Le benevole – Jonathan Littell

Non leggo romanzi, ma le ragazze me lo hanno regalato a Natale e non ho potuto esimermi dall’iniziarlo. Poi mi ha preso, ed ha scombussolato con le sue quasi 950 pagine tutti i piani di recuperro di letture arretrate che avevo fatto per questa vacanze di fine anno, ma ne è valsa la pena.

Leggetelo o, se non altro, mediate sui pochi brani che ho riporato qui.

Organizzato come una composizione musicale barocca, ne ha la grandezza, anche se alla fine scade parecchio.
Raccontata in prima persona da un ufficiale delle SS perseguitato da turbe psichiche, è forse la prima narrazione sulla vicenda del nazismo che la riporta a livello del singolo e della sua responsabilità. A parte alcune cadute su divagazioni oniriche che non sono riuscito a seguire ed un finale che mi è parso forzato e non all’altezza è un libro di una durezza e schiettezza che arriva a fondo ed interroga ciascuno di noi sulle proprie responsabilità di fronte alla storia ed alle conseguneze delle sue scelte individuali.
Alcune parti sono secondo me di altissimo livello.:
La toccata iniziale con la presentazione del protagonista e le prime, penetranti, osservazioni:
I filosofio politici hanno spetto fatto osservare che in tempo di guerra il cittadino, maschio perlomeno, perde uno dei suoi diritti più elementari, il diritto di vivere … Ma hanno raramente notato che questo cittadino perde al tempo stesso un altro diritto, altrettanto elementare e forse per lui ancora più vitale, per quanto riguarda l’idea che si fa di se stesso come uomo civilizzato: il diritto di non uccidere. Nessuno chiede il tuo parere.L’uomo in piedi sopra la fossa comune, nella maggior parte dei casi, non ha chiesto di trovarsi lì, proprio come chi giace, morto o moernete, in fodno a quella medesima fossa. … La distinzione del tutto arbitraria stabilita dopo la guerra fra le operazioni miliatri … e le atrocità è, come spero di dimostrare, un fantasma consolatorio dei vincitori … Non difendo il befehlsnotstand, l’obbligo di obbedire agli ordini tanto apprezzato dai nostri bravi avvocati tedeschi. Ciò che ho fatto, l’ho fatto con piena cognizione di causa, pensanddo che si trattasse del mio dovere e che dovesse essere fatto, per quanto sgradevole ed increscioso fosse (pp. 19-20).
Ancora una volta, siamo chiari: non cerco di dire che non sono colpevole di questo o di quel fatto. Io sono colpevole, voi non lo siete, mi sta bene. Ma dovresete comunque seere capaci di dire a voi stessi che ciò che ho fatto io, l’avreste fatto anche voi. Forse con meno zelo, ma forse anche con meno disperazione, comunque in un moddo o nell’altro … Se siete nati in un paese o in un’epoca in cui non solo nessuno viene ad uccidervi la moglie o i figli, ma nessuno viene nemmeno a chiedervi di uccidere la moglie o i figli degli altri, ringraziate Dio e andate in pace. Ma tenete sempre a mente questa considerazione: forse avete avuto più fortuna di me, ma non siete migliori (p. 21).
Come la maggior parte della gente, non ho mai chiesto di diventare un assassino (p. 23)
Non potete mai dire: “Non ucciderò”, è impossibile, tutt’al più potete dire: “Spero di non uccidere”. Anch’io lo pservao, anch’io volevo vivere una vita buona e utile, essere un uomo fra gli uomini … Ma la mia speranza è stata delusa, e si sono serviti della mia sincerità per compiera un’opera che si è rivelata malvagia e perversa, e io ho varcato le cupe frontiere, e tutto quel male è entrato nella mia vita, e nulla di tutto ciò potrà mai essere riparato, mai. (p. 25)
Il colloquio, raggelante, nell’incubo della Stalingrado assediata, con il commissario politico sovietico, con le amere, e verissime osservazioni, sulla sostanziale identità di vedute e di metodo fra nazismo e bolscevismo, con la sola differenza dell’orizzonte spaziale su cui i due sistemi totalitari si muovono: orrizzontale il bolscevismo, per cui elimina tutti coloro che non appartengono ad una determinata classe e verticale il nazismo, per cui da sterminare sono tutti coloro che non appartengono ad una determinata classe (pp. 380-388).
