perfetto (p. 654)
La redistribuzione moderna, in particolare lo Stato sociale fondato nel corso del XX secolo dai paesi più sviluppato, è stato costruito attorno a un complesso di diritti sociali fondamentali: il diritto alla istruzione, alla salute, alla pensione [ perché la pensione è un diritto?] (p. 747)
Il ricorso a tassi confiscatori per tassare I vertici della gerarchia dei redditi non e soltanto possibile ma e anche l’unico modo per contenere le derive osservate ai vertici delle grandi imprese. Secondo le nostre stime, il livello ottimale del tasso superiore nei paesi sviluppati dovrebbe superare l’80% (p. 808)
Vuol dire che il processo politico americano e sostanzialmente prigioniero dell’1%? E questa una ipotesi che viene formulata semiprecious più spesso dai ricercatori americani di scienze politiche e da non pochi osservatori della scena politica washingtoniana. Io, per ottimismo e anche per scelta professionale sono invece più propenso a dare importanza al dibattito fra le idee (p. 810)

Indice

Introduzione
Parte prima – Reddito e capitale
1. Reddito e prodotto
2. La crescita: illusioni e realtà
Parte seconda – La dinamica del rapporto capitale/reddito
3. Le metamorfosi del capitale
4. Dalla Vecchia Europa al Nuovo Mondo
5. Il rapporto capitale/reddito sul lungo periodo
6. La divisione capitale-lavoro nel XXI secolo
Parte terza – La struttura delle disuguaglianza
7. Disuguaglianze e concentrazione: primi riscontri
8. I due mondi
9. La disuguaglianza dei redditi da lavoro
10. La disuguaglianza della proprietà da capitale
11. Merito ed eredità sul lungo periodo
12. La disuguaglianza mondiale dei patrimoni nel XXI secolo
Parte quarta – Regolare il capitale nel XXI secolo
13. Uno stato sociale per il XXI secolo
14. Ripensare l’imposta progressiva sul reddito
15. Un’imposta mondiale sul capitale
16. La questione del debito pubblico
Conclusioni