Disuguaglianza, tasse e concorrenza

Quando ci torno, trovo sempre lucido Robert Reich.
Leggete questa analisi della situazione politica americana che prende spunto dalla polemica sui redditi dei Clinton per rilanciare in poche righe una strategia politica che ponga al centro della attenzione la crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito e che su di essa costruisca una nuova alleanza sociale in grado di guidare il paese.

Eppure non capisco perché, nell’individuare le soluzioni al problema, metta l’accento soprattutto, se non esclusivamente, sul ripristino di una maggiore progressività fiscale dell’imposta sul reddito. Certo, ha la sua importanza, ma a me pare secondaria rispetto al tentativo di fare funzionare meglio il mercato.
Rimango convinto che disparità molto forti nella distribuzione del reddito siano un segno di distorsioni del mercato e che pertanto dalla concorrenza si debba ripartire.

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Discussioni sul sistema finanziario

Per quando avrò più tempo e testa più libera.

Da Quartz “SEC Wants to Look at Bigger Ticks

Da Keynes Blog “L’inefficienza finanziaria

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Ancora su debito e finanza

Post di Seminerio che lascia spazio ad approfondimenti sul tema del debito da non perdere. Chissà quando.

Soprattutto perchè rinvia ad un libro,  House of Debt degli economisti Atif Mian e Amir Sufi sulla crisi di debito privato degli Stati Uniti, che spero qualcuno traduca in italiano. Per ora rinvio al blog che i due autori hanno in rete.

In prima battuta mi pare che si continui a guardare ad una faccia sola della medaglia, ignorando l’altra. Dietro ad ogni debito c’è un credito, e dietro ad ogni debitore, con i suoi interessi ed il suo potere, c’è un creditore, che pure lui ha interessi e potere. Soprattutto tanto potere.

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Una classifica fra le tante

Ognuno ha la sua classifica. E l’Italia scivola lentamente verso il basso in tutte.

Oggi è il turno di questa

Per il commento vi rimando qui, per la fonte qui,

Resta una domanda: ma perchè investono dovunque, e non da noi? Voi avete la risposta?

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Per forza andiamo a fondo

Un telegiornale indimenticabile, quello di Mentana ieri sera.

Due le notizie che sono riuscite a mandarmi letteralmente fuori dai gangheri.

Un ministro, un presidente di regione ed un sindaco mi hanno spiegato che in Italia nessuno può violare impunemente una legge. “Esercizio abusivo di una professione“, un reato a me assai familiare da oramai più di trent’anni, questo l’abuso per la cui repressione si sono subito mobilitati, incuranti del fatto che i professionisti da loro tutelati nel caso specifico, i tassisti milanesi, siano gli stessi che minacciano, spesso usano violenza ed altrettanto spesso attuano blocchi stradali a tutela dei propri privilegi. E che l’abuso così autorevolmente combattuto sia, purtroppo per loro, nient’altro che il progresso che rende sempre più libere informazioni e mobilità e che finirà per spezzare, probabilmente rovinosamente, blocchi e resistenze antistoriche che una classe dirigente imbelle non è capace di governare.
Qui un commento più meditato sul tema.

 Una lunga serie di autorevolissimi magistrati, se non ho capito male l’intera o quasi procura di Milano, mi ha poi fatto sapere che nei loro uffici vige, inviolabile ed inviolato, il sacro principio della obbligatorietà della azione penale e che qualsiasi notizia che possa far pensare che così non sia è solo frutto della malsana fantasia della spregevole genia dei giornalisti.

In un sol colpo mi sono visto davanti agli occhi tutti i difetti di una classe dirigente incapace di gestire l’innovazione e la realtà, chiusa a riccio a tutela degl interessi dei garantiti e propri. Io non ho più speranza: andremo a sbattere, violentemente.

Purtroppo per tutti la realtà, fuori, è diversa, e non capirla, o non volerla capire, provoca solo guai

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Che differenza c’è?

Questo articolo su Keynes blog ha il grosso pregio di aiutarmi a focalizzare il tema su cui da sempre mi arrovello, da cui è nato il blog e che a mio giudizio nessuno affronta se non, appunto, con osservazioni stroncanti come, appunto, quella che vado a commentare.

Scrive l’autore, commentando un saggio di un certo Zenezini che probabilmente bisognerebbe leggere (ma sono oltre 50 pagine): “Le riforme del mercato dei beni e servizi sono il cuore ideologico del “riformismo competitivo” in quanto pongono al centro il benessere del consumatore e non più quello dei lavoratori e delle loro famiglie“.