Le lucide considerazioni sul famoso discorso del Reichsfuhrer Himmler del 6 ottobre del 1943 alla presenza dei Reichsleiter e dei Gauleiter in cui, osserva il nostro protagonista “con una franchezza che a mia conoscenza non ha mai eguagliato né prima né dopo, e in un modo che si potrebbe addirittura definire crudo, delineava il programma della distruzione degli ebrei” (p. 642). Non solo per l’evidente obiettivo politico di tagliare i ponti alle spalle di tutta la classe dirigente nazista perché dopo tale discorso nessuno avrebbe pootuto dire di non sapere, per ricompattarla in vista del fosco futuro che la guerra stava loro predisponendo.”
Ma anche per le ciniche, ma corrette, osservazioni, sugli effetti di una eventuale vittora: “in effetti la vittoria avrebbe sistemato tutto, perché se avessimo vinto, immaginatevelo per un momento, se la Germania avesse schiacciato i rossi e distrutto l’Unione Sovietica, non si sarebbe più parlat di crimini, o meglio sì, ma di crimini bolscevichi … e poi tutti, Inglesi e Americani in testa, sarebbero venuti a patti con noi, le diplomazie si sarebbero riallineate sulle nuove realtà, e nonostante l’inevitabile protesta degli ebrei di New York, gli ebrei d’Europa, di cui comunque nessuno avrebbe sentito la mancanza, sarebbero stati registrati sotto la voce proffiti e perdite, come del resto tutti gli altri morti, zingari, Polacchi … l’erba cresce rigogliosa sulle tombe dei vinti e nessuno chiede conto al vincitore … E anche se a questo proposito avesse continuato a sussistere una certa tensione, per dieci o quindi anni, prima o poi si sarebbe allentata, per esempio qaundo i nostri diplomatici avessero fermamente condannato, riservandosi comunqe la possibilità di dimostrare un certo grado di comprensione, le severe misure suscettibili di nuocere ai diritti dell’uomo, che prima o poi la Gran Bretagna o la Francia avrebbero dovuto applicare per ripristinare l’ordine nelle loro reclacitranti colonie oppure, nel caso degli Stati Uniti, per assicurare la stabilità del commercio mondiale e combattere i focolai di rivolta comunista, come tutti hanno finito per fare, con i ben noti risultati. Perché sarebbe un errore, e grave a mio parere, pensare che il senso morale delle potenza occidantali sia così fondamentalmente diverso dal nostro: dopotutto, una potenza è una potenza, non lo diventa, né lo rimane, per caso (p. 646).
Probilmente trovate che vi trattengo su tutto ciò con molta freddezza: intendo solo dimolstravi che la distruzione per mano nostra del popolo di Mosé non scaturiva unicamente da un odio irrazionale verso gli Ebrei – credo di aver già dimostrato fino a che punto gli antisemiti di tipo emotivo fossere malvisti all’SE e nelle SS in generale -, ma derivava soprattutto da un’accettazione risoluta e ragionata del ricorso alla violenza per la soluzione dei più svariati problemi sociali, nella qual cosa, del resto, si diffenziavamo dai bolscevichi solo per le rispettive valutazione delle categorie dei problemi da risolvere …
Tutti i paesi hanno sofferto, ma la vittoria, e l’arroganza e la tranquillità morale scaturiti dalla vittoria, hanno probabilmente permesso agli Inglesi e ai Francesi, ed anche agli itliani di dimenticare con più facilità le loro sofferenze .. Quanto a noi, non avevamo niente da perdere. Ci eravamo battuti altrettanto onorevolmente dei nostri nemici: siamo stati trattati da criminali, ci hanno umiliati e fatti a pezzi … se è giusto sacrificare il meglio della Nazione, mandare a morire gli uomini più pattriottici, più intelligenti, più generosi … e tutto ciò in nome della salvezza della Nazione – e se poi non serve a niente – e se si sputa sul loro sacrificio – allora, che diritto alla vita possono avere gli elementi peggiori, i crimanli, i pazzi, i ritardati, gli asociali, gli ebrei, senza partare dei nostri nemici esterni … Dato che rispettare le regole della cosidetta umanità non ci è servito a niente, perché ostinarsi a mantenere quel rispetto di cui non ci sono nemmeno stati