Perchè li chiamano mercati finanziari?

Già l’altro giorno, analizzando alcuni aspetti della tempesta che si sta abbattendo sui titoli del debito pubblico di alcuni stati europei, sollevavo qualche dubbio sul fatto che i mercati finanziari, o meglio chi vi opera quotidianamente, agisca solo e soltanto sulla base di corrette analisi economiche dei numeri che ha davanti.

E i dubbi sono aumentati quando, sul WSJ, ho visto un bel titolo “Quid Pro Quo: IMF Cash For Europe In Exchange for Iran Oil Ban?“.
L’ipotesi è al limite della fantapolitica, ma verosimile: Grecia, Spagna e Italia sono, nell’ordine, fortemente dipendenti dalle importazioni di greggio iraniano. Ed per questo i tre paesi si sono, fino ad ora, opposti alla richiesta degli Stati Uniti di estendere l’embargo in atto contro l’Iran anche alle importazioni di petrolio.
Ma ultimamente l’embargo è stato rilanciato propro in Europa e l’Italia ha confermato che potrebbe essere favorevole e Spagna e Grecia non si sono opposte.

Sul lato finanziario, fino ad ora gli Stati Uniti avevano sostenuto che l’Europa doveva cavarsela da sola, avendone tutte le risorse, ma, considerato da un lato che l’Europa si è dichiarata disponibile ad aumentare le risorse del FMI, che la BCE ha fatto la sua parte e, appunto, che gli europei potrebbero appoggiare l’embargo sul petrolio fortemente voluto da Washington, potrebbero rivedere le proprie posizioni.

Certo mi è difficile immaginare un tale coordinamento nel mare magnum della finanza mondiale ma sono sempre più convinto che le motivazioni puramente economiche fanno molta fatica a spiegare quello che sta succedendo.

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Ma guarda fin dove riescono ad arrivare i comunisti

Non me lo sarei mai immaginato. Da quel poco che capisco io Foreing Policy appariva essere  una seriosa rivista americana di politica estera, senza particolari credenziali progressiste.

Ed invece, scorrendo la sua classifica sui 100 più importanti personaggi del 2011, cosa ho scoperto? Che i comunisti si annidano anche lì. C’è un unico personaggio italiano fra quelli elencati, è in 57′ posizione.

Chi è?   Ilda Bocassini.

E perché? For pulling back the curtain on Silvio Berlusconi’s Italy che, se non traduco male, vuol dire per aver tirato il sipario sull’Italia di Silvio Blerlusconi.

Può anche essere che Mario Monti abbia vinto il premio al festial porno di Miami per aver inculato 56 milioni di Italiani, ma, prima di giudicarlo, per favore, leggete la mezza paginetta con cui  FP motiva  l’inserimento della PM milanese nella sua classifica. Non parla solo si Berlusconi, parla di noi e del perché dovremo fare tanta, ma tanta, fatica per risalire. E non è detto che ci riusciremo.

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Spiegare l’inspiegabile

Bella domanda quella che si pongono due economisti della Federal Reserve Bank di Cleveland: “Why Some European Countries and Not the U.S.?” e cioè perché il mercato chiede agli Stati Uniti il 2% per finanziare il loro debito a 10 anni e a paese come l’Italia e la Spagna arriva a chiedere oltre il 7%?

Questo è il grafico che dà origine alla domanda

 

Il problema è che i dati sul debito Usa e sulle sue prospettive nei prossimi anni non sono molto diversi, anzi per alcuni aspetti sono più brutti, se non molto più brutti, di quelli di altri paesi, in particolare l’Italia, il cui debito il mercato prezza in maniera molto più penalizzante.