Da qui la mia domanda: che differenza passa tra consumatore e produttore? Perché vanno tutelati i diritti del secondo e non quello del primo? Non è forse vero che i consumatori sono molti di più dei produttori? E che anche il produttore passa molto più tempo a produrre che a consumare? E non si può forse considerare il tempo del consumo come il tempo della libertà, molto di più di quanto non sia tempo di libertà quello della produzione?

Vediamo se avrà il tempo di leggere il saggio di Zenesini, anche se non credo che troverò risposte alle mie domande. H l’impressione che non interessino a nessuno.

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Redistribuire

Appunti sparsi, come al solito. Ma aiutano a tenere desta l’attenzione e, soprattutto, a capire sempre meglio cosa succede e come è grossa la trappola in cui siamo.

Domenica sul Corriere l’inserto è tutto dedicato a lanciare l’Expo. E l’articolo iniziale dice quello che tutti sappiamo ma che non vogliamo vedere: nel mondo non manca il cibo, è solo distribuito malissimo.

Poi c’è la recensione di Krugman al libro di Thomas Piketty “Capital in the Twenty-First Century” troppo lunga per me, almeno per il momento. Non mi pare che il libro sia già stato tradotto in italiano. In italiano, sul libro, ho trovato solo la traduzione di una recensione apparsa anch’essa sul NYT. Ma il libro ha avuto l’effetto di rilanciare, non da noi troppo occupati ai nostri interessantissimi temi, un dibattito che dovrà essere messo all’ordine del giorno.

Collegato al tema della redistribuzione è quello del ruolo e del comportamento delle grandi aziende, che della concentrazione della ricchezza sono il secondo dei grandi veicoli (il primo è il ruolo del sistema finanziario così come è venuto a costituirsi in occidente a partire dagli anni ottanta del ‘900, se non da sempre). Si veda al proposito questo breve appunto di Seminerio sull’utilizzo che esse fanno del sistema fiscale e di quello finanziario per ridurre od annullare del tutto il peso della imposizione sui propri conti.

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High Frequency Trading. Un memo, più che un post

Non credo che sia successo per caso. Sia su Quartz che su nFA in questi giorni sono usciti articoli sul tema dell’ High Frequency Trading.

Ho poco tempo e poca voglia di leggere, ma il tema è di quelli che io considero determinati per le mie elucubrazione sulla completa inutilità della finanza e sulla sua pericolosità per la nostra società. E sicuramente HFT ne è il cuore. Per cui metto qui i rinvii, a futura memoria.

Il punto di partenza di tutto è il libro di Michael Lewis Flash Boys. A Wall Street RevoltNe parla Andrea Moro su nFA in “Alcune letture su HFT” e su Quartz c’è il rinvio a un sunto del libro, e oa una storia sul tema pubblicata lo scorso anno.

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La trappola si sta chiudendo (o si è già chiusa) e nessuno se ne accorge

La Corte Suprema americana ha sentenziato che il porre limiti alle donazioni dei privati ai politici viola il diritto di parola.

Da quel pochissimo che ho visto, la sentenza non è del tutto logica, ma i suoi effetti sono chiarissimi.

In un mondo in cui la ricchezza sta sempre più concentrandosi e diventando immateriale, i pochissimi ricchi potranno aumentare il peso della loro influenza sul processo politico.

E il cerchio si chiude. Con la scusa della necessità di garantire il funzionamento del sistema finanziario, le banche centrali stampano denaro, Il denaro fluisce nelle tasche di pochi. I pochi lo adoperano senza limiti per influenzare il processo politico. I risultati, per la gran massa della gente, sono sotto gli occhi di tutti.

O, meglio, dovrebbero essere. Perchè, soprattutto da noi, ci si occupa di altro.

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Il sistema pensionistico in Italia: prendi agli ultimi e dai ai primi

Nulla è più ingiusto del nostro sistema pensionistico. E i numeri per dimostrarlo ci sono tutti. Basta scorrere il bilancio dell’Inps, se si ha tempo, voglia e competenza.

Io manco di tutte e tre e mi limito a rinviare a chi ne ha più di me.

Ma rimango convinto ce nel sistema pensionistico sia la chiave de inostri mali. Ed è irriformabile. Solo una progressiva, lunga, difficile e mai cominciata campagna di educazione cultrale ed economica potrà portare a capire quell che per me è evidente ma che ben pochi capiscono: la pensione non è un reddito, nè un diritto. Ma solo e banalmente risparmio differito raccolto, garantito e redistribuito nel tempo da parte dello Stato.

Troppo facile per essere capito

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