grati? .. In tutte le società, in ogni epoca, i problemi sociali sono stati oggetto di arbitrato fra i bisogni della collettività ed i diritti dell’individuo, e hanno prodotto un numero di risposte tutto sommato molto limitate: schematicamente, la morte, la carità o l’esclusione (soprattutto, storicamente, sotto forma di esilio esterno). … Tuttavia, se si adotta questa visione globale, si può constatare che alemno in Europa, a partire dal XVIII secolo, tutte le diverse soluzioni ai vari problemi – il supplizio per i criminali. l’esilio per i malati contagiosi, la carità cristiana per gli idioti – sono confluite, per influenza dell’illuminismo, verso un tipo di soluzione unic
a …: la reclusione istituzionalizzata, finanziata dallo Stato … Come non vedere che queste soluzioni così umane erano anch’esse frutto di un compromesso, erano rese possibili dalla ricchezza e in fin dei conti restavano contingenti? Dopo la Grande guerra molti hanno capito che non erano più adeguate … Occorrevano nuove soluzioni, le abbiamo trovate, perché l’uomo trova sempre le soluzioni di cui ha biogno, e perché i paesi cosidetti democratici le avrebberro trovate anche loro, se ne avessero avuto bisogno.
Ma allora perché gli ebrei, ci si potrebbe domandare oggi? Che cosa avevano a che fare gli ebrei con i vostri pazzi, i vostri criminali, i vostri contagiosi? Eppure non è difficile vedere che, storicamente, gli ebrei stessi si sono costituit come problema, volendo restare separati a tutti i costi. Nei primi scritti contro gli ebrei, quelli dei Greci di ALessandria, ben prima di Cristo e dell’antisemitismo teologico, non li si accusava forse di essere asociali, di violare le leggi dell’ospitalità … ? Quin non sto cercando, come si potrebbe pensare, di addossare agli ebrei la responsabilitò della loro catastrofe; cerco semplicemente di dire che una certa storia dell’Europa, sciagurata per alcuni, inevitabile per altri, ha fatto sì che anche ai nostri giorni, in tempo di crisi, sia naturale rivoltarsi contro gli ebrei, e che se si intraprende una trasformazione della società usando la violenza, presto o tardi gli ebrei ne fanno le spese
(pp. 645-650).
Ma ancora più stimolanti, o se si vuole più profonde, le riflessioni che suscita nel protagonista l’incontro a Lublino con un soldato che rivela, a lui, ufficiale delle SS incaricato di sorvegliare l’eliminazione delle retrovie del fronte di ogni forma di resistenza, vera o presunta, che potesse venire da minoranze etniche o politiche, ed in particolare dagli ebrei, che nella politica spietata del nazismo esisteva un lato anccora più buio, di cui appunto neanche lui era a conocsenza: l’eliminazione sistematica dei feriti tedeschi che venivano giudicat irrecuperabili. Ed il commilitone Doll, in vena di confidenza davanti ad un boccale di birra in un ritrovo di Lublino, era uno di quelli: “Si è usato molto, dopo la guerra, il termine disumano, per tentare di spiegare ciò che era accaduto. Ma il disumano, scusate, non esiste. C’è solo l’umano e poi ancora l’umano: e quel Doll ne è un buon esempio. Che cos’altro è, Doll, se non un buon padre di famiglia che voleva dar da mangiare ai sui figli, e che ubbidiva al suo governo, anche se in coscienza non era del tutto d’accordo? (p. 569). b… se l’uomo non è di sicuro buono per natura, come hanno sostenuto alcuni poeti e filosofi,, non è nemmeno cattivo per natura: il bene e il male sono categorie che possono servire a definire l’effetto delle azioni di un uomo su un altro, ma a mio parere sono fondamentalmente inadeguate, se non addirittura inutilissaabili, per giudicare ciò che accade nel cuore di quell’uomo Doll uccideva e faceva uccidere della gente, quindi è il Male, ma in sé era un uomo buono verso i suoi, indifferente verso gli altri, e per di più rispettoso delle leggi. … Ogni uomo desidera soddisfare i propri bisogni e resta indifferentea quelli degli altri.. E perché gli uomini possano vivere insieme … sono necessari istanze regolatrici, che pongano limiti a quei desideri e governino i conflitti: questo leccanismo è la Legge. Ma è anche necessario che gli uomini, egoisti e deboli, accettino i vincoli della legge, ed essa quindi deve fare riferimento a un’istanza esterna all’uomo … questo riferimento supremo e immaginario è stato a lungo l’idea di Dio: da quel Dio invisibile e onnipotente è passata alla persona fisica del re, sovrano per diritto divino, e quando quel reci ha rimesso la testa, la sovranità è passata al Popolo o alla Nazione, e si è basata su un contratto fittizio, privo di fondamento storico o biologico, e quindi astratto quanto l’idea di Dio. Il nazionalismo tedesco ha voluto radicarla nel Volk, una realtà storica: il Volk è sofrano e il Fuhrerr esrpime o rappresenta o incarna tale sovranità. Da questa sovranità deriva la Legge e per la maggior parte degli uomini, di tutti i paesi, la morale non è altro che la Legge. … La legge biblica dive “non uccidere”, e non prevede alcuna eccezione, ma qualunque ebreo o cristiano ammete che in tempo di guerra quella legge è sospesa … Finita la guerra, deposte le arrmi, l’antica legge riprende tranquillamnte il suo corso … Così, per un tedesco essere un buon tedesco significa obbedire alle leggi e quindi al Fuhrer: di moralità non ce ne può essere altra, perché non c’è niente che potrebbe costituirne la base. Quale uomo, da sssolo, di propria volontà, può decidere e dire “Questo è bene, questo è male”? Se quindi si vogliono giudicare criminali le azioni tedesche durante questa guerra, è a tutta la Germania che bisogna chiedere conto e non soltanto ai Doll. Se Doll si è trovato a Sobibor e il sio vicino no, è un caso, e Doll non è maggiormente responsabili di Sobibor del suo vicino più fortunato; al tempo stesso il suo vicino è altrettanto responsabile di Sobibor, perché entrambi servono con integrità e devozione il medesimo paese, il paese che ha creato Sobibor. Quando viene mandato al fronte, un soldato non protesta, non solo rischia la propria vita, ma lo obbligano a uccidere, anche se lui non vuole; la sua volontà abdica, se resta al proprio posto è un uomo virtuoso, se fugge è un disertore … sa che la sua volontà non c’entra niente e che solo il caso ha fatto di lui un assassino piuttosto che un eroe, o un morto.
O magari si dovrebbero invece giudicare le cose da un punto fi vista morale non più giudaico-critiano o(o laico e dempocratico, che in fine dei conti è esattamente la stessa cosa), ma greco: i Greci attribuivano al caso uno ruolo nelle vicende umane … ma non ritenevano affatto che quel caso diminuisse la loro responsabilità. Il delitto si riferisce all’atto, non alla volontà. Quando uccide suo padre, Edipo non sa di commettere un parricidio … non saperlo non cambia nulla rispetto al crimine: e questo Edipo lo riconosce, e quando alla fine viene a conoscere la verità, scegli da sé la propria punizione.
Il nesso fra volontà e delitto è un concetto cristiano, che perdura nel diritto moderno … Per i Greci poco importa se Eracle uccide i figli in un eccesso di follia o se Edipo uccide il padre per caso: non conta nulla, è un reato, sono colpevoli; li si può compiangere, ma non assolvere. …

In tale prospettiva, il principio dei processi del dopoguerra, che giudicava gli uomini per le loro azioni concrete, senza prendere in considerazione il caso, era giusto; ma si è applicato in modo maldestro; giudicati da stranieri, di cui rifiutavano i valoti (pur riconoscendo i diritti dei vincitori) i Tedeschi potevano sentirsi sollevati da quel fardello, e quindi innocenti: poiché chi non era giudicato considerva chi lo era vittima della sfortuna, lo assolveva, e quindi assolveva se stesso … Ma poteva essere alrimenti? Per un uomo comune, come fa una cosa a essere giusta un giorno e reato l’indomani? … La legge, chi sa dove è? Ognuno deve cercarla, ma è difficile, ed è normale piegarsi al consenso comune” (pp. 571-573)

Ancora una volta, alla base di tutto, la responsabilità deli singolo. Mi sento molto Greco.

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