Seguiamo il ragionamento dei due autori.
1) Il mercato preferisce i paese che hanno un indebitamento più basso rispetto al PIL. Ma se questo è vero nel confronto fra Stati Uniti da una parte e Italia e Grecia dall’altro, non vale nei confronti dell’Irlanda, il cui rapporto debito/Pil è pressoché uguale a quello americano e ancor meno per la Spagna, molto più in basso.
2) Identica la situazione di non particolare differenza se si guarda ai fabbisogni finanziari dei vari paesi nei prossimi anni. Gli Usa hanno una vita media del debito di 5,1 anni, la più bassa dei paesi considerati. L’Italia, per esempio, è a 7,2 anni. L’anno prossimo, fra debito da rifinanziare e deficit previsto, gli Stati Uniti debbono raccogliere una somma pari al 30,2% del proprio PIL, il dato peggiore di tutti (La Grecia è al 16,5%, noi siamo al 23,5%).
3) E’ vero che le prospettive di crescita dell’economia Usa sono migliori di quelle degli altri paesi, ma quelle sull’andamento del deficit pubblico non sono per niente rassicuranti. Mentre, secondo i dati utilizzati dagli autori (quelli di settembre del FMI), il deficit italiano, ad esempio è previsto assestarsi intorno all’1% a partire dal 2013, gli Stati Uniti ballano intorno al 6%

I dati macroeconomici non riescono a spiegare, anzi, i prezzi del debito. E gli autori cercano altre strade. Che non mi paiono molto convincenti, anche perchè molto meno fondate su dati sicuri.
1) Il settore bancario americano ha legami meno stretti con il debito statale, nel senso che ne detiene una quota minore di quella dei paesi europei.
2) Il debito americano è posseduto in maggior misura da residenti e da istituzioni, a partire dai governi, che lo detengono non solo per semplici ragioni economiche.
3) il debito americano è più sicuro (ma che spiegazione è? a me pare una tautologia)
4) E’ più credibile che riesca a controllare il debito il governo americano che non quello dello Zimbawe e, udite udite, che la FED non lo monetizzerà mai. Due belle motivazioni, racchiuse dagli autori nella parola credibilità.

Un articolo che rafforza la mia convinzione già espressa l’altro giorno: nell’andamento dei tassi del debito pubblico sovrano c’è molto poco di economico e di mercato. E rafforza l’impressione che quello di cui c’è bisogno sia un ridimensionamento del potere dei conglomerati finanziari, che si può realizzare solo aumentando la concorrenza nel settore.

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Sistema finanziario e crisi economica

Come sempre, un grafico vale più di mille articoli.
Guardate questo, recuperato qui.

Mostra l’andamento dei debiti in percentuale del PIL negli Stati Uniti per alcuni gruppi di debitori. A parte la quasi perfetto corrispondenza fra diminuzione del debito del settore finanziario ed aumento di quello del governo federale,  colpisce l’impressionante aumento dei debiti del settore finanziario a partire dagli anni Ottanta.

Ma qualcuno mi sa dire a che cosa sono serviti quei soldi? A parte assicurare lauti guadagni ai grandi manager del settore, che hanno avuto a disposizione una massa di denaro molto maggiore su cui calcolare le proprie percentuali, non hanno fatto altro che aumentare il tasso di rischio complessivo del sistema, fino alla sua esplosione.

E’ progressivamente aumentata la posta delle infinte scommese fatte sui mercati finanziari ogni  giorno, senza benefici per l’economia reale, e l’epilogo non poteva essere che quello che è stato.

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Sogni per il 2012

I miei sono tre.

Che i miei concittadini si convincano che il nostro nemico numero uno è il debito e che ogni sforzo sia dedicato ad evitare che l’esplosione del suo costo (il tanto citato spread) ci strozzi. E’ da luglio che sta succedendo e di tutto si parla fuor che di questo cappio che ci siamo messi al collo da soli.

Che chi ha voce in capitolo, ed in primo luogo i sindacati, si convinca che è più importante il lavoratore che il posto di lavoro e che il nostro sistema di welfare ed il nostro diritto del lavoro devono subire questa rivoluzione copernicana. Lo dobbiamo ai più deboli, proprio quelli che sindacati e sinistra, a parole, sostengono di voler difendere e che nei fatti affossano.

