Debito e disoccupazione: i nostri veri problemi

2009 Dicembre 2
di Giuseppe Ferrari

Tutto per le chiacchiere di Fini. Sempre meglio che le discussioni sui filmini porno e le attività sessuali dei nostri politici, ma comunque la lettura mattutina del Corriere rimane deprimente

Eppure anche oggi le notizie vere non sarebbero mancate, e proprio il fatto che vengano relegate in secondo piano misura la profondità del baratro in cui stiamo precipitando.

L’Istat, nell‘indagine mensile sulle forze lavoro, ha comunicato che, per la prima volta dal 2004, il numero deidisoccupati è tornato sopra la quota dei due milioni. Il dato statistico tondo aiuta i titoli e la notizia riceve un certo rilievo. Sconcertante il commento del ministro del Welfare: “siamo comunque al disopra della media europea”. A parte che a fare media in Europa sono anche i disastrati paesi dell’Est, deve essere molto consolante per chi non ha più uno stipendio e non sa come fare a tirare avanti che c’è chi sta peggio di lui. Se poi fa anche i confronti con chi muore di fame, sarà proprio felice. E della proposta avanzata qualche mese fa da Pietro Ichino per una riforma complessiva del nostro mercato del lavoro e dei sistemi di sicurezza per chi perde il posto se ne è persa traccia: sicuramente si tratta di una discussione meno intrigante rispetto ai filmini della Mussolini. Comunque qualcuno continua a parlarne, e bene per fortuna. Ma mi sa che siamo in pochi.

Ancora più nascosta, forse perché ancora più preoccupante, la notizia sulla crescita del nostro debito pubblico: nei primi undici mesi dell’anno, il deficit dello Stato è passsato da 57.048 milioni di euro a 88.400. In percentuale, vuol dire che è aumentato di quasi il 55%. E ancor piùù preoccupante è il commento fra il consolatorio ed il giustificativo del Ministero dell’Economia: hanno pesato sul risultato mensile prelievi più alti del solito da parte delle Regioni. Hanno aiutato però i bassi tassi di interesse e l’incasso del fondo si solidarietà versato dalla CEE per il terremotoin Abruzzo. Belcommento: i prelievi delle Regioni ci saranno sempre, e probabilmente cresceranno, mentre i tassi di interesse torneranno a crescere e speriamo che non ci sia un altro terremoto che giustifichi un altro contributoeuropea. Ma allora il nostro debito pubblico? Continerà a crescere ed i nostri politici continueranno ad occuparsi di altro. Speriamo che, con tutto il sesso che fanno, almeno loro si divertano.

Leggi ad personam o, forse meglio, ad canem

2009 Novembre 28
di Giuseppe Ferrari

Una notiziola di cronaca che, come i lapsus, rivela più di tante analisi sociologiche sulla mentalità della nostra classe dirigente.

Il ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, ha viaggiato sul Frecciarossa con il cane della sua compagna, a dispetto del regolamento che lo vieta.

E come ha reagito, di fronte alla reazione dell’opinione pubblica? Si è cortesemente scusato dicendo che non era a conoscenza del divieto ed ha annunciato che si attiverà per modificare una norma che è profondamente sbagliata.

Berlusconi fa proprio scuola: se, per sfortuna, si è beccati a violare qualche legge o qualche regolamento, da quelle importanti, come le norme che sanzionano la corruzione o l’evasione fiscale, a quelle più andanti, come i regolamenti ferroviari, non ci sono problemi. Si modifica la legge o la norma violata e si continua come prima.

Non sono al di sopra delle leggi: le modificano secondo il loro tornaconto per dimostrare che anche loro ubbidiscono alle leggi. Del resto la legge è uguale per tutti e, questo vale anche per loro.  Dopo che la hanno adattata alle proprie esigenze.

Dimenticavo un noterella di costume: il cane non era di Bondi, ma della sua compagna. A proposito della quale si è affrettato ad aggiungere che le vuole tanto bene e che presto la sposerà.

Del resto lo sappiamo benissmo: quelli del Pdl sono per la famiglia. L’unica cosa che non ho ancora capito è quale numero deve avere la famiglia per essere quella giusta: la prima, la seconda, o va bene anche la terza?

Numeri su cui riflettere

2009 Novembre 28
di Giuseppe Ferrari

A memoria, da un commento di Bragantini sul Corriere di oggi:

  • i paesi ricchi non sono riusciti a trovare i 44 miliardi di dollari chiesti dalla Fao per combattere la fame nel mondo nel recente convegno tenutosi a Roma;
  • Goldman Sachs ha stanziato 17 miliardi di dollari per erogare i compensi ai propri 30 mila alti dirigenti per i bonus maturati nei primi nove mesi del corrente anno

Imprenditore o gabelliere?

2009 Novembre 25
di Giuseppe Ferrari

La vicenda di cui a questo post “Giorgio Fidenato vs. l’INPS” è piuttosto interessante e merita più attenzione di quanto non ne abbia ricevuta. Qualche cosa al proposito mi era già passata sotto gli occhi, ma non si era fermata e qualche notizia in più la trovate qui.

La sostanza, in soldoni, è questa: può lo Stato, e sulla base di quale norma, obbligare l’imprenditore a riscuotere le tasse in vece sua?

Il sig. Fidenato si è risposto di no: corrisponde in busta paga ai propri dipendenti quanto deve per contributi ed imposte a carico del dipendente e fornisce le istruzioni perchè ognuno di loro provveda autonomamente ad adempiere al proprio dovere fiscale, come del resto in Italia fanno da sempre milioni di lavoratori autonomi.

Ma Agenzia delle Entrate e INPS non accettano i versamenti dei dipendenti e citano in giudizio l’imprenditore per il mancato versamento di quanto dovuto dai dipendenti.

Il giudice per ora ha rinviato al 28 gennaio. Stiamo a vedere

Le radici culturali dei nostri problemi

2009 Novembre 20
di Giuseppe Ferrari

Il problema sollevato dal post di Michele Boldrin “Fare la spia è un dovere” potrebbe sembrare minore, circoscritto ai ragazzi che studiano, ma tocca invece le radici profonde dei tanti nostri problemi, in tutti i campi.

Solo se riusciremo a capire che ha ragione, potremo pensare di riuscire a crescere, in tutti i sensi.

Cina e Usa, produzione e consumo. Temi su cui riflettere

2009 Novembre 18
di Giuseppe Ferrari

Trovo sempre stimolanti i commenti di Robert Reich sul suo blog.

Ma quello recuperato oggi, “Obama, China, and Wishful Thinking About American Jobs” merita una attenzione particolare, anche perchè si innesta in maniera perfetta su quello che è il tema predominante di questo blog e delle mie riflessioni, il rapporto fra produzione e consumo, e lo proietta sulle scenario geopolitico della globalizzazione e dei rapporti fra Usa e Cina

Reich nota come la Cina sia “una nazione orientata alla produzione” e come invece gli Stati Uniti abbiano “una economia orientata al consumo piuttosto che alla produzione“. I dati che riporta sulla propensione al risparmio e sulla spinta all’nvestimento dei cinesi, per quanto sintatici, sono impressionanti: nel 2008 il consumo personale ha rappresentato solo il 36% del PIL cinese, rispetto al 50% di dieci anni fa e, di contro, gli investimenti in conto capitale sono cresciuti, in dieci anni, dal 35% al 44%. E, soprattutto, è la logica produttivistica, mi si passi la brutta parola, che impressiona: le società cinesi investono i loro profitti crescenti in sempre maggior capacità produttiva il cui sbocco prioritario è l’esportazione.

E lo stesso pacchetto di stimolo dell’economia per 600 miliardi di dollari varato quest’anno è stato utilizzato più per aumentare la capacità produttiva della Cina, piuttosto che i suoi consumi. E, del resto, la crescita produttiva è una necessità inderogabile per la società cinese, se si vuole dare uno sbocco alle decine di milioni di poveri che si riversano nelle città cinesi dalle campagne in cerca di un lavoro meglio pagato. E per garantirsi i mercati di sbocco per questa crescente capacità produttiva, i cinesi hanno finanziato largamente il crescente debito americano.

Paradossalmente hanno prestato ai propri clienti i soldi con cui questi li hanno pagati.

Il vero problema, è che sia Stati Uniti e Cina possono produrre molto di più di ciò che i loro consumatori possono acquistare e questo disallineamento tra produzione e consumo rischia di produrre in Cina disordini sociali e negli Stati Uniti una prolungata recessione per quanto riguarda redditi e posti di lavoro, con pesanti ripercussioni politiche.

Alle origini della attuale crisi economica

2009 Novembre 15
di Giuseppe Ferrari

L’appunto era rimasto sepolto fra le tante carte che metto da parte dicendomi: questa è una cosa importante, debbo sistemarla. E poi rimane lì.

Ma almeno Jeremy Rifkin ha avuto la fortuna di uscire dall’oblio e di assurgere agli onori del mio blog.  Spero ne sia contento.

Questo perchè, nel lontano ottobre del 2000, in chiusura della campagna elettorale americana fra Al Gore e George Bush, quella vinta da questo sul filo di lana del contestatissimo voto della Florida e che fu allorigine di tanti guai per tutto il mondo, pubblicava sul Los Angeles Time un articolo che si sarebbe rivelato profetico “Il debito dei consumatori è il tallone di Achille della nostra economia

Rifkin parte dalla constatazione dell’azzeramento del tasso di risparmio degli americani e scrive: “è impossibile comprendere l’impressionante crescita dell’economia americana e la riduzione della disoccupazione degli ultimi anni senza esaminare la strate correlazione che ne è scaturita fra l’espansione economica, la creazione di posti di lavoro e la crescita record del debito dei consmatori

E paragona la situazione a quella della fine degli anni venti, quando gli aumenti di produttività dovuti alla progressiva sostituzione della elettricità al vapore come forza motrice non sono stati traferiti, sotto forma di aumenti salariali, ai lavoratori, con il risultato che, per mancanza di domanda, il sistema produttivo lavorava al 75% delle sue potenzialità, con l’effetto che, per incentivare l’acquisto, banche e dettaglianti allargarono il credito, con l’effetto ben noto.

Nota acutamente Rifkin che “la sostituzione di breve periodo del credito al consumo al posto di un aumento del reddito ha ricevuto una scarsa attenzione da parte degli economisti” e che, molto spesso “le grandi rivoluzioni tecnologiche, come la sostituzione dell’elettricità al vapore, si diffondono rapidamente … Il problema è che, generalmente, occorre una generazione perchè una nuova tecnologie entri in sintonia con l’ambiente sociale

Lo stesso fenomeno si sarebbe verificato alla fine del millennio, grazie agli incrementi di produttività derivanti dalla rivoluzione tecnologica bel campo dell’informazione e delle telecomunicazioni, con il risultato che “le industrie maggiori debbono affrontare un sottoutilizzo globale della capacità produttiva ed una insufficiente domanda dei consumatori” e Rifkin si domanda, profeticamente con il senno di poi di chi rilegge l’articolo a nove anni di distanza, “quanto a lungo gli americani possono spendere più di quanto guadagnano, srpofondando sempre più nei debiti commerciali?” e aggiunge che in questo modo ci si espone pesantemente a rischi che possano derivare da eventi esterni come un aumento del costo dell’energia, un corllo del mercato azionario od una crisi di una importante istituzione finanziaria (!!!).

Rifkin conclude osservando che “la nuova economianon sarà una realtà fino a quando non avremo trovato un modo per distribuire  ampiamente i guadagni di produttività della rivoluzione del commercio elettronico, per assicurare abbastanza potere di acquisto ai consumatori per adeguarsi all’incremento della capacità produttiva. Ma se permettiamo che gli introiti della classe media e lavorativa americano rimangano stagnanti. come sono rimasti per quasi un decennio ed invece gonfiamo artificialmente il loro potere di acquisto obbligandole ad indebitarsi, gettiamo al vento la possibilità di creare veramente una nuova economia che benefici ognuno

Mi sembra che in quest’articolo vi siano tutti i temi veramenti importanti su cui riflettere:

  • l’importanza della domanda
  • il ruolo dell’incremento della produttività
  • la necessità di una adeguata, ed equa, distribuzione dei benefici del suo incremento
  • l’intreccio perverso fra debito e consumi

Segnali dello sfascio del paese

2009 Novembre 15
di Giuseppe Ferrari

Piccolo segno dell’eredità che Berlusconi lascerà dietro di sè.

Renato Mannheimer, nel suo consueto Osservatorio sul Corriere della Sera titola oggi “Magistrati, in salita la sfiducia del Paese“: dodici mesi fa il 51% degli italiani dichiarava di avere “molta” o “moltissma” fiducia nella magistratura, oggi tale percentuale è scesa al 48%, di poco sotto la maggioranza, ma il liveoo più basso da lustri, dice Mannheimer.

A questo dato va ggiunto che alla magistratura si addebita tutto, il 66% la accusa di essere troppo politicizzata, ma anche il contrario di tutto, dal momento che il 68% ritiene che il ceto politico tenda ad influenzare indebitamente le decisioni dei giudici.

Insomma un paese confuso, che sta perdendo la bussola e la fiducia nelle sue istituzioni.

Ancora una volta: grazie, papà.

Guerra per bande

2009 Novembre 14
di Giuseppe Ferrari

Una piccola notiziola, fra le tante lette monotamente dall’annunciatrice al TG1 delle 13,30 del sabato, ed ascoltata distrattamente, almeno per quanto riguarda i dettagli su cui spero di trovare in rete maggiori precisazioni, ma non certo per quello che credo sia il suo vero senso.

In primo piano l’annunciatrice, sullo sfondo quella che mi sembra la foto di Montezemolo, ma non sono molto fisionomista. Ma è proprio lui, perché la notizia riguarda indagini avviate a Capri, mi pare, su presunti abusi edilizi compiuti, non ho capito bene se su terreni di Montezemolo o su suoi immobili. Naturalmente l’annuciatrice avvisa che gli indagati sono pubblici amministratori e costruttori edili locali, ma tant’è.

Come ho premesso non ero molto attento ed i particolari, se riesco, il sistemo dopo.

Ma una domanda mi è subito passata per la mente: siamo in presenza di un fuoco preventivo di sbarramento nei confronti di una presunta discesa in politica del Presidente della Fiat?

In questo paese, e nel clima di questi giorni, un avvertimento di stretto stampo mafioso non ci sta stretto..

Facili profezie: processo breve uguale nessun processo

2009 Novembre 13
di Giuseppe Ferrari

Avevo scomodato, me ne sono reso conto in un secondo momento quando ho cercato di trovare conferma ai miei ricordi giovanili, il sommo sacerdote Caifa quando mi ero preso la libertà di riadattare la celebre frase evangelica per adattarla ai nostri guai: un mese fa mi domandavo se “doveva perire una nazione per salvare un uomo” e sapevo, credo come tanti, che purtroppo la risposta sarebbe stata affermativa.

Berlusconi, nel suo oramai evidente delirio di onnipotenza, o nel gorgo di problemi da cui non sa più come uscire, sta trascinando nel baratro la nazione: per evitare il suo processo cancella tutti i processi.

E finalmente anche altri cominciano a porre agli elettori di Berlusconi la stessa domanda che io ho già sommessamente proposto: siete sicuri che gli interessi di Berlusconi siano i vostri e quelli dei vostri figli?