E che Obama si decida ad andare allo scontro con i monopolisti della finanza mondiale. Non dico che deve fare suo il programma di Robert Reich, che per la verità non è niente male, ma almeno il Glass-Steagall Act potrebbe ridarcelo.

Comunque auguri a tutti. Il 2011 è stato duro, il 2012 lo sarà di più, ma qualche passo avanti lo abbiamo fatto.

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Strane situazioni

Non credo alle teorie dei complotti e sono convinto che la società attuale sia troppo complessa perché si possa anche solo immaginare la possibilità di indirizzarne il corso in una direzione precisa.
Ma ci sono alcuni fatti che fanno riflettere.

Qualche giorno fa Mario Seminerio pubblicava il grafico dell’andamento nel 2011 del rendimento dei titoli di stato inglese, un paese che, come noi, non cresce da anni e che ha un deficit statale che supera il 10% e che, ciononostante, viene premiato dai mercati, che lo giudicano nettamente più affidabile di noi che marciamo, a fatica, verso il pareggioed abbiamo un avanzo priimario che sfiora il 5%.
Leggendo, soprattutto davanti alla sconsolata confessione di impotenza di Seminerio, avevo pensato a quanto poco razionali siano i mercati e, soprattutto, a quanto poco mercato  ci sia nei mercati finanziari.

Ma oggi le mie riflessioni hanno deviato in direzione diversa, complottista, che per uno come me è ben strano.

Alla base, la curiosa corrispondenza del WSJ sulle telefonate fra Napolitano e la Merkel. Del tutto incredibile, conoscendo Napolitano e la Merkel, che la forma della conversazione si sia svolta come raccontato, anche se del tutto credibile invece che la sostanza della stessa sia stata di quel tenore.

Ma perché dare tanto rilievo ad una telefonata, del tutto logica nei suoi contenuti e, sostanzialmente, comunque inconcludente nei fatti (se Berlusconi avesse avuto una maggioranza reale, nessuno lo avrebbe cacciato da Palazzo Chigi)? Ed ecco che colleghi i fatti e ti dici che, forse, gli ambienti della finanza anglosassone, il centro motore della crisi in cui ci dibattiamo, abbiano tutto l’interesse ad aumentare la tensione nell’area euro. E, a mio modesto parere, lo testimoniano i dati sul nostro spread, del tutto ingiustificati rispetto ad un paese che ha un avanza primario pari al 5% del PIL ed una ricchezza privata tale da poter evitare, se necessario, allo Stato di ricorrere al mercato senza fatica almeno per un anno.

Ma riconoscere che l’Italia è sulla strada giusta vorrebbe dire risistemare, di fatto, tutta l’area euro e questo probabilmente non è gradito. E, a rfiletterci, ti viene proprio da pensare che il problema dei nostri guai stia proprio in un sistema finanziario che non è più un mercato e che serve solo a se stesso.

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La strana coppia

Molto spesso, quando mi capita di leggere gli interventi di Visco, mi viene da domandarmi quale mai sia la ragione che lo ha portato a fare coppia con Bersani nella fondazione del centro studi Nens: tanto Bersani mi sembra incapace di indicare una strategia precisa e capace di incidere sulla complessità dei tempi in cui viviamo, tanto invece Visco dà l’impressione opposta. Forse è solo una questione di ruoli: la segreteria del PD impone a Bersani una continua opera di mediazione che offusca la sua capacità di guardare oltre l’immediato. Visco, libero da incombenze immediate, può con maggior facilità allargare lo sguduardo. Forse Visco dice ciò che anche Bersani pensa ma non può dire.

Comunque a me capita di essere assai spesso d’accordo con VIsco e quasi mai con Bersani. L’ultimo esempio è questo articolo, oramai invecchiato, apparso sull’Unità del 15 dicembre scorso.

Il giudizio sulla manovra Monti mi pare molto più positivo e propositivo di quelle di Bersani e, sicuramente, lontano anni luce da quella che può essere considerata la vulgata della sinistra. Un giudizio attento alla realtà attuale, con particolare riferimento alla situazione parlamentare da cui non si può prescindere. Ma anche un giudizio capace di guardare al di là dell’immediato, capace di allungare lo sguardo sul futuro ed, in particolare, sulla situazione delle generazioni future. Una capacità che a me sembra mancare del tutto ad una sedicente sinistra, a cominciare dalla CGIL.

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La crisi secondo Einstein

Non chiedetemi quando o dove lo ha detto. Io ho ricevuto questa citazione come regalo di Natale da qualcuno che vende immobili e rompe regolarmente via fax ogni settimana. Ma questa volta lo debbo ringraziare.

Con l’aria che tira, le parole di Albert Einstein meritano proprio di essere fatte circolare, lette  e meditate. Auguri a tutti.

Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
 La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere ‘superato’.
Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’ inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.

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Mi dico che non è possibile

A volte, a guardarsi indietro, a me viene da dire che non è possibile che un paese si sia buttato via così, senza accorgersene ed in allegria.

Questo è il grafico appena pubblicato da Banca d’Italia dell’andamento del fabbisogno delle amministrazioni pubbliche. Io traduco, da profano, che è l’andamento del risultato economico (utile o perdita) realizzato anno per anno dall’azienda Italia.

 Un anno folle, da metà 2008 a metà 2009, il primo dell’ultimo governo Berlusconi, il capolavoro di Tromenti: il deficit annuale passato in dodici mesi da poco più di 20 a quasi 90 miliardi all’anno. E poi due anni di faticosa stabilizzazione e, adesso, un dolorosissimo tentativo di ritornare dove eravamo. E li guardi strillare alla Camera, insultarsi, fare i pagliacci senza un minimo di autocritica.

E il paese non capisce, anche lui forse incapace di autocritica per aver passato tre anni ad occuparsi delle prodezze di Berlusconi invece di guardare cosa stava accadendo.

Ma i conti sono facili. Arrotondiamo alla carlona. Un maggior deficit annuo per tre anni di circa 50 miliardi (la differenza fra i 25 circa del 1′ semestre 2008 e 1 75 medi, appunto alla carlona, da fine 2008 a fine 2011), fanno un maggior debito di 150 miliardi, meno di quanto stiamo sputando adesso, a fatica e fra gli strilli scandalizzati di chi ci ha portato a questo punto.

Ieri hanno commemorato Padoa Schioppa ad un anno dalla morte.
Certo lui e Prodi non ci hanno tenuto allegri da metà 2006 a metà 2008 come hanno fatto Berlusconi e Tremonti in subito dopo. Ma sapevano, e dicevano, che il debito andava ridotto. Mai scelta fu più sciagurata come quella di disarcionarli a metà dell’opera. Il pareggio lo avremmo raggiunto  a fine 2009 con molto meno fatica di quello tutto ipotetico e lontanissimo del 2013.

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Il vero problema dell’Europa

Ancora una volta debbo a Mario Seminerio la traduzione in bella forma e in lucidi concetti delle mie impressioni.

Avevo appena finito di commentare i dati sul reddito medio procapite in Europa osservando come è negli squilibri economici fra i vari paesi europei il vero problema da risolvere, che sono capitato sull’articolo in cui Seminerio cerca, probabilmente invano, di richiamare la nostra attenzione sulla vera causa della crisi: l’abnorme surplus commerciale della Germania, in percentuale del Pil più alto di quello della Cina, che non può non trovare uno sbocco. E i crediti verso gli stati sovrani e al sistema bancario dell’eurozona avevano il pregio di non avere nè rischio di cambio, per definizione, nè, apparentemente, rischio di credito. E po alcuni, in particolare quelli verso la Grecia, anche un altissimo rendimento.

La soluzione? Il rilancio della domanda interna in Germania, anche a costo di un pò di inflazione, che, fra l’altro, avrebbe il vantaggio di ridurre il valore nominale dei tanti debiti in giro per il mondo. Ma per riuscire a superare il blocco storico-psicologico dei tedeschi verso la parola inflazione ci vorrebbe ben altro della loro classe dirigente attuale, che non brilla, purtroppo, per coraggio e competenza